E-ducare, anche a distanza, senza imbuti

Educare mantenendo la distanza è quasi un ossimoro.

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Il senso dell’educare sarebbe quello del “condurre fuori”, attività improbabile da realizzare negli ultimi mesi di clausura, dove tutti sono stati “dentro”.

Trattandosi, però, di espressione astratta “figurata” quanto il famoso “Imbuto” di Norimberga (Nürenberg tricther o Nürenberg Funnel), l’ossimoro funziona, suona bene, come tutti gli ossimori. Infine, se l’imbuto è metallico. TINNNNN! Tonalità maggiore. Siam tutti felici.

Disponibili esemplari anche su ebay! Pensate un po’!

Quanto meno, noi docenti volenterosi e amanti del rischio, abbiamo provato a far funzionare alla bell’e meglio in tempi di Pandemia SARS Covid-19, l’ossimoro dell’insegnamento a distanza.

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Ma partiamo dall’espressione idiomatica più o meno comune, torniamo alla metafora – tornata in auge recentemente per ironizzare su alcune dichiarazioni ministeriali. Essa ha origine dal titolo di un libro di testo poetico dei fondatori dell’Ordine Florifero della Pegnitz (Pastori del Pegnitz) e del poeta di Norimberga, Georg Philipp Harsdörffer (1607-1658), pubblicato a Norimberga nel 1647 con il titolo di Poetischer Trichter. Die Teutsche Dicht- und Reimkunst, ohne Behuf der lateinischen Sprache, in VI Stunden einzugießen (“Imbuto poetico. L’arte della poesia e della rima tedesca, senza usare la lingua latina, versata in VI ore). Il titolo insiste sulla falsariga di reminiscenze medioevali quando la memoria era considerata una riserva di immagini e materiali a cui attingere (scrigni poetici o thesaurus); non a caso le immagini avevano un potere molto forte anche nell’ambito della retorica, sul versante mnemonico.

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Ecco il docente nell’atto di versare nozioni sotto forma di lettere dell’alfabeto e numeri, xilografia tratta dall’edizione del 1648.

Questa dell’imbuto è una descrizione ironica che pretenderebbe di “visualizzare” l’azione dell’educare o dell’insegnare, ovvero la pratica di travasare contenuti nozionistici, ovvero conoscenze, da un “contenitore A” pieno a un “contenitore B” vuoto o semivuoto, con caduta verticale (il docente sta necessariamente più in alto del discente, meglio se su una predella).

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Questo sembra incontrovertibile nella tradizione figurativa e letteraria barocca sino a oggi, anche se la “caduta dall’alto” delle informazioni poi ha avuto in classe, non dimentichiamolo, una metamorfosi “frontalizzata” secondo la linea “cattedra-banco” con distribuzione ramificata “a pioggia” come nel proverbiale droplet.

Io parlo. Tu ascolti (se ascolti). Tu impari (forse).

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Se dovessi illustrare oggi l’atto di E-DUCARE e insegnare non userei la metafora dell’imbuto ma quella di una siringa nell’atto di aspirare, di un cavatappi, di un’aspirapolvere “che porta fuori“, estrae quel che c’è di buono, con un processo metacognitivo, in cui talvolta si assumono le conoscenze e talvolta le si estraggono, magari dopo una buona rimescolata in un frullatore-estrattore di succhi di frutta e verdura.

Mi piace moltissimo, a questo proposito, l’illustrazione a colori che prevede come si legge “per l’anno 2000” il frullato di libri i cui contenuti vengono distribuiti in connessione attraverso delle cuffie agli studenti. Inoculare la conoscenza fluidamente nel cervello, in modo così meccanico e tecnologico, sarebbe davvero bello e interessante! Facile, diciamo! Eppure nemmeno nel XXI secolo la trasmissione dei saperi avviene in questo modo avveniristico quanto distopico.

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La nostra mente è come una tavoletta di cera (diceva Platone): inizialmente vuota ma predisposta ad accogliere informazioni e fissarle nella cera (il che è tutto dire visto che le tavolette di cera nel passato venivano raschiate per poterle utilizzare nuovamente!!).

Nella letteratura più recente abbiamo conosciuto L’incredibile bimbo mangialibri di Oliver Jeffers (Zoolibri).

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Quindi insegnare o educare nella iconografia del passato avviene attraverso uno dei sensi più spiccato: l’udito. Ma più recentemente l’apprendimento si è voluto rappresentare attraverso il gusto, ovvero più libri mangi più sai, senza mai leggere (azione per cui occorre il senso della vista, permeabilissimo come non mai!). Ma anche il nostro protagonista rischia l’indigestione e a un certo punto non ricorda più niente. Perché anche il sovraffollamento di informazioni rischia di inficiare la funzionalità cerebrale e non portare ad alcun risultato positivo.

L’EDUCARE, tuttavia (con o senza imbuto) non implica sempre e solo il condurre fuori – all’aperto, oggi più che mai – i discenti per permettere loro di conoscere il mondo con l’esperienza diretta delle cose, ma anche (soprattutto) di condurre loro “fuori dagli schemi“ dai “peccati originali”, per combattere (come cita il dizionario) dalle inclinazioni non buone (anche se a questo punto ci si immette in un campo che non vorrei invadere mai, ovvero quello della MORALE).

Questi validi esempi figurati mi aiutano a illustrare la mia esperienza “precaria“ di DAD (didattica a distanza) che ribattezzerei DADE (didattica a distanza d’emergenza).

Quindi è chiaro che il condurre fuori è essenziale nell’apprendimento esperienziale, sebbene quasi mai gli studenti escano dalla classe (anche perché questo comporta ogni volta stressanti responsabilità burocratiche e penali che fanno desistere anche i maestri e i prof più motivati!). Ecco che veniamo al dunque: non recandosi più nemmeno a scuola gli studenti devono pur imparare qualcosa ma stando fermi in cameretta. Devono ascoltare o visualizzare attraverso lo schermo del tablet o del cellulare un’opera d’arte o un testo ma non possono fare esperienza diretta delle cose (argomento che rettificherei perché anche in classe il tour al museo si faceva virtualmente attraverso lo schermo della LIM).

Oggi sono in tanti a criticare e demolire l’ultimo esperimento didattico che c’è capitato a tiro! Lo capisco! Nessuno se lo aspettava. Nessuno era pronto. Chi poteva immaginare un mondo in Lockdown, tutti a casa, ma tutti tutti tutti! E cosa facciamo allora, ce ne freghiamo? Non se ne fa niente? Tergiversiamo? Vacanza per tutti? Chiudiamo la baracca? W le ferie a casa, si dorme, si mangia, si guarda la tivvù? Niente matematica, niente storia, niente scrivere, niente leggere? Niente grammatica, niente inglese, per tre mesi? Oh l’Homeschooling non l’ho inventata io, conosco tante famiglie che l’hanno adottata per la vita.

Io la chiamerei, ripeto, didattica d’emergenza: una tantum!

L’abbiamo desiderato tante volte un mondo così, tutti in panciolle. Ma quanto è durato questo entusiasmo iniziale? I miei studenti hanno visto all’orizzonte lo spauracchio della NOIA. Perché insomma, toglietemi tutto, certo, ma NON il piacere di andare a scuola in autobus, la chiacchiera davanti all’Istituto, gli sguardi e le risatine in classe.

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Per me andata è bene e lo dimostrano i commenti dei miei alunni! Ci siamo adattati. Non penso si potesse fare altrimenti!

Stiamo imparando a scrivere, a scrivere le mail, a comunicare, a solidarizzare con alunni e famiglie! Le interrogazioni non le facevo nemmeno prima, nel senso più tradizionale del termine: in classe si discute, si condivide, si parla! Intesa in questo modo anche se distanti credo sia stato utile e anche produttivo proseguire con le attività. I miei alunni scrivono. E scrivere è per noi motivo di dialogo! Quale risultato migliore avrei potuto ottenere in questa situazione assurda, piena di incognite e grandi (grandissime) difficoltà per le famiglie.

Vi lascio le parole degli studenti adolescenti, talvolta molto più validi di certi commenti degli adulti alla guida del mondo.

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NO, no sono imbuti!

 

 

Così distanti, così vicini!!

Al mio nono giorno di Oh, cavolo, scuola chiusa – tutti a casa (per colpa di questo maledettissimo Covid-19) e al settimo di “iorestoacasa” mi tocca scrivere QUALCOSA!

E PURE QUALCOSADIP A R T I C O L A R M E N T E INTELLIGENTE!

Sarò l’ennesima rappresentante della categoria (annoverante docenti di tutti gli ordini e grado). Lo so. Come faccio? Mi astengo? Non me lo ha ordinato il medico di famiglia (sempre nei nostri pensieri in queste ultime settimane, AMEEEEN) ma almeno vorrei dirvi come me la passo. Posso? Anche io ho bisogno di sfogarmi.

Tanti, tantissimi docenti hanno già raccontato in queste ultime settimane le loro brillanti e/o terribili esperienze nell’ambito della cosiddetta DIDATTICA a DISTANZA (mai la lontananza dalle aule scolastiche fu così desiderata come nei primi primissimi giorni del decreto). Nell’ambiente, fra colleghi e colleghi, fra studenti e studenti, fra studenti e docenti, tra docenti e famiglie, sui tiggì, sui quotidiani, sui social, sulle chat dei docenti e quelle degli alunni (che ormai si incrociano in un idillio di rumorosi sensi di messaggistica istantanea in un ritmo mai visto prima) non si è parlato d’altro.

Io pure sono in apnea da circa dieci giorni tra un

Prof ecco il mio compito di storia!

e un

Prof cosa faccio glielo mando qui o sulla mail?

ma anche un

Prof può dire all’altro prof che non so come inviargli i disegni?

Prof guardi, prof senta… prof prof prof, il link non si apre.

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Solo oggi ho trovato un momento per ripensare al grande lavoro svolto a distanza finora. Grande sì, costante e pure molto impegnativo. Perché io (come tanti colleghi) uso la tecnologia a scuola. Sì! Ci sono le presentazioni in ppt, i contenuti su google drive (sia mai che la chiavetta usb non funzioni). Nel quotidiano, in classe, digitiamo testi e li stampiamo, seguiamo video documentari, apriamo slide, guardiamo film.

Ma questa volta è diverso. Questa volta senza rete, senza un laptop, senza un tablet, senza uno smartphone non ci sarebbe alcun incontro con le classi.

Sì va bene, dai, diciamo che un incontro o due vanno bene, qualche compito in bacheca, pure va bene, ma da dieci giorni io non faccio altro che studiare diavolerie, inventare sistemi per tenere viva la comunicazione con gli studenti.

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Cari ragazzi, invitate tutti i compagni a unirsi nella piattaforma e ricordatevi IO VI VEDO!

Prof con quel IO VI VEDO mi ha fatto salire l’ansia!

Le teorie su questa attualissima attività nell’ambiente sono molteplici. Chi questosistemanonfunziona, chi nonc’èilcontattooculare, chi nonpossiamovalutare, chi nonpossospiegarecosì, chi non finiremomaiilprogramma.

Ci sono quelli in sbattimento, quelli che chiamo un collega più giovane sicuramente mi suggerirà delle dritte, quelli che sapete che vi dico? Io non faccio niente, quelli che io le so tutte perché ho appena fatto un corso di formazione, giustappunto, WEBINAR.

 

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Arresi, affranti, disarmati, in allarme, occhi aperti, orecchie attente, mani pulite pulite, ci si vede sulla piattaforma Edmodo, o si avvia una vidoeconferenza con Meet.

Prof. Ma questo coso non funziona. Tizio non ha la linea, Caio ha finito i Giga. Non possiamo fare una chat di whatsapp?

Infine, quando proprio non si riesce a tenerli tutti insieme si crea la CHATdiCLASSE, prof compresi. Aaaargh! E così ci siamo dati la zappa sui piedi! I messaggi arrivano a tutte le ore del giorno e della notte. Oggi è domenica! Ah scusi prof.

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Tra i colleghi ce n’è uno che stimo molto, Enrico Galiano, lui propone ogni giorno una parola e la commenta su YouTube. I miei alunni sono stati dirottati sul suo canale e hanno lavorato molto bene sull’arricchimento lessicale.

Certo anche io ho assegnato dei compiti. Per esempio leggere Il barone rampante di Italo Calvino o La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Dei classici intramontabili.

Ma quello che mi piace di più (e spero piaccia molto anche agli studenti) è la ripresa dell’attività giornalistica scolastica con contributi (testi o disegni) degli studenti del Liceo Artistico Foiso Fois assegnati a me (temporaneamente) quest’anno.

Ho pensato a una nuova testata attualissima che si chiama “A CASA 24 ORE”.

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Questo un piccolo assaggio!

 

 

 

 

 

 

Voglia di sapere e curiosità, la chiave giusta per una scuola efficace

Quando e se discutiamo in classe di un tema spinoso, come quello sulla scuola, si deve poi dimostrare di aver capito, ragionato con onestà intellettuale. Quindi dopo la fase riflessiva si passa a quella produttiva. A distanza di pochi giorni, gli studenti sono stati sottoposti a una delle mie terribilissime prove. Ci conosciamo da pochi mesi e in così poco tempo devo dire che alcuni ragazzi del Triennio hanno fatto davvero passi da gigante. Molti stanno cambiando fisionomia, maturano piano piano: prendere coscienza della propria posizione nella società odierna e futura (con la discussione) li aiuta molto. Per questo li metto al corrente sulle novità che li riguarda o riguarderà i giorni a venire (anche quando finiranno questo percorso temporaneo).

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Per fare questo è necessario spiegare che l’insegnante rappresenta il canale attraverso cui selezionare i contenuti, molteplici e infiniti in questo mondo attuale così complesso e difficilmente riducibile a stereotipi o frasi fatte. Vale la pena però di inserire un passaggio: possiamo concordare o dissentire con le parole degli insegnanti, che non sono infallibili. Se presenti tematiche che investono la loro sensibilità, il bersaglio è centro sicuro. E il prof, se instilla dubbi nelle giovani menti, ha fatto il suo dovere.

Non aggiungo altro.

Lascio qui alcuni stralci dei loro interessanti pensieri.

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Per alcuni, La scuola deve favorire la crescita culturale, emotiva e individuale dei giovani e la bellezza è una forma di arricchimento personale.

 

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Per altri la scuola rappresenta uno spiraglio, un luogo dove gli esseri umani possono sviluppare il senso critico.

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Infine, sembra davvero necessario per loro poter trovare il tempo per analizzare tutte le attività dell’uomo, stando attenti a tutti agli individui: ognuno con la propria storia, per provare a trovare insieme la “strada giusta”.

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La fretta, la competizione e la superficialità non sembrano essere più adeguate per i ragazzi e di questo sono felice, perché ascoltiamo la stessa sinfonia e suoniamo monocorde. Ancora una volta l’esortazione «Conosci te stesso» (in greco antico γνῶθι σαυτόν, gnōthi sautón, o anche γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón) rappresenta un’àncora di salvezza e la consapevolezza dei propri limiti aiuta senz’altro a crescere.

A questo aggiungo un’esortazione: leggi ogni volta che puoi. Ti salverà!

 

(Ps. non voglio più sentir dire che all’Artistico non sanno scrivere!)

 

 

ps.

 

A loro scholè, per noi a-scholìa

Pochi giorni fa mi è capitato sott’occhio un illuminante ennesimo articolo (in realtà un approfondimento lessicale periodico curato da autori e filosofi italiani) sulla SCUOLA.

Di cosa volete che parli o scriva o commenti una come me? L’avete già capito sono monotonamente/monotematica. Così questo pomeriggio invernale mi è venuta voglia di raccontarvi ancora qualcosa su questo interessante episodio etimologico già esaurientemente argomentato da Matteo Nucci, grande firma che (come precisa L’Espresso) spiega perché in questo tempo di workaholic l’insegnamento finisce sempre all’ultimo banco.

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Questa l’immagine pubblicata sul sito dell’Espresso a corredo del pezzo etimologico di ambito scolastico.

Magari vi sono sfuggite queste righe, dunque se a nessuno dispiace vi tornerei sopra con poche-pochissime battute non tanto per parafrasare quanto per dire quanto i nostri alunni ci osservino increduli, talvolta, quando spieghiamo loro quale sia il ruolo dello studente nella società odierna. Penso di essere abbastanza titolata per inserirmi nel discorso. Lavoro a scuola a tempo DETERMINATO per osservare, studiare i fenomeni che accadono dentro le aule.

Cosa dite? Non so a voi, ma a me la parola scuola fa l’occhietto ogni santo giorno. Parliamo di scuola quotidianamente noi mamme coi figli alla primaria. Discutiamo regolarmente di scuola noi operatori impegnati. Ogni giorno. Come in battaglia, sul fronte occidentale.

Anche i miei alunni del Liceo ormai: “Prof anche oggi ci parla di scuola?

Perché, vi annoio?

”Ma no, quando mai… si figuri… a noi piace anche… cioè venirci nemmeno tanto, però…! Film sulla scuola, belli… ma anche… cioè… lasci perdere!”

Sì come a tavola. Vi sarà senz’altro capitato. I commensali, mentre mangiano, mentre divorano ravioli al sugo o cotolette impanate, non fanno altro che parlare di cibo, di ricette sfiziose, di future diete e digiuni prossimi. Ecco a scuola, mentre facciamo scuola, io parlo di scuola. Non posso farne a meno. Quindi quando ho avvistato questa breve dissertazione sul significato della parola a-noi-tanto-cara ho impostato subito un intervento nozionistico coi fiocchi fatto di dettato-lessico-comprensionedeltesto-commento-discussione. Durata due ore. Classe, Terza Liceo Artistico. 

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In effetti li ho colti di sorpresa. Ma prof non si fa il dettato così, a bruciapelo, su due piedi, senza preavviso, non appena rientrati dalle vacanze. Scrivere così tanto sul quaderno, non so, adesso ci verrà pure dolore al polso di primo mattino.

Il dettato inizia, perciò scrivete.

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Scuola. Sostantivo femminile derivato dal greco (σχολή) scholè, tempo libero, tempo dedicato allo svago, all’ozio, alle occupazioni piacevoli.

All’aggettivo LIBERO è partito il brusio di chi INCREDULO comprende ma dissente, alla parola OZIO associata con il lemma del giorno parte il chiacchiericcio di chi cosasentonolemieroecchie, al termine PIACEVOLE il cicaleccio del morto che parla, il suono del batti-ciglia di un risveglio intorpidito. T-E-M-P-O L-I-B-E-R-O???

Ma cosa è uno scherzo?

Ma quando è successo?

Beh, questo era il significato della parola nei tempi antichi quando i giovani si dedicavano allo studio per amore del sapere.

Proseguiamo sotto dettatura. …da Platone ad Aristotele, i greci antichi esaltarono con costanza e fermezza la scholè. Solo nel tempo libero dalle necessità materiali, ovvero dagli impegni decisivi a procacciarsi di che vivere, è possibile occuparsi della propria anima, costruire la propria personalità, ragionare, imparare, crescere (…).

Opposto al tempo libero della scholè stava dunque il lavoro (…) L’a-scholìa era il tempo necessario a produrre, il tempo del lavoro attraverso cui ci guadagniamo il pane.

Pensate un po’, ho detto loro. La vostra, dentro queste mura, dovrebbe essere un’attività di scholé, una mattinata piacevole fatta di ascolto, ragionamento, discussione. Ore SPENSIERATE per crescere.

La mia, nello stesso spazio, è attività di a-scholìa: di fatto ogni prof è pagato per stimolare il ragionamento, avviare una discussione. Passiamo tante ore insieme, noi e voi. Il vostro è tempo libero, perché non avete incombenze, scadenze, non percepite stipendio. Il mio tempo, invece, è carico di aspettative, svolgo l’attività di animatore culturale come in un simposio, ogni giorno un matinée pieno di personaggi letterari e figure retoriche. Tutto ciò io LO DEVO FARE PER LAVORO, OVVERO IN CAMBIO DELLE ORE CHE PIACEVOLMENTE PASSIAMO INSIEME, IO VENGO RETRIBUITA e qualcuno si aspetta di vedere i risultati.

Prosegue Nucci:
In un tempo dominato dallo spirito protestante del lavoro, del denaro e della produzione a ogni costo, un tempo in cui si è addirittura drogati di lavoro (workaholic) e incapaci di vivere il tempo libero, è facile capire perché la scuola venga sempre per ultima e semmai la si consideri come un semplice momento di preparazione al lavoro.

Ecco, ho provato un brivido. Come fa un operatore A-scholitico (scusate il neologismo) a essere davvero interessante, davvero motivato e credibile, davvero pronto ad animare di fatto la scholé per un uditorio stressato, tanto è alto il carico di tensione a fronte di verifiche e  interrogazioni che si susseguono di ora in ora, di prof in prof? Dov’è finito il piacere dell’ascolto? Ovvero dove si è celato se i nostri alunni non ci ascoltano più se impostiamo il lavoro in modo frontale e passivo ma soprattutto esclusivamente valutativo?

Ma dove stanno pure tutti quei contenuti formativi concreti che tanto promettiamo negli OPEN DAY (interessantissimi per carità) quando chiamiamo come sirene ammalianti i nostri futuri utenti cui promettiamo il sogno di un LAVORO CERTO, quando la generazione dei docenti oggi è composta in buona parte da precari come me che il lavoro CERTO non ce l’hanno a 46 anni suonati?

Il segreto vero sta proprio nel raccontare e raccontarci la verità usando il nostro senso critico, qualsiasi sia il tema nucleo delle nostre discussioni fra i banchi.

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Ecco perché spesso sono ipercritica nei confronti della realtà quotidiana vissuta nelle nostre aule. I ragazzi sono spesso vittime di un sistema che li vuole fermi e zitti. Via, compito in classe! Su, veloci, interrogazione. Ma se ci sediamo vicino a loro, in un circle time, come in un immaginario luogo dell’otium, forse la voglia di sapere può rifiorire.

Facciamo finta che ci siamo dati appuntamento qui, in quest’aula, ogni due tre giorni, INCONTRIAMOCI per parlare insieme di argomenti che sono certa non trattereste fuori dall’aula. Che so, nel parchetto qui accanto, coi vostri coetanei non parlereste mai, così, spontaneamente di poesia, che so di Dante, o di arte, per esempio di Parmigianino o dell’Umanesimo. Questo appuntamento ce lo diamo qui, in classe. Io propongo il periodo storico, o la corrente letteraria e voi dite la vostra. Perché (impegno a parte, che è sempre doveroso) se io faccio credere loro che studiare Ariosto serve per trovare un lavoro è chiaro che mi ridono in faccia. Questo lavoro non l’ho trovato nemmeno io che ho discusso tesi di dottorato sulle edizioni a stampa illustrate dell’Orlando Furioso undici anni fa!

Come in un gioco delle parti, dunque, l’adulto proporrà (come faccio spesso) uno dei suoi temi preferiti e i giovani lo discuteranno. Soprattutto, si entusiasmeranno se questo tema parla di giovani che finalmente capiranno perché vengono e devono venire a scuola. Otium, compreso.

 

 

 

 

 

 

GentilMente

Esiste solo un modo, a parer mio, per riuscire a comunicare, per connettersi con gli altri. E visto che in queste pagine (ovvero a scuola) ci occupiamo strettamente di altri – gli studenti – nel nostro lavoro è indispensabile porsi nella modalità gentile.

Prendo in prestito le parole di Cristina Milani che nel suo ultimo saggio “La forza nascosta della gentilezza” dice: (…) l’agire gentile è paragonato a un vecchio abito dismesso, passato di moda e quindi inutile se si vuol fare bella figura (…) il termine gentilezza è entrato in una profonda crisi d’identità.

L’ashtag gentilezza, in effetti, di questi tempi non ha molti followers.

In realtà la parola latina gentilis (colui che appartiene alla gens) si riferisce al concetto di gruppo, famiglia o specie. Anche il greco non si discosta molto da questo significato (cito sempre la Milani), legando il termine al concetto di “genia” (eugéneia, letteralmente “buona nascita”, di nobile stirpe) quindi un complesso di persone delle stesse origini.

Il termine sembra quindi rimandare al concetto di convivenza sociale. Col passare del tempo l’esperienza della vita comunitaria ci ha permesso di approssimare il termine a quei comportamenti che ci fanno stare bene insieme. La chiave di tutto a scuola è proprio lo stare bene insieme.

 

Stare bene in aula, coi compagni, con gli insegnanti che devono guidare il gruppo, impartire le nozioni, spiegare le parole difficili, interagire intelligentemente e con grande coscienza per trasmettere il sapere.

La gentilezza non è buona educazione e nemmeno un insieme di buone maniere, non è banalmente “cortesia”.

Tutti voi concorderete con me se dico che la scuola è una comunità. Io credo che all’interno di questa comunità ci si debba muovere per connessioni che creino benessere: unico modo per favorire l’ascolto è ascoltare, per determinare il miglioramento di chi ci guarda è essere empatici.

Guarda un po’, quando ho parlato di questo tema ai miei alunni di prima Liceo sono stati loro a creare la mappa descritta sulla lavagna.

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Sono stati sempre loro a inizio anno, quando abbiamo stilato il nostro patto di corresponsabilità, a chiedere che i prof siano GENTILI, EMPATICI e, naturalmente, PREPARATI.

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Fermo restando che “preparati” non significa solo esperti nella materia di insegnamento, ma anche in fatto di didattica, pedagogia e psicologia.

 

Per fare della gentilezza uno stile di vita di classe, come prima cosa, è necessario riabituarsi all’empatia e ai suoi meccanismi. La scuola ci impone ritmi frenetici: c’è il programma da portare avanti! La grande scusa. La grande ansia. Le relazioni umane tra docenti e discenti diventa superficiale. In spazi troppo ristretti, le interazioni non concedono spazio all’esercizio della gentilezza.  Invece, è utile provare a capire, mettersi nei panni degli altri (è più facile se davanti a noi chi ci ascolta è ancora immaturo). Siamo noi adulti, gli insegnanti, che dobbiamo cercare e creare la relazione giusta affinché il nostro uditorio ci apprezzi e ci ascolti davvero come nella famosa Warm Cognition.

Forse non tutti sanno che esistono i “neuroni specchio”, che si attivano per “imitazione”. Ed ecco sanati i conflitti a scuola.

Da poco ho sentito dire (e spero si sia trattato di una battuta) che i prof sono i NEMICI per antonomasia degli studenti. Non può esistere un alunno che apprezzi o si interessi a ciò che dice un insegnante. Non esiste se gli insegnanti continuano a comportarsi come dei tiranni talvolta aggressivi e intolleranti nei confronti degli alunni.

Eh, ma i ragazzi sono impazienti, maleducati, svogliati.

Certo talvolta mancano loro le istruzioni per stare bene in società. Quindi bisogna rinunciare alla possibilità che possano migliorare? La gentilezza (dice sempre la Milani) è come il software di un computer: se installato correttamente interagisce anche con gli altri programmi presenti sul pc. Io ritengo che una volta insegnato loro (con l’esempio) come vanno fatte le cose, come ci si comporta, il loro comportamento migliorerà e loro stessi ne trarranno grande beneficio fisico e mentale.

Infine, la gentilezza senza pazienza non si rivela. Gli insegnanti non devono mai perdere la CALMA. A volte i comportamenti sgarbati son dettati dalla fretta: in assenza del tempo necessario per conoscere davvero i nostri studenti e le loro argomentazioni ci spazientiamo. Quindi prestiamo più attenzione, più orecchio e scegliamo il sorriso che non è mai segnale di debolezza ma, anzi, di grande forza.

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Coraggio

Ci vuole coraggio per svolgere il mestiere di educatori oggi. Essere educatori, insegnanti, oggi, costa tanto. Tanta fatica.

Oggi. Una parola così attuale e così sfuggente. Oggi é adesso e domani non é più oggi, pur essendo presente prossimo.

Mi spiace dirlo, ma oggi sono arrabbiata. Non vorrei mai adirarmi pubblicamente. Eppure va così. Do pure, a malincuore, la zappa sui piedi alla categoria che attualmente rappresento temporaneamente. Lo faccio senza ritenermi esente da rimproveri.

Sono arrabbiata perché gli alunni che io riterrei validi, per voi validi non sono. Gli stessi ragazzi che io reputerei malleabili, per voi sono statici o, persino, immobili, incerti e gravemente irrecuperabili.

Le loro lacune incolmabili. I loro comportamenti inenarrabili.

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Sia chiaro. Non sono arrabbiata con nessuno in particolare (soprattutto non lo sono con gli alunni). Mai arrabbiarsi con gli alunni, sebbene non siano dei santi! È giusto esser severi, dire loro ciò che si pensa, soprattutto se qualcuno prende una pista sbagliata: quando ci si adira in classe, deve essere molto chiaro, si recita una parte. Fa parte del ruolo, del gioco delle parti. La parte di chi deve, necessariamente, riportare l’ordine, la disciplina, indicare la retta via e suggerire una giusta alternativa con piglio deciso e fermo. Ma mai prendersela sul serio. Chi si infuria, va in bestia, si esaspera in classe non otterrà mai risultati sperati. L’esasperazione non piace tanto ai ragazzi. Perché i giovani sono sensibili. Credo non piaccia a nessuno essere catalogati come i peggiori sulla piazza!

Infatti non ce l’ho coi piccoli, i medio, i medio-grandi. Ce l’ho con gli adulti. Ai piccoli, a mio avviso, è consentito sbagliare. Sbagliare è lecito, soprattutto quando le regole non sono chiare, le raccomandazioni sono troppe per cui si fa fatica a selezionare le più importanti, le essenziali. Se stai crescendo l’errare humanum est deve essere una priorità: sta a noi adulti trovare le soluzioni. Non vedo  perché mai svolgere questa delicata professione altrimenti. Chi non tollera gli errori deve cambiare lavoro. Perché questo non é il mestiere della gomma da cancellare, il mestiere della scolorina, ma il mestiere del Problem solving. Non é l’attività di chi “arrangiati”, di chi “non sai fare nulla” io non posso farci niente. Anziché focalizzare la nostra attenzione sulla condizione altrui, interroghiamoci sulla nostra soglia di tolleranza. Quante volte i docenti si interrogano sui propri fallimenti, analizzano le loro prestazioni, si domandano “Dove ho sbagliato?”.

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Sembra stia rigirando la frittata? È proprio così. La devo girare perché sul fronte é già stracotta. Bisogna avere il coraggio di dire a voce alta che anche noi adulti, preposti al ruolo di “direttori d’orchestra”, siamo capaci di stecche colossali.

La stecca è una nota stonata a scena aperta, una sbavatura, una macchia sul vestito di scena. La discordanza é evidentissima, eppure non la scorgiamo. A noi insegnanti pare di esser tanto “giusti”, tanto “perfetti”, tanto “coerenti” con le richieste ministeriali, tanto allineati coi propositi della morale scolastica. Sappiamo distinguere il bene dal male. Eppure, qualcosa non torna.  Qualcosa si annida fra i tasti neri e bianchi. I nostri alunni continuano a non comprendere, a non rispondere ai nostri input, a disattendere le nostre aspettative. Possibile che il problema sia insito negli studenti, tutto appannaggio del corpo studentesco?

 

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Come mai?

Non sarà forse che rispondiamo allo stereotipo di censore senza scrupoli, all’icona del castigamatti tout court, allo spauracchio senza cuore? Questononsidice, questononsifa? Ma poi, di fatto, le soluzioni non arrivano? Non é che forse forse diamo più importanza alla forma che alla sostanza, che uno shatush verde sia più significativo di un cervello sopraffino?

Sará, forse, che vogliamo scrivano-bene ma non gli abbiamo mai detto esattamente come si fa, o che parlino bene una lingua straniera senza mai aver dimostrato che colloquiare con un abitante di Timbuktu può essere persino esilarante?

E se per un giorno o due, ripensassimo alla nostra posizione di chihailcoltellodallapartedelmanico, di chi (giusto nelle aule scolastiche) ha il potere di fare il buonoecattivotempo, di quanti la cattedra è una barricata e ogni lezione si sta in trincea, e valorizzassimo le risorse umane disponibili? Non é che, forse, non siamo capaci di gestire queste potentissime risorse e contiamo sull’autonomia altrui, senza considerare che (forse) questi giovani ancora non sono affatto indipendenti? Certo per realizzare questo progetto ci vuole tanta pazienza. Gli ansiosi non dovrebbero scegliere questo mestiere. Non dovrebbero prendersi cura di piccoli uomini e donne in formazione.

Per ottenere i risultati sperati ci vogliono ci vuole tanto incoraggiamento. Perché nessuno é perfetto (chi sta in cattedra, in primis).

Non sempre siamo consapevoli della grazia poetica che ispira la formazione di certe parole, anche comuni. Il verbo insegnare è un esempio bellissimo di tale grazia.

Sappiamo che cosa significa: spiegare qualcosa, fornendo informazioni (come quando mi insegni un alfabeto) o mostrando con l’esempio (come quando mi insegni ad attaccare un bottone), al fine di fare apprendere una conoscenza o una capacità. Il respiro di quest’azione è molto vasto, spazia dalle nozioni più puntuali alle più generali condotte di vita, abbraccia l’esistenza umana dalla culla alla bara (umana e non solo), ma il suo cuore è invariabile – ed è questo cuore che l’etimo ci dipinge.

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Caro alunno il tuo compito é apprendere e il mio insegnare, ma soprattuto convincerti, comunicandoti che leggere e scrivere non solo é divertente ma, soprattutto, edificante e utile. Adeguato alla tua età, vantaggioso per il tuo futuro, favorevole per i tuoi prossimi rapporti interpersonali. Se io prima non comunico in modo efficace con te come posso insegnarti a leggere e scrivere a più livelli?

Se tu comprendi il mio messaggio, se tu capisci le mie raccomandazioni non solo andremo d’accordo ma tu, per primo, sarai in accordo con il mondo.

Lascio a voi proposte e propositi per migliorarci. Perché non può essere tutta una questione di valutazioni sul registro.

 

 

 

 

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