Il primo articolo non si scorda mai

Questo è il mio primo articolo.

Dopo il primo arriva subito il secondo.

 

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Coraggio

Ci vuole coraggio per svolgere il mestiere di educatori oggi. Essere educatori, insegnanti, oggi, costa tanto. Tanta fatica.

Oggi. Una parola così attuale e così sfuggente. Oggi é adesso e domani non é più oggi, pur essendo presente prossimo.

Mi spiace dirlo, ma oggi sono arrabbiata. Non vorrei mai adirarmi pubblicamente. Eppure va così. Do pure, a malincuore, la zappa sui piedi alla categoria che attualmente rappresento temporaneamente. Lo faccio senza ritenermi esente da rimproveri.

Sono arrabbiata perché gli alunni che io riterrei validi, per voi validi non sono. Gli stessi ragazzi che io reputerei malleabili, per voi sono statici o, persino, immobili, incerti e gravemente irrecuperabili.

Le loro lacune incolmabili. I loro comportamenti inenarrabili.

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Sia chiaro. Non sono arrabbiata con nessuno in particolare (soprattutto non lo sono con gli alunni). Mai arrabbiarsi con gli alunni, sebbene non siano dei santi! È giusto esser severi, dire loro ciò che si pensa, soprattutto se qualcuno prende una pista sbagliata: quando ci si adira in classe, deve essere molto chiaro, si recita una parte. Fa parte del ruolo, del gioco delle parti. La parte di chi deve, necessariamente, riportare l’ordine, la disciplina, indicare la retta via e suggerire una giusta alternativa con piglio deciso e fermo. Ma mai prendersela sul serio. Chi si infuria, va in bestia, si esaspera in classe non otterrà mai risultati sperati. L’esasperazione non piace tanto ai ragazzi. Perché i giovani sono sensibili. Credo non piaccia a nessuno essere catalogati come i peggiori sulla piazza!

Infatti non ce l’ho coi piccoli, i medio, i medio-grandi. Ce l’ho con gli adulti. Ai piccoli, a mio avviso, è consentito sbagliare. Sbagliare è lecito, soprattutto quando le regole non sono chiare, le raccomandazioni sono troppe per cui si fa fatica a selezionare le più importanti, le essenziali. Se stai crescendo l’errare humanum est deve essere una priorità: sta a noi adulti trovare le soluzioni. Non vedo  perché mai svolgere questa delicata professione altrimenti. Chi non tollera gli errori deve cambiare lavoro. Perché questo non é il mestiere della gomma da cancellare, il mestiere della scolorina, ma il mestiere del Problem solving. Non é l’attività di chi “arrangiati”, di chi “non sai fare nulla” io non posso farci niente. Anziché focalizzare la nostra attenzione sulla condizione altrui, interroghiamoci sulla nostra soglia di tolleranza. Quante volte i docenti si interrogano sui propri fallimenti, analizzano le loro prestazioni, si domandano “Dove ho sbagliato?”.

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Sembra stia rigirando la frittata? È proprio così. La devo girare perché sul fronte é già stracotta. Bisogna avere il coraggio di dire a voce alta che anche noi adulti, preposti al ruolo di “direttori d’orchestra”, siamo capaci di stecche colossali.

La stecca è una nota stonata a scena aperta, una sbavatura, una macchia sul vestito di scena. La discordanza é evidentissima, eppure non la scorgiamo. A noi insegnanti pare di esser tanto “giusti”, tanto “perfetti”, tanto “coerenti” con le richieste ministeriali, tanto allineati coi propositi della morale scolastica. Sappiamo distinguere il bene dal male. Eppure, qualcosa non torna.  Qualcosa si annida fra i tasti neri e bianchi. I nostri alunni continuano a non comprendere, a non rispondere ai nostri input, a disattendere le nostre aspettative. Possibile che il problema sia insito negli studenti, tutto appannaggio del corpo studentesco?

 

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Come mai?

Non sarà forse che rispondiamo allo stereotipo di censore senza scrupoli, all’icona del castigamatti tout court, allo spauracchio senza cuore? Questononsidice, questononsifa? Ma poi, di fatto, le soluzioni non arrivano? Non é che forse forse diamo più importanza alla forma che alla sostanza, che uno shatush verde sia più significativo di un cervello sopraffino?

Sará, forse, che vogliamo scrivano-bene ma non gli abbiamo mai detto esattamente come si fa, o che parlino bene una lingua straniera senza mai aver dimostrato che colloquiare con un abitante di Timbuktu può essere persino esilarante?

E se per un giorno o due, ripensassimo alla nostra posizione di chihailcoltellodallapartedelmanico, di chi (giusto nelle aule scolastiche) ha il potere di fare il buonoecattivotempo, di quanti la cattedra è una barricata e ogni lezione si sta in trincea, e valorizzassimo le risorse umane disponibili? Non é che, forse, non siamo capaci di gestire queste potentissime risorse e contiamo sull’autonomia altrui, senza considerare che (forse) questi giovani ancora non sono affatto indipendenti? Certo per realizzare questo progetto ci vuole tanta pazienza. Gli ansiosi non dovrebbero scegliere questo mestiere. Non dovrebbero prendersi cura di piccoli uomini e donne in formazione.

Per ottenere i risultati sperati ci vogliono ci vuole tanto incoraggiamento. Perché nessuno é perfetto (chi sta in cattedra, in primis).

Non sempre siamo consapevoli della grazia poetica che ispira la formazione di certe parole, anche comuni. Il verbo insegnare è un esempio bellissimo di tale grazia.

Sappiamo che cosa significa: spiegare qualcosa, fornendo informazioni (come quando mi insegni un alfabeto) o mostrando con l’esempio (come quando mi insegni ad attaccare un bottone), al fine di fare apprendere una conoscenza o una capacità. Il respiro di quest’azione è molto vasto, spazia dalle nozioni più puntuali alle più generali condotte di vita, abbraccia l’esistenza umana dalla culla alla bara (umana e non solo), ma il suo cuore è invariabile – ed è questo cuore che l’etimo ci dipinge.

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Caro alunno il tuo compito é apprendere e il mio insegnare, ma soprattuto convincerti, comunicandoti che leggere e scrivere non solo é divertente ma, soprattutto, edificante e utile. Adeguato alla tua età, vantaggioso per il tuo futuro, favorevole per i tuoi prossimi rapporti interpersonali. Se io prima non comunico in modo efficace con te come posso insegnarti a leggere e scrivere a più livelli?

Se tu comprendi il mio messaggio, se tu capisci le mie raccomandazioni non solo andremo d’accordo ma tu, per primo, sarai in accordo con il mondo.

Lascio a voi proposte e propositi per migliorarci. Perché non può essere tutta una questione di valutazioni sul registro.

 

 

 

 

Sintonizziamoci!

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Torno su un tema che è sempre attuale e riguarda tutti gli ordini di insegnamento. Alla primaria, alla secondaria di primo e – confermo per viva esperienza personale dell’ultimo mese – di secondo grado, mantenere alto il livello di attenzione e un clima di classe sereno, silenzioso e collaborativo è davvero impegnativo. 

Per un docente è sempre più difficile coinvolgere e motivare gli alunni. Gli insegnanti oggi, diciamola tutta, sono in percentuale molto preparati nella propria materia ma hanno aspettative troppo alte, troppo spesso deluse. Tanti insegnanti vorrebbero sedersi in cattedra e iniziare la loro lezione quotidiana senza prima aver favorito la sintonizzazione con il proprio ascoltatore perché i ragazzi frequentano le superiori non sono più alle elementari e certe cose dovrebbero capirle! In realtà alle elementari gli stessi alunni erano un modello di disciplina! Cosa è successo nel frattempo?

Sentiamo (frequentemente) dire che in quella classe non si riesce a far lezione! se gli studenti non giacciono in stato di perenne gessificazione, congelati come Mammuth, fermi, immobili, tutti orecchie, penna pronta, quaderno aperto, mani sollevate solo per porre domande. Forse questi prof hanno dimenticato di essere stati un tempo giovani allievi adolescenti, altrettanto facili alla distrazione e difficili da ipnotizzare. Questi insegnanti mal tollerano il manipolo di studenti quattordicenni, in particolare modo, se sono in perenne movimento, chiacchierano durante la lezione, si alzano senza permesso, chiedono di andare in bagno o di poter sgranocchiare un cracker prima della ricreazione. Non basta mettere gli allievi in front of perché questi si applichino, si appassionino, ragionino senza intoppi, seguano pedissequamente, provino entusiasmo per questa o quella disciplina. Insomma perché apprendano, memorizzino, capiscano, apprezzando davvero le energie spese dentro le mura scolastiche, non basta una laurea o un dottorato di ricerca, possedere o meno l’abilitazione all’insegnamento.

Presentarsi privi di flauto magico può essere molto rischioso. 

La chiave numero uno è NO ai rimproveri, sì agli elogi.

Ma questi non sanno fare niente, non sono bravi in niente, mi disturbano, mi impediscono di lavorare!

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Questo non è mai vero! Le lodi suscitano sempre simpatia e rispetto. Un complimento provoca una sensazione di piacere così come le sensazioni negative legate al rimprovero si àncora alla persona che viene rimproverata generando una frustrazione senza ritorno.

Se il primo giorno di scuola mi trovo davanti a un gruppo caotico, dovrò essere molto bravo a gestire il mio “fastidio” utilizzando l’autocontrollo. Per essere leader, bisogna essere persone molto calme, capaci di gestire e domare il caos con serenità. Anzitutto bisogna scovare le peculiarità e i punti forti di ogni alunno, perciò bisogna subito entrare in sintonia con loro. Bisogna fare le giuste presentazioni, bisogna conoscere, scovare le passioni, trovare il punto di incontro fra l’adulto e l’adolescente. L’ascolto empatico, poi, è fondamentale. Mostrarsi sinceramente interessati agli altri non credo sia poi tanto difficile. Abbiamo molte cose in comune: a tutti piace il cinema, tutti hanno letto almeno un libro, o sono appassionati di street art o di videogiochi. Se noi li ascoltiamo, loro saranno più propensi a seguirci quando proponiamo un’attività o suggeriamo un’idea.

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L’aula è popolata da tanti esserini: chi disegna, chi pasticcia o distrugge il diario, chi guarda fuori dalla finestra, chi tiene gelosamente in mano il cellulare (anche se spento) sotto il banco. C’è chi ride, chi interviene senza sollevare la mano. Chi mastica chewing-gum, chi si siede come un indiano, chi in ginocchio si dondola sulla sedia. C’è chi “ho freddo”, può chiudere la finestra? Chi “ho caldo”, può aprire? Chi “non ho il quaderno”, chi “non ho il libro”, chi “non ho la penna”! Mille esigenze. Tutte, per altro, lecite. Perché le pause sono poche e le ore di lezione incalzano, ognuna con il proprio tutor.

La difficoltà principale consiste nel gestire una lezione in maniera lineare, tranquilla, efficace?

Se io sono un tipo Entro. Buongiorno. Mi siedo. Spiego. Interrogo. Arrivederci. Difficilmente i ragazzi mi daranno retta. Anzi, tenteranno in tutti i modi di intralciare il mio progetto quotidiano.

Invece se io Entro. Buongiorno, come state? Due battute sul look di questo o quello, passo in giro fra i banchi, scrivo un messaggio simpatico alla lavagna o disegno un personaggio buffo, dico via tutti i cellulari che fra un po’, se non state attenti, ve li installano perennemente sul braccio con qualche marchingegno che indebolirà il vostro cervello. Non lo sapete??? Bene oggi facciamo un patto. Ditemi come volete che io sia, io dirò come mi aspetto voi siate. Sapete che siete bravi? Certo l’italiano scritto deve migliorare, vedete qualcuno ha sbagliato qui, qualcuno qua (senza mai fare nomi). Cosa dite può esservi utile questo tipo di attività di correzione? Benissimo oggi abbiamo lavorato bene. Ammiro molto il vostro impegno! Mi dispiace, è durata troppo poco la lezione. Avrei voluto restare di più con voi. Arrivederci!

Solo dopo il consenso, arriverà l’ascolto e poi l’apprendimento.

Infine, a un certo punto della lezione, sto ferma e zitta, immobile, muta e osservo gli alunni. Si crea un silenzio di tomba surreale. Questo piace sempre a tutti!

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Proprio in quella classe dove solitamente c’è un casino infernale!

 

 

Creativi a scuola. Ovvero liberi di sbagliare

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Sappi che sei sorprendentemente pieno di risorse e capace di adattarti.

Inizio questo nuovo, nuovissimo, meraviglioso, stupefacente, interessante anno scolastico dedicando a me e ai miei studenti questa frase tratta dal nuovo volume di Keri Smith intitolato “The wander society”.

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La scrivo (qui, virtualmente) sulla lavagna e inizio a osservare, a raccogliere, a errare.

Mi trovo per l’ennesima volta in una stanza a forma di aula (che le aule son, in fin dei conti, tutte uguali, tranne che nell’ampiezza e nel contenuto umano): io di qua, loro di là. Io banco grande, loro banco piccolo, condiviso. Un gruppo sparuto si accomoda davanti, la massa rigorosamente in fondo, a distanza di sicurezza. Quando si inizia a vagare, è normale sentirsi confusi, disconnessi. Potrebbe anche darsi che il nostro critico interiore stia intervenendo, dicendoci che non siamo capaci.

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Io “prof alle superiori”. Sarò in grado di coinvolgere questi ragazzi, pronta a trasmettere, a comunicare, a segnare il loro percorso formativo? Non è un’esperienza del tutto nuova questa che mi capita a tiro, ho già insegnato in questo istituto. Però, ti ritrovi solo, davanti alla classe e senti quella leggera tensione, una vertigine, una leggerissima sensazione di PANICO. Non è diverso per loro.

Forse la prof sta guardando proprio me. Cosa vuole? 

Li vedi. Il corpo rigido. Si fanno forza, inclinandosi leggermente sul compagno di destra o sinistra, nascondendosi dietro quello davanti. In fin dei conti sono “nudi”, indifesi davanti a te, temono la tua chiamata, anche solo per pronunciare il proprio nome a voce alta.

La prof di lettere! La peggiore. La logorroica. Quella che leggiamo a tutti i costi. Quella che ci farà scrivere. Ma chi ne ha voglia! Adesso inizia a rompere questa!

Parlo, per l’appunto! Di me, di loro, dell’accordo che dobbiamo stringere, della promessa, della stretta di mano pre partenza. Guardo le reazioni, le loro, la mia alle loro. Sono pieni di risorse, sono piena di risorse. Adattiamoci. Andiamo per tentativi. Lavorando sul campo.

Prendo un bel respiro, tiro la rincorsa e parto. Visto che “il caso mi fornisce tutto ciò di cui ho bisogno (Ulysses, James Joyce) – una scuola diversa, alunni inaspettati, differenti, mai incontrati prima –  il mio itinerario, la mia ispezione nelle mente dei liceali, necessitanti di una cultura “superiore”, aspiranti maturi può avere inizio. Un viaggio nella mente degli “Acerbo sarai tu, 2.0” potrebbe essere una svolta!

L’attrezzatura per (…) creare il mondo che desidero e attrarre coloro che hanno affinità e farlo diventare universo (Anaïs Nin, The Diary) dovrei averla. (Cit. sempre Keri Smith, p. 82)

Borsa, fondamento del mondo portatile. Grande abbastanza per portare il nécessaire nesesèer

Divisa, abiti che ti fanno sentire te stesso (con spille)

Strumenti, taccuini, diari, utensili per scrivere, contenitori, lenti di ingrandimento, tablet, matite colorate

Cibo, cibi energetici (la prof mangia sempre in aula!)

Libri, la Smith consiglia di portare uno due libri o con i quali sei fissato.

Il primo giorno ho portato questi qui sotto:

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Sveglia! Non stai più alle scuole medie. Embè! Come no, in prima liceo, trovo ciò che ho lasciato di là. Sono ancora alunni di terza media. E così in seconda e in terza e in quinta, trovo cosa lascio nel contesto precedente. Mi pare di percorrere la stessa via, ma dovrò prestare attenzione a elementi diversi.

Ho cambiato percorso di proposito, per incorrere in nuove esperienze.

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Passeggio fra i banchi, tutti rigorosamente stipati sul fondo di una delle ampie aule del Liceo Artistico dove insegnerò, ancora una volta, materie del gruppo letterario. Insegnare a leggere e scrivere (sempre meglio, speriamo) ad alunni che hanno scelto l’arte e la creatività mi incuriosisce molto.

Non ho nessuna intenzione di portare solo parole: le useremo, sbagliando, per creare immagini. Anche cancelli, se occorre.

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E per iniziare, Limerick.

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Buon anno scolastico!

Regola-menti

Ora che finalmente le lezioni sono terminate, posso parlarvi di alcuni attimi trascorsi insieme negli ultimi giorni di scuola. Together, io e i miei alunni di prima.

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I miei giovani alunni a giugno (a verifiche concluse) sono abbastanza maturi per poter esprimere liberamente il loro dissenso. A inizio anno non conviene, ci conosciamo troppo poco. All’inizio del secondo quadrimestre non è il caso, bisogna studiare per rimediare i brutti voti del primo. A fine anno mi pare il dado sia tratto. Quindi propongo un esercizio di scrittura. Una lista. Ma non una lista qualsiasi, una lista di regole. Al contrario. Cioè dall’inizio dell’anno non abbiamo fatto altro che parlare di regole, di come ci si deve comportare a scuola e fuori di essa. Guai a trasgredirne una sola, pena la nota sul diario o, ancora peggio, sul registro elettronico! Quando ci vuole ci vuole!!

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Ma oggi no! Basta norme. Oggi ci liberiamo dei dettami consolidati e invalsi negli ambienti scolastici.

Oggi, caro studente, ti chiedo una lista di REGOLE CHE VORRESTI INFRANGERE. 

Ma regole di scuola, prof?”

Non necessariamente. Sbizzarritevi. Silenzio di tomba. Tutti intenti. È necessario cambiare punto di vista, ogni tanto (come dice Alessandro Bonaccorsi in “La via del disegno brutto, Terre di mezzo). Guardiamo le cose sempre dalla stessa distanza non, che è necessariamente la giusta distanza.

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Non sto a dirvi quanto possa essere liberatorio confessare i propri desideri. Lo sapete tutti, perché siete stati tutti alunni. Perché in fondo, a volte, l’infrazione è un vero e proprio sogno, incolmabile desiderio come quello di poter usare la scolorina sui fogli dei compiti in classe.

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Oppure pasticciare il diario, durante le spiegazioni. Pratica ancora diffusissima quanto distruggerlo.

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Tra le infrazioni più gettonate c’è quella di potersi alzare dal posto, poter fare chiasso con tutti i mezzi possibili, lasciare i libri a casa, mangiare a tutte le ore e, incuranti dei pericoli, regola delle regole, poter attraversare con il rosso.

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Non chiedetegli di stare in fila. Ma d’altra parte quale nostro connazionale ama stare dietro un altro?

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E i pigri, dove li lasciamo? Vuoi mettere fare tutto quello che si vuole senza mai chiedere il permesso???

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Ci sono pure gli animalisti, amanti della pet terapy e, chiaramente quelli che vogliono usare il telefono solo per scopi affettivi. La ricreazione è sempre troppo breve.

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Beh, poi prof se dobbiamo proprio lasciarci andare, io mi esprimo eh! Ma niente ramanzine…

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Ci sono trasgressioni inaudite come “spruzzare (non è dato sapere con quale liquido) le professoresse (fino all’ultimo giorno di scuola con due EFFE!!!!! Vieni qui che ti cancello!) che danno più fastidio. Guidare la macchina senza patente e, infine, spaccare tutto! Ma tutto tutto.

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E se non basta l’elenco spiego anche il perché…

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Come fai a non volergli bene??? L’anno prossimo (se deciderò di accettare una nuova supplenza) inizio con questa attività.

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Vediamo se saranno abbastanza disobbedienti!

Piazza pulita

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Se c’è un’attività in cui gli alunni sono eccellenza questa è mettere a soqquadro gli ambienti scolastici. Sono davvero bravi in questo. Metti 20-25 adolescenti in un’aula per almeno 5 ore. Agita bene e…

Se all’inizio della giornata la scuola è in ordine e pulita, alla fine delle 5 ore in classe sembra sia scoppiata la terza guerra mondiale. Come la mettiamo?

Non sono stato io e poi ci sono i bidelli…

Ecco, chi come me frequenta le aule scolastiche da molti anni conosce benissimo queste spudoratevergognoseimpertinentimenefreghisterisposte. Voi non ne avete idea! Quanta carta appallottolata. Quante bottigliette vuote. Quanti residui di temperalapis e gomma da cancellare, involucri di merendine e crackers fuoriescono fuori dal sottobanco, man mano che le ore corrono. Ma dove si trovava tutta questa spazzatura prima di diventare spazzatura? Se chiedi a loro, è stato come Ulisse di fronte a Polifemo=NESSUNO: quel disastro non è opera loro, ma quando mai! E poi ci sono i collaboratori scolastici. Dove sta il problema? Questo è il loro lavoro. Quindi, ogni santo anno, mi ritrovo a spiegare meglio quale sia il ruolo dei collaboratori scolastici (santi subito!), persone davvero pazienti, che hanno tantissime mansioni, tra cui rispondere alle centinaia di telefonate quotidiane, accompagnare e sorvegliare tutti gli alunni dell’istituto recatisi in bagno, aprire e chiudere il cancello e accogliere visitatori esterni, genitori in soccorso dei figli, alunni che entrano in ritardo ed escono in anticipo. E le fotocopie??? Secondo voi chi le fa? Dulcis in fundo anche quello di rassettare le aule a fine giornata è uno dei centomila compiti che ricadono su quei due-tre collaboratori di cui dispone la scuola italiana.

Nelle nostre aule da moltissimo tempo sono presenti i mastelli della differenziata perché anche la scuola deve rendere conto alla nettezza urbana. Quindi tutti dobbiamo collaborare alla riuscita del progetto porta a porta che a Cagliari, dove vivo e insegno, è stato avviato da meno di un anno. Ma se nessuno è stato a buttare in terra le cartacce chi deve raccogliere e riordinare?

Proviamo a consegnare ai nostri alunni questa scheda pensata da Keri Smith nel suo eccezionale Piccolo manuale dei grandi sbagli:

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Fai un po’ di disordine pubblico e lascia tutto lì perché altri lo trovino. Sembra scritto giustappunto per loro. Se la scuola proponesse questo genere di compiti avrebbero tutti dieci.

Per non parlare delle macchie sui banchi, le più improbabili che non vanno via nemmeno con l’acido muriatico.

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Beh, sapete che vi dico?

Se non rimettete tutto a posto entro uno-due-tre-quattro-cinque-sei-sette-otto-nove-dieci secondi di qui non si muove nessuno!

E non è uno scherzo. Di qui non si passa!

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Allora li vedi… tutti di corsa, chi sopra, chi sotto. Chi chiede la scopa, chi il raccoglitore, chi lo straccetto.

E batti il chiodo oggi e battilo domani, la tenera minaccia di tenerli dentro quello spazio così sporco ancora qualche manciata di minuti fa scattare l’allarme. E in meno di dieci secondi l’aula non è perfetta ma quantomeno il volume degli scarti è diminuito notevolmente. E così la prof è contenta, i collaboratori pure e noi impariamo che la civiltà passa anche attraverso questi piccoli segnali di collaborazione tra pari. I bambini sono sensibili e ogni pratica deve essere ripetuta quotidianamente per avere i primi risultati. Alla fine dell’anno, se tutti si impegnano, le aule sono più vivibili e la differenziata dà i suoi frutti. I ragazzi capiscono che l’aula è di tutti, un ambiente comune da rispettare per un convivenza dignitosa. Imparano anche a rispettare il lavoro degli altri, perché un conto è riordinare altro è essere travolti dai rifiuti.

Perché nessuno ha sporcato però se quando torni non trovi tutto perfetto ti lamenti.

E questo lo dedico ai miei concittadini, perché l’impegno civile passa per le aule scolastiche e se i nostri figli sono lo specchio dei nostri comportamenti, facciamoci qualche domanda sul perché i cagliaritani facciano fatica ad accettare il conferimento dei rifiuti porta a porta.

Basta un incipit

Per amare la scrittura è necessario scrivere, scrivere, scrivere. Divertendosi. Se a scuola mi diverto a comporre, scriverò sempre con dedizione. Con passione. Con slancio.

Per scrivere bene a volte basta un incipit.

Se saprei scrivere bene (come titola uno dei miei manuali per docenti preferito) potrei essere molto migliore, più elegante. Più presentabile agli occhi altrui. Più più più giusto, ecco, ma non solo per avere bei voti.

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Ma prof quel titolo è sbagliato!

Dici davvero? Sei sicuro? Io dico che è giusto, perché non l’hai notato? Saprei è scritto in rosso! È una scelta degli autori. Quindi è giusto!

Ah, capito prof. Bello!

Così, prima di assegnare le attività odierne, tratte da questo mitico volume, ho mostrato un albo illustrato.

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A che pensi?

Se tu fai questa domanda, i ragazzi ti rispondono a NIENTE!

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Consegno dunque l’esercizio numero 5. Imitazione da incipit. Dato un incipit, continuare un racconto scegliendo tra i seguenti. Alla fine dai un titolo al lavoro.

Queste le teste dei miei alunni che vanno incoraggiati.

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Questi gli alunni che riflettono.

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Questi alcuni risultati. Non avete idea di quanto si siano divertiti. Abbiamo riso moltissimo leggendo i nostri racconti horror.

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Le nostre riflessioni sono interessanti e i desideri inappagati sono realtà.

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Tra qualche giorno ci salutiamo e io sono soddisfatta.

Giochiamo alla libertà? Giochiamo alla poesia, giochiamo a ridere

Giochiamo?” Quante volte nostro figlio ce l’ha chiesto? Quante volte abbiamo risposto: “Dopo”?

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Io per prima.

Giocare può essere impegnativo, soprattutto se si sgobba tante ore fuori casa. Essere una mamma-prof non è tanto facile. Soprattutto se i tuoi primi anni fra i banchi da docente sono anche i suoi primi anni di vita. Ogni momento della tua giornata è impiegato nel controllo, supervisione e gestione di piccoli individui che vogliono le tue attenzioni. Mentre a scuola ti spetta la crescita culturale, l’educazione e lo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale di tanti bimbi, figli d’altri (con la promozione delle loro potenzialità di autonomia, creatività, apprendimento), a casa ti aspetta una parte di te appena venuta al mondo. Un’appendice che ti vuole per sé, tutto il tempo. Il pensiero di questi bambini non ti abbandona mai, nemmeno nel momento del dormi-veglia, sempre che tuo figlio ti lasci prendere sonno in orari utili al recupero delle forze per ricominciare, la mattina seguente.

Sprint-prof! Sgobba-prof! pant-pant-prof! MAMMAAAAAAAAAA!

Come si possono recuperare le energie utili, valide e positive ogni santo giorno, senza perdere pazienza e motivazione in campo lavorativo e affettivo?

In realtà (esistono fior fiore di pubblicazioni a riguardo), il gioco e la risata pare siano la via migliore per comunicare coi nostri figli e, perché no, anche coi nostri alunni. Comunicare in senso ampio, ovvero instaurare una relazione positiva che aiuti il rapporto umano e, conseguentemente, l’apprendimento.

Cosa dite? È complicato? MOLTO!

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Vi siete mai chiesti come fate a ridere? Qual è il vostro tipo di risata?

Se qualcosa di buffo mi capita non so squittir

e tenerlo per me.

Io devo scoppiar in un oh oh oh oh

ed un ah ah ah ah ah ah ah oh

Quando si inizia a ridere, come nella scena di Mary Poppins in cui si consuma il tè sul soffitto, è moooolto complicato contenere il riso. Per smettere bisogna raccontare storie molto tristi. Ma è altrettanto complicato gioire, provocare il sorriso, iniziare a ridere insieme. Alcuni miei alunni hanno dichiarato di avere avuto maestre le cui dichiarazioni sono state aberranti: “A scuola non si ride e non si sorride!”

Annamo bene – direbbe Sora Lella! – deve essere molto bello frequentare questa scuola!!!

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Non potete negarlo, ridere é un’attività liberatoria. Ma non si può nemmeno  ridere ridere tutto il tempo, non mi pare serio e nemmeno produttivo in classe. Va bene cinque ore di Niente faticosissime, ma cinque ore di risate sono altrettanto faticose e pesanti. Buone per rimettere in sesto gli addominali. Non é nemmeno facilissimo raccontare fatti divertenti a raffica, trovare la battuta giusta per ogni occasione. Si dice infatti il Risus abundat in ore stultorum, per dire che chi ride troppo forse é un po’ stupido come gli stupidi!

Lasciando da parte i giudizi affrettati su insegnanti troppo ingessati o poco simpatici, abbiamo un’alternativa valida. A scuola possiamo divertirci, senza per forza scomporci ridendo a crepapelle, giocando alla poesia.

Non voglio dire del caviardage (di cui ho già detto ampiamente in passato, visto che é un cavallo di battaglia della sottoscritta da anni) ma dell’effetto caviardage sugli alunni.

Alunni, preadolescenti, che abbiano capito e sperimentato questa tecnica compositiva almeno una volta, non riescono più a smettere. Come con la risata. Come con il gioco. Quando il gioco ti piace non vuoi più smettere. Gli alunni che hanno capito come funziona la tecnica del ricavare una poesia annerendo o colorando tutte le parole che vengono espunte dal testo poetico sentono una forza dentro, un entusiasmo mai sperimentato tra le mura scolastiche. Un’aria di novità, un cambio di regime, una forza dirompente, una voglia di fare inaudita. Succede dunque che mentre stai introducendo La nascita dei Comuni in Italia, ci sia tutto un lavorío, tutto un affaccendarsi, tutto quel cancellacancella con la scolorina che “proooooof possiamo usare la scolorina?? e l”evidenziatoreeeeeeee?“, tutto un sottolineasottolinea con il vietatissimopennarelloindelebilenero che sei costretta a chiedere cosa stiano combinando lì, sotto il banco.

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All’improvviso le parole li chiamano. Tu parli del podestà e loro sgnicchesgnacche, cercano la poesia nascosta.

Prof ma a me è piaciuta tanto questa attività, vorrei finire.

Pure tu vorresti finire il programma di storia medievale ma loro no, te lo impediscono, perché improvvisamente hanno scoperto che a scuola ci si può anche divertire creando qualcosa di bello, di serio, di nuovo. Una poesia, vera!

 

Ma è vero prof che l’anno prossimo lei non ci sarà più?

Certo, ve l’ho già detto io sono una supplente!

Ma noi le vogliamo beeeene!

Questo fa la poesia! Fa parlare di sentimenti.

Imparare a imparare

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Learning to Learn, la principale delle competenze chiave per la vita è l’abilità che permette a ognuno di organizzare il proprio apprendimento, sia in gruppo sia individualmente.

Ma come si impara a imparare?

Ah, non chiedetelo a me.

Ma come, tu non sei un’insegnante?

Sì, cioè così dicono. Mi hanno convocata e ho detto va bene, vengo! Mica volevo proprio fare questo mestiere, io. Però, va beh, dai, i titoli li ho, vengo. Ogni giorno varco l’uscio dell’aula, BUONGIORNOOOO, e tutti i presenti – così come gli assenti (alunni, famiglie, colleghi, dirigente scolastico, MIUR) – aspettano il mio miglior contributo, anzi esigono la mia brillante performance quotidiana, la lectio magistralis, quella in cui si esplica il mio miglior intervento in ambito culturale ed educativo. Ah, ma quante belle cose che so! Chiedo il silenzio altrui, pretendo l’ascolto, recito le mie battute e risveglio le menti aprendo le porte dei più svariati campi in area umanistica e procedo, giorno dopo giorno, tassello dopo tassello. Come in una scala cromatica: ortografia, morfologia. Articoli, pronomi, aggettivi, verbi, avverbi. Come su una macchina del tempo: Tardo antico, Alto Medioevo, Basso Medioevo, Rinascimento. Come su una mongolfiera: penisola italiana, Europa, resto del mondo. Valanghe di informazioni registrate su ogni tipo di supporto: cartaceo, digitale, video. Se non lo capisci così, te lo propongo colà. Le nozioni sono tante; se ogni giorno parliamo un pochino di questo o di quel tema, forse qualcosa rimarrà nella memoria degli astanti. Poi ci sono i compiti a casa e il gioco è fatto! Si fissano i contenuti enunciati. Sovrapponiamo date, capitali, personaggi, leggiamo, ripetiamo, leggiamo, ripetiamo e ripetiamo. Oh, io il programma l’ho svolto.

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Per carità, i contenuti sono importanti. Come potrei conoscere il risultato delle moltiplicazioni senza la tabelline, o suonare un brano senza il solfeggio. Se si trattasse solo di questo, di trasmissione di contenuti, tutti potenzialmente siamo docenti. È che ci manca il tempo, perciò affidiamo i nostri figli a qualcuno che ne possa curare gli aspetti cognitivi e favorire l’apprendimento costante. Ecco cosa succede, alcuni adulti affidano i propri figli ad altri adulti, dediti alla cura della memoria e trasmissione di nozioni.

Io so una cosa e te la racconto. Come nell’esercizio della PALLA AVVELENATA, o del TELEFONO SENZA FILI iosounacosaeladicoate… poi a te e poi a te. Fa nulla se nel passaggio delle notizie all’ultimo della fila arriva una informazione incerta, una fake news. Poi si studia. Poi, se non studi a casa, non è più un problema mio! Te l’avevo detto che era importante. Purtroppo non tutti sanno scegliere cosa è importante e cosa no, non tutti sono curiosi, non tutti provengono o vivono in famiglie dove la cultura è fondamentale.

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Forse avete letto tutti i miei precedenti articoli, o forse no, o forse in particolare questo. Non credo di rispondere al profilo poc’anzi descritto. Vi chiedo, ragazzi belli, avete davvero bisogno di tutti questi contenuti, di fiumi di parole, di informazioni a pioggia che vi offro, pretendendo ore e ore di ascolto? A dire il vero, non credo sia questo il vero scopo del frequentare le aule scolastiche. Stando dentro, insieme, io che ho in testa molte più informazioni di quelle presenti nella vostra memoria (solo perché più anziana) dovremo cercare di trovare soluzioni per affrontare il mondo là fuori, un mondo difficile, pieno di ostacoli e avversità.

In realtà, crescendo (come docente intendo) ho capito cosa significhi insegnare. Ovvero io devo provare, usando tutte le strategie possibili, con tutte le mie forze, con tutta la mia creatività e il mio cuore, a ragionare sullo sviluppo delle abilità di controllo e di potenziamento delle performance cognitive e, più in generale, della capacità di interazione con il mondo circostante.

Gli allievi dovrebbero essere aiutati nel processo di riconoscimento delle abilità necessarie allo svolgimento di compiti di apprendimento e incoraggiati alla scelta delle strategie operative più adeguate. Sembra davvero facile, ma ogni ragazzo necessita della sua specifica meta-abilità.

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Hai detto nulla! Ma come si fa?

Non ho avuto sempre classi facili, anzi. Una volta rivolgendomi a un Dirigente scolastico, chiesi aiuto per trovare l’atteggiamento più consono per aiutare e gestire alunni molto difficili.

Lei è libera di scegliere la strategia più idonea.

Bene, allora li farò disegnare.

Non rispose, non disse nulla. Nè va bene, né non va bene.

Bisogna essere molto coraggiosi, avere il coraggio di educare e di dire sì o no, al momento giusto. Di trovare l’idea giusta al momento giusto, anche sospendere la lezione per passare a temi di attualità. L’educazione civica è forse la materia più utile, che appassiona di più. Più che a un generale di ferro, vorrei somigliare a un direttore d’orchestra.

Altro che prof, mi sento un vigile spartitraffico. Per dirimere, dipanare, stimolare una positiva assunzione di responsabilità in merito al proprio processo di apprendimento ci vuole tanta esperienza.

L’insegnante diviene modello e consigliere, partecipe agevolatore di processi e apprendimenti.

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Motivare. Questo è insegnare a imparare. Spero di averlo imparato, insegnando.

 

 

Compiti per le vacanze

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Io so che non dovrei dirle queste cose, ma godo della fama di prof dalla “manica larga”.

Dite che é un cosa grave?

Pochi giorni fa un mio alunno ha affermato, entusiasta, nell’Aula magna (di fronte a tutta la scuola, dirigente compresa), nel momento in cui tutti gli alunni dell’Istituto chiedevano una scuola più generosa, meno pressante, una scuola che non chieda troppo impegno (necessario!) nel dopo lezione, questo alunno così coraggioso, sfidando la moltitudine di compagni atterriti dal carico extra, ha preso il microfono e ha detto: “Ringrazio la prof Giorgia Atzeni perché non ci assegna molti compiti a casa!

Oh-Oh! E adesso cosa faccio? Come mi giustifico?

Interrogati tutti gli alunni della mia classe, salta fuori che nonècheproprio-proprio io non ritenga necessari i compiti a casa, non ne assegno molti ma a dire il vero questo impegno é richiesto nella misura da me ritenuta più adeguata, forse in proporzione a quelli che assegnano i colleghi le mie richieste sono esigue. “Sì, cioè, pochi compiti, sette pagina di storia, altrettante di geografia, esercizi di grammatica, libri da leggere, testi da scrivere, e poi c’è il giornalino della Scuola, lo studio delle poesie a memoria, sì poesia a memoria…”

Da domani (e per un bel po’ di giorni) la scuola dove presto servizio resterà chiusa per le festività nazionali imminenti, cui si aggiungono alcune ricorrenze regionali (Sa die de sa Sardigna e la Sagra di Sant’Efisio, coincidente con la Festa nazionale dei lavoratori). Una bella pausa. Bella lunga. Saranno giorni utilissimi per riprendere fiato.

Gli insegnanti, senz’altro, ne hanno un gran bisogno per rigenerare lo spirito e affrontare con brio le incombenze di fine anno scolastico ma anche gli studenti necessitano di una pausa: dopo otto mesi di lavoro intenso meritiamo (sia loro sia noi) questo momento catartico. Dopo la trepida attesa, esaurito il conto alla rovescia, i ragazzini contano i minuti che li separano dalle vacanze, puntano l’atrio, prendono la rincorsa e via, FUORI a respirare “pieni polmoni” l’aria primaverile filtrata negli scorsi giorni flebilmente dalle finestre dell’aula semichiuse.

Oggi l’apertura dei cancelli. Oggi con incedere festanti, urleremo EVVIVA, varcando il cancello che divide il mondo di dentro dal mondo di fuori.

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Dico urleremo, perché oggi studenti e docenti sono uniti. Tutti hanno bisogno di stare con la famiglia, all’aperto, a gironzolare per prati. Liberi. LIBERIIIII. Uniti, prof e allievi oggi navigano sulla stessa barca a vele spiegate. Il resto dell’anno, vivono gli stessi spazi, consumano la stessa aria, soffocano insieme, condividendo gli angusti spazi dell’aula. Loro, i ragazzini, non lo sanno, ma io gli leggo nel pensiero. Intravedo nei loro sguardi un’ansia vibrante. Leggo nei loro occhi, languidi e intensi, una richiesta d’aiuto. Sento un brusìo di supplica, un grido soffocato di implorazione. Una preghiera intensa!

PROF, non ci dia molti compiti.

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Va bene!

SANTA subito!

Ed ecco i compiti per voi lettori, non sia mai si pensi sia davvero una prof/lassista.

Lascio di seguito i link ad alcuni resoconti dell’attività della prof con le spille registrati regolarmente sul blog degli editori Topipittori che gentilmente mi ospitano di tanto in tanto.

Sulle fiabe: C’era una volta, alle medie

Sulle uscite didattiche in libreria: Per diventare grandi, bisogna tornare piccoli

Sul giornale di classe: Dal giornale di classe al giornale di bordo

Sugli albi illustrati a scuola: Albi e adolescenti: un esperimento didattico

Sul libro antico con le figure: Il libro come “oggetto di visione”

Sull’importanza della circomotricità: Al circo per imparare

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Buone vacanze!

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