Il primo articolo non si scorda mai

Questo è il mio primo articolo.

Dopo il primo arriva subito il secondo.

 

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Fidati di me

Quando lavori nella scuola media inferiore, se ti viene affidata una classe prima, devi essere pronto a grandi sorprese, a fatti imprevedibili. Ogni volta è la prima volta. Accogliere un nuovo gruppo di studenti, abbracciarli con lo sguardo al tuo ingresso in aula significa aprire un nuovo capitolo della tua carriera, breve o lunga che sia. Di fronte a te tanti volti sconosciuti, occhi spalancati, sguardi attoniti. Quaderni intonsi, mani incerte. La prima volta che li vedi sono un’entità unica, un blocco compatto senza personalità. Non conosci i loro nomi, non sai cosa frulli nella loro testolina.

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“Buongiorno, benvenuti!”

In classe si sente aria di novità. Per i ragazzini si tratta di un’atmosfera strana, un misto di entusiasmo e speranza imbevuta di paura, ansia di non essere capaci, di essere fraintesi. I bambini sanno benissimo come funziona la scuola. Respirano l’ambiente scolastico da almeno cinque anni, se non da otto visto che ormai tutti frequentano la scuola materna. Tutti, grosso modo, sono scolarizzati, definizione per me sgradevole se al suo interno si cela lo stereotipo del bambino “ammaestrato”, “pronto al passaggio”, “ligio al dovere”, “ordinato”, “attento”, “controllato”, “zitto e fermo!”. Caratteristiche che piacciono tanto ai prof, modalità comportamentali che i prof prediligono. Chi non vorrebbe lavorare con un gruppo di alunni perfetti, muti, immobili, con uno zainetto bello pieno di contenuti da cui ripartire: lessico appropriato, certezze, competenze e conoscenze. Ciak si gira, si riparte da zero, uno zero che non può essere assoluto!

Le certezze del passato per i bambini svaniscono con il grembiule, che non c’è più, le sicurezze si volatilizzano con la maestra, che non c’è più. Da ora in poi si gioca meno. Forse da ora in poi si fa sul serio. Un’estate è troppo breve per dimenticare di essere stati fanciulli. In fondo troppo breve per credere di non esserlo più.

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Quando insegni alle scuole medie, e ti viene affidata una classe prima, senti spesso negli anditi un (r)umore di disapprovazione. Questo gruppo non è scolarizzato, che diamine avranno fatto gli insegnanti del primo ciclo? Avranno visto soltanto cartoni e film? Avranno fatto lavorare soltanto in gruppi? O fatto elaborare cartelloni? O allestire recite? Giornalini di istituto? Giochi di ruolo? O altre attività più o meno ludiche?

Io penso proprio il contrario. Penso che abbiano disegnato poco, usato poco le forbici, strappato poco la carta, che abbiano sfogliato pochi libri illustrati, visto pochi film, che abbiamo svolto poche attività di gruppo. Di sicuro non hanno assemblato un giornalino d’Istituto e nemmeno girato un cortometraggio su temi ambientali. Io credo che questi bambini, così “poco scolarizzati” siano stati piuttosto fermi sul banco, chini sul quaderno a scrivere scrivere scrivere, contare contare, niente gioco, solo regole su regole da rispettare magari con qualche subdola minaccia. Migliaia di compiti a casa. Insomma, in certi casi, anzichè amarla la scuola avranno iniziato a odiarla.

In prima media si ricomincia. Bisogna dirlo, la paura di sbagliare assale tutti, noi e loro. Perché se sei un insegnante che svolge molto seriamente la propria missione, il primo pensiero è: “Riuscirò a trasmettere la voglia di fare? Sarò in grado di supportarli per un anno intero senza traumi? Posso davvero accompagnarli in questa delicata fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza? Si fideranno di me?”.

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Non appena entri in classe si aspettano risultati, traguardi, voti. Basterà una forte iniezione di stimoli culturali? Di fronte a uno studente dal carattere esuberante, quello che i colleghi chiamano spesso “alunno non scolarizzato”, come comportarsi?

Lo studente deve inserirsi proficuamente nelle dinamiche della scuola e aderire alle sue finalità, collaborando attivamente per il loro raggiungimento. Ciò non è sempre scontato. Io ho potuto appurare che certi non sanno seguire una linea curva con le forbici: “Prof non ci riesco”. Fanno fatica a delineare sul foglio una sfera su cui tracciare meridiani e paralleli. “Sì, dai che ci riesci!”

Sia chiaro, le regole sono importanti anche per me.

La prima regola è “mai dire non ci riesco!” E chiaramente io son lì per incoraggiare.

Per questo i primi giorni ci mettiamo d’accordo ovvero stiliamo un patto che mi permetta di verificare e aggiornare quotidianamente il grado di impegno profuso, quantomeno nell’intenzione di migliorare il proprio temperamento o la propria concentrazione. Ognuno, nel suo percorso di crescita apprende fuori e dentro la scuola per diventare un individuo completo in grado di pensare ed agire.

Per questo, faccio quotidianamente la mia parte.

 

La prof mangiaerrori

Terminata la prima intensa settimana di lezioni, un saluto ai vecchi e un benvenuto ai nuovi alunni (insegnerò nella stessa scuola media inferiore dove insegno da ormai 4 anni, nel quartiere di Genneruxi a Cagliari), mi fermo a riflettere. Oohhhhmmmmmmdevoesserecalmacalmacalma…

Il mantra quotidiano è indispensabile quando la quotidianità della vita di classe inizia a trasformarsi in una concreta realtà. Se la calma è la virtù dei forti e crediamo ciecamente nel detto insegnare è curare, la pazienza deve necessariamente varcare la soglia dell’aula ed entrare di diritto nel lessico della vita scolastica.

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La parola pazienza, guarda caso, deriva dal latino pati = sopportare, soffrire, tollerare. Paziente è colui che tollera, sa sopportare una situazione sfavorevole, un’avversità, una provocazione, affronta una situazione complicata restando umano, rimandando la reazione immediata o rinunciando a reagire del tutto. In medicina il paziente è colui che soffre di una qualche patologia (termine che ha la stessa origine etimologica significando, appunto sofferenza, malattia).

Il corrispondente verbo greco è πάσχω (patire), πάσχειν (paskein) = provare, ricevere un’impressione, una sensazione (sia positiva, sia negativa), sopportare, soffrire, la cui radice è παθ- (latino: pat-). Dalla radice di questa parola greca abbiamo: πάθος (passione), ἀπάθεια (indolenza – tranquillità d’animo), συμπάθεια (consenso), ἀντιπάθεια (ripugnanza). Ragion per cui in italiano, oltre a pathos, apatia, simpatia e antipatia, troviamo pazienza, patologia e patologico.

Se torniamo all’idea che l’insegnamento sia una cura, il docente “come un medico” (non come un dottore, che manco a dirlo dottore è, se è un prof) somministra soluzioni per risolvere, salvare, aiutare con molta calma; affronta con serenità e sangue freddo ogni singolo caso che gli si presenti davanti. Certi casi sono molto difficili, altri molto semplici, certuni complessi, altri risolvibilissimi.

Passione e pazienza non sono sinonimi, ma hanno la stessa radice etimologica. Tant’è che senza passione la pazienza vacilla, ve lo dice una che di pazienza ne ha veramente poca ma sa controllarsi in pubblico.

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Così ho deciso che è ora di BASTA! Basta nervoso, basta stress, basta crearsi problemi inutili. Bisogna convincersi di essere un docentemangiaerrori.

Si fa così.

La mattina entri in classe. Sorridi, saluti. Vai alla cattedra. Poggi quei tre-quattrocento chili di libri illustrati sulla cattedra e duemila activity book. Chiedi ai tuoi gentili ascoltatori, accomodati nella solita postazione, di tenere cortesemente il volume della voce basso. Tutto ciò va chiesto mantenendo un volume della voce altrettanto basso, che resterà tale per tutte le ore di lezione in programma.

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Quando tutti quei deliziosi ragazzini parleranno tutti insieme, senza rispettare la semplice regola di sollevare la mano, per evitare che gli interventi da produttivi diventino caotici, tu penserai sono una profmangiaerrori – sono una profmangiaerrori e, sollevando la mano destra in segno di pace, per magia tutte le bocche si chiuderanno, gli studenti si quieteranno e tornerà l’ordine. Gli interventi saranno ripristinati nell’ordine che si conviene e la lezione giungerà al suo termine senza difficoltà alcuna.

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Quando alcuni di quei ragazzini scriveranno TAQQUINO o TACQUINO nella loro prova d’ingresso, tu penserai sono una profmangiaerrori sono una profmangiaerrori, scriverai una sola volta la parola taccuino alla lavagna ribadendo che non si tratta di un tacchino e che da quel momento in poi, saecula saeculorum amen, le due QQ abbinate si dovranno trovare solo nella parola SOQQUADRO e sebbene, poco usato, ma censito nel patrimonio delle parole italiane che hanno corso, anche in biqquadro, variante di bequadro, ovvero «segno del sistema moderno di notazione musicale, la cui funzione è di annullare l’effetto del bemolle e del diesis.

Gli errori piano piano entreranno dentro la profmangiaerrori che verso la fine dell’anno scolastico, data la pazienza inenarrabile e il mantra quotidiano, scoppierà lasciando tutti di sasso. BOOOOOOM.

Tutti la rimpiangeranno.

Condivido le parole di Pasolini il quale sa bene che il lavoro del maestro: “è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare da capo (…)Per fare studiare i ragazzi volentieri, entusiasmarli occorre ben altro che adottare un metodo più moderno e intelligente. Si tratta di sfumature, di sfumature rischiose ed emozionanti… Bisogna tener conto in concreto delle contraddizioni, dell’irrazionale e del puro vivente che è in noi… Può educare solo chi sa cosa significa amare”.

 

E se non si ha pazienza, aggiungo io, è meglio lasciar perdere.

 

 

 

Un grande ponte fatto di NIENTE

Quale papà, mamma, nonno, nonna, zio o zia non ha intervistato regolarmente i propri figli o nipoti durante l’anno scolastico?

Com’è andata oggi a scuola?

Cosa avete fatto coi maestri? [Coi prof?]

La risposta è uguale [credo] in quasi tutte le famiglie.

NIENTE

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Ma come è possibile, niente? Poco, niente o niente di niente? Fammi vedere lo zaino… Non sarà che mi nascondi qualcosa? Non sarà che questo/a insegnante è un/un’incapace? Non sarà che non sei stato bene attento/a? Non sarà che stavi dormendo? Non sarà che questi prof non sanno insegnare?

Non sarà, invece, che i nostri/vostri figli, bambini, studenti dopo 5 – 7 ore chiusi fra le quattro imponenti mura dell’istituto scolastico, sentono il bisogno di evadere? Hanno necessità di svuotare la memoria volatile? Ripulire le RAM? Rimuovere, almeno nelle prime due/tre ore a ridosso del rientro a casa, ciò che è successo in classe?

Difficile, davvero, credere che in tutte quelle ore fra i banchi non sia accaduto niente. Siamo adulti, siamo stati scolari e poniamo ai bambini/ragazzini la fatidica domanda. Ogni giorno. Se i nostri figli vanno alle medie, il quesito è lì, esposto da almeno otto anni (tre di materna, cinque di primaria). Tutti sanno, grosso modo, cosa succeda dentro un’aula. Di solito si scrive, si legge, si ascolta, si parla di storia, si disegna, si chiacchiera, si pasticcia il diario, si parla di geografia, si ride, si scherza, si sta seri, si fa la merenda, si cerca di parlare inglese, si esce per la ricreazione, si scambiano le occhiate coi compagni, ci si scambia le matite, si piega la carta, si stende la colla, si usa il temperalapis, si va in bagno, si va, si torna, si va di nuovo e nuovamente. Se scappa e se non scappa.

Davvero difficile presumere che in una intera mattinata non sia successo niente. Anche i contenuti più noiosi, indegni di nota, lezioni asfittiche, apparizioni e sparizioni di prof, che si succedono di ora in ora, sono fatti. Tutto questo andirivieni è qualcosa. Non si può credere davvero che in aula vi sia stato il nulla. La sola presenza di venti studenti compensa qualsiasi vuoto. Il vocìo, gli sguardi, le battute improvvisate sono tutto ciò che anima la scena scolastica. Le cose più interessanti, quelle che i nostri ragazzi non vogliono raccontare per paura che i genitori rimangano delusi, sono ciò che accade a scuola.

Ma noi no! Non ci arrendiamo. Vogliamo sapere, e sapere e sapere.

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Chiaramente chi sta fuori dalla scuola è curioso, interessato, ansioso di conoscere, sapere, indagare, consolare (se necessario), lodare, criticare, elogiare se tutto procede bene, demolire chi non convince e, infine, correre ai ripari se qualcosa va storto.

Mò, niente! D’altra parte chi c’è in classe eh, chi c’è? Mamma non c’è, papà a lavoro, nonna lontana, zio e zia non ti vedono mai. Figlio mio, qualcosa dovrai pur raccontarci! Ah ma ci vado io dal Preside, gliela faccio passare io la voglia di fare NIENTE a questi prof. fannulloni!

Non sarà che la lezione è sempre uguale a sè stessa. Stesso tono, stesso brodo, stessa solfa? Nessuna sorpresa, sempre lo stesso copione. Stesso schieramento. Noi i prof di qua, dietro la cattedra, loro gli alunni di fronte. Giusto, ognuno ha il suo ruolo.

Non sarà che noi i prof di qua dobbiamo iniziare a vivacizzare, a sorridere, a variare sul tema? Noi di quà, voi di là, voi di sopra, noi di sotto? Il mondo visto dai ragazzi è molto differente da quello che si aspettano gli adulti.

Intanto, saremmo già sulla buona strada se creassimo un PONTE. Urge dipanare il filo nascosto, trovare il trait d’union, allungare la stretta di mano fra scuola e famiglia sempre più necessaria di questi tempi. Io faccio di tutto per alimentare la fiducia reciproca. Ci provo, ecco.

I docenti chiedono quotidianamente una maggiore collaborazione alle famiglie. Una partecipazione attiva dei familiari nelle questioni scolastiche. Non si tratta della richiesta di un semplice supporto nello svolgimento dei compiti a casa!

NO! I compiti non sono per i genitori! Sia chiaro.

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E così le famiglie chiedono ai docenti più pazienza, maggiore attenzione e tatto. Sono esigenti coi loro figli ma soprattutto coi loro insegnanti. Voglio i Contenuti, pretendono che i Programmi (parola ormai impronunciabile perchè rimossi dal linguaggio ministeriale) vengano svolti per intero. Oggi esistono solo Indicazioni Nazionali o piani di studio personalizzati. Ogni studente è unico. Ognuno ha i suoi bisogni specifici. “Forse perché essere liberi è faticoso. Richiede coraggio, idee e la responsabilità di decidere. La possibilità di cambiare la scuola oggi esiste. Basta che presidi, insegnanti e studenti decidano di fare la fatica di essere liberi (Cit. Ludovico Arte).

Perché io, in seconda elementare, sapevo già le tabelline. E la mia maestra, in prima elementare, ci faceva scrivere in corsivo. E perchè io, in prima media, studiavo già il latino…

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E allora? Lo schema deve essere sempre per forza lo stesso?

Così “per dare il la”, visto che ho ripreso a lavorare anche quest’anno nelle scuole medie inferiori, ho deciso di iniziare l’anno scolastico proprio sviscerando questo tema. Il niente. Un po’ di niente che è un prodotto e si può acquistare come racconta questo bellissimo libro dal titolo “Niente” di Remy Charlip ed Eric Dekker, pubblicato nel 2007 da Orecchio Acerbo.

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Ho letto a voce alta l’esilarante racconto “Il tema” tratto dal volume di Bernard Friot, “Il mio mondo a testa in giù” edito da Il Castoro. Perché per poter scrivere qualcosa su un tema di lunedì, la domenica deve succedere qualcosa di veramente interessante!!

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Un bel niente che è una gran giornata tutt’altro che noiosa nel volume illustrato di Beatrice Alemagna “Un grande giorno di niente”, edito da Topipittori.

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Infine, propongo un bel volume utile a catalogare il niente intorno a noi come il nuovo  “The non-planner datebook” di Keri Smith, edito da Corraini. Un’agenda che non è un’agenda. Per raccontare cose da dimenticare, come tutto ciò che accade a scuola.

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E come questa bella paginetta compilata per benino, ieri abbiamo fatto il primo regalo alle famiglie. Un bel resoconto scritto di ciò che è accaduto.

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Così il mutismo è garantito e tutti sono felici e contenti del Niente fatto a scuola.

La scuola che vorrei è un laboratorio permanente

La scuola che vorrei è un laboratorio permanente, un’officina creativa, una fabbrica del pensiero, un workshop lungo nove mesi. Di fatto, una delicata gestazione (auspichiamo) lenta ed equilibrata, fatta di contenuti per l’arricchimento culturale, trame, sorprese, riflessioni, scoperte, amori, pagine, affinità elettive. Servono nove mesi per rinascere ogni volta a nuova vita, sia nel passaggio da una classe all’altra, sia da un ciclo di studi a un altro. Un continuum graduale, una sequenza diacronica di incubature. Un continuo confronto, un incessante mettersi alla prova, un ininterrotto patto inclusivo per tutti gli studenti. È il quotidiano: leggere, scrivere, contare, disegnare, ragionare, immaginare, raccontare, esercitarsi, sbagliare. La scuola è un atelier per la costruzione del sapere, per saper vivere e barcamenarsi (un giorno) con cognizione logico-scientifica fuori dalle mura degli istituti. Per strada, nel mondo.

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Nell’ambito più strettamente scientifico, il laboratorio è il luogo della ricerca, dei tentativi, delle prove per risolvere, di esperimenti atti al raggiungimento di obiettivi per l’uomo desideroso di immortalità, da sempre. Vale anche in cucina, fabbrica del gusto dove lo chef insiste nel mescolare ingredienti per estrarre il miglior sapore dai cibi dolci o salati. Eureka! La scuola è l’officina dell’alchimista dove si trasforma il piombo, ovvero ciò che è negativo, in oro. Provando e riprovando.

 

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Tutto questo labor paziente, assiduo, meticoloso, guidato dal docente deve necessariamente contemplare nel discente la possibilità di sbagliare.

Quando l’errore (quale condizione imprescindibile di innumerevoli tentativi utili al successo) è contemplato dal maestro nei processi di apprendimento per schiacciare gradualmente gli ostacoli, la scuola supera l’esame insieme a insegnanti e alunni. Non sto qui a ribadire quanto sia importante il qui pro quo nei processi di apprendimento, tanti sono gli esperti di Psicologia dello sviluppo e di Didattica dell’apprendimento a ribadirlo e quanto l’emotività influenzi i processi di acquisizione delle conoscenze. Non sono così esperta da saper sintetizzare in due parole i processi di cortocircuito emozionale interferenti con la capacità di memorizzazione, descritti perfettamente in questo video. Tuttavia ho sperimentato in classe che l’intelligere, inteso dai più come un flusso continuo di ascolto, passaggio di informazioni da fuori a dentro per l’alfabetizzazione, per essere durevole e trasformarsi in vero substrato e conoscenza, deve essere graduale ed equilibrata per quantità e qualità, ritmata come in un laboratorio scientifico dove i tentativi si moltiplicano e i risultati arrivano, sebbene molto lentamente, perché la ricerca della soluzione è ostacolata da mille variabili.

Vorrei la scuola come un laboratorio creativo, perché so cosa significhi stare in classe da 5 a 7 ore al giorno. Svegliarsi presto, prepararsi in fretta e furia, colazione turbo, essere puntuali, aprire lo zaino, estrarre i materiali da lavoro e si comincia. Essere freschi le prime ore e poi, via via, sempre più fiacchi fino al momento prima del pranzo e, ancora peggio, subito dopo pranzo, quando ancora c’è tempo per nuovi argomenti, temi ed esercizi.

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Vorrei la scuola come un workshop creativo perchè so pure cosa siano diventati gli incontri extrascolastici coi bambini di tutte le età, quelli liberi, senza orari, senza bacchetta, privi di cattedre e banchi, di distanze fra me e te. Parlo di quelli dei Festival letterari. Incontri con autori, illustratori, lettori, bibliotecari, educatori, danzatori, musicisti liberi, senza sovrastrutture, senza i SILENZIO! urlati. Ma anche dei campi estivi al mare o in montagna.

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Scendendo in spiaggia, impariamo la filastrocca.

A tavola, affamati, ripetiamo il proverbio.

Seduti sul prato, dipingiamo fogli bianchi.

Camminando nel bosco, cantiamo una canzone.

Sdraiati sui cuscini, ascoltiamo una storia.

Si tratta degli stessi utenti della scuola, eppure cambia il contesto cambia il processo catalizzante.

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E con questo elogio della lentezza, ricco di qualità ed esercizio costante, con il sorriso (che non è risata ma star bene in classe) auguro un anno scolastico proficuo ai colleghi e anche a me stessa.

Ricco di suoni-parole-visioni-risate, sebbene per la precaria non sia lecito sapere ancora quale grado di istruzione la aspetti.

Spero di essere, soprattutto, un buon catalizzatore, il cucchiaino che fa girare lo zucchero nella tazzina.

Dieci usi per una cattedra

Esistono tanti tipi di cattedre.

Ogni modello ha la giusta collocazione e utilità in classe.

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1) Retablo

Per i prof che amano la cattedra con predella. Più quest’ultima è rialzata più il docente si sente importante. Se istoriata con scene del primo canto della Divina Commedia, l’insegnante riesce a far apparire in classe Apollo e le Muse e, successivamente, recita versi a memoria superando Benigni, che è tutto dire! Dall’alto dei cieli, misticamente, impartisce la sua lectio magistralis con impegno, eleganza, usando linguaggio forbito. Frontale per antonomasia, gli astanti sbadigliano, boccheggiano, cercano con lo sguardo vie di fuga, fuori dalla finestra. Si impegna ma non convince: risulta poco coinvolgente. Voto 5.

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2) Barricata

La cattedra preferita dai prof “sono in classe non mi vedete?”. Questi professionisti dell’insegnamento pur amando il proprio mestiere, pur riponendo tutta la loro fiducia negli studenti (tanto da difenderli sempre nei consigli di classe), pur impiegando tutte le (ridottissime) energie rimaste, provano ad attirare l’attenzione dei ragazzi in tutti i modi ma questi ultimi non riescono proprio a stimarli. La cattedra serve per proteggersi dal lancio di palline di carta, aeroplanini e, talvolta, dagli insulti. La stima va conquistata passeggiando fra i banchi, ascoltando gli alunni, condividendo gioie e dolori a quattr’occhi. Mai mostrare le proprie debolezze. Voto 3.

3) Scivolo

Studiata per i docenti estrosi, per quelli che si donano anima e core, con vero slancio emotivo e intellettuale. In presenza di questo originalissimo mobile, di solito il prof si toglie le scarpe, sale sulla pedana e via, giù verso la platea. La cattedra è sicuramente posta molto in alto su una predella di almeno due metri. Occorre un’aula molto ampia. L’insegnante dopo il rito dell’atterraggio, cammina libero fra i banchi, si siede con gli alunni, aiuta quelli in difficoltà, sostiene quelli sicuri di sè. Quando la lezione è finita, il docente saluta affettuosamente e gli alunni applaudono. Creativa con stile. Voto 9.

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4) Scrivania

Non mancano le cattedre per i prof con il doppio lavoro. Studiata per i docenti di tecnologia o aspiranti scrittori. La cattedra-scrivania è l’ufficio ideale per chi deve recuperare tempo: ogni minuto è prezioso per aggiungere una parola al proprio romanzo in uscita o chiudere quel render in consegna. Utile per piazzarvi sopra il pc e ciao! Chi si è visto si è visto. Di solito questi prof, dove aver chiesto e ottenuto il silenzio, assegnano un’attività grafica o un componimento ai ragazzi. Così tutti lavorano, nessuno rompe e siamo tutti più contenti. Si produce, certo, ma senza anima. Voto 6

5) Paravento

Studiata soprattutto per le prof che non possono rinunciare alla minigonna. Quando la docente termina il suo monologo, senza aver avuto l’ascolto di nessuno, si alza per uscire e (d’amblèe) emersa dal separè, torna l’attenzione: soprattutto dei giovani adolescenti in piena tempesta ormonale. Anche l’occhio vuole la sua parte. Voto 7. (utile anche per quei docenti che siedono in maniera improponibile sul trono della cultura).

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Djembe

Per quei prof che “SILENZIO! BAAAm, BAAAAAM, BAAAAM!!”. Con il pugno chiuso, che nemmeno Petrus Boonekamp nelle migliori perfòrmance, o con la mano aperta, magari provvista di anello a fascia larga, fanno un casino infernale e gli alunni MUTI. Si consiglia un corso di ritmica prima dell’adozione per imparare il reggaeton o il ritmo trap che acchiappa. Per pochi, non per tutti.  Il silenzio e l’ascolto si ottengono con gentilezza, non con la forza. Voto 6 meno meno.

7) Espositore

Per le prof come me che portano libri illustrati in classe. la cattedra è un mero accessorio dell’aula, messa lì per esporre i volumi aperti e chiedere agli alunni, Dai votiamo, Quale leggiamo per primo? Questi docenti non si siedono mai, stanno sempre i piedi per ravvivare l’ambiente. Mai usare i tacchi, che può venire il mal di mare. Voto 9

8) Letto

Per i prof più depressi, quelli “ormai non ce la faccio più! Quando arriva la pensione?” È necessario, se si vuole stare davvero comodi, portare da casa un cuscino e una copertina. In effetti, qui non c’è bisogno della predella, anzi meglio anche le gambe del mobile vengono accorciate. Così a terra, sulla tavola dura e liscia, si risolvono anche quei problemini alla schiena. Voto (rrrrrrrroooonnnnnf) non classificato.

9) Botola

Questa più che una cattedra è un accessorio del pavimento dell’aula, sottostante il mobile. Ogni alunno è provvisto di telecomando e se il prof è noioso, non piace o urla troppo, schiacci un bottone, si apre la botola e CIAONE. Voto 9 per l’ingegno, 4 per la crudeltà.

10) Vacante

la cattedra vacante è quella che mi permette, ancora oggi, di lavorare. Sto in terza fascia e posso entrare in classe solo se manca un docente titolare. In fondo è molto comoda anche se non mi garantisce la continuità negli Istituti che mi arruolano via via. Svolgo il mio lavoro con entusiasmo e non ho bisogno nè di paraventi, nè di predelle istoriate. Non porto più minigonne, al massimo poggio il mio ipad sul bancone per far partire colonne sonore. Una sedia, per quando son stanca, mi basta.

AMEN.

 

On my own (lettera di fine anno agli alunni)

Cari Ragazzi,

questo lungo periodo trascorso insieme giunge al capolinea. Ci siamo incontrati per caso, a settembre. Parlo di sorte perché, come avete scoperto poco prima dell’inizio del secondo quadrimestre, occupo il posto di un altro insegnante: un professore, sì, il cui nome e cognome rimanda a un uomo che, per motivi poco importanti in questo contesto, non si è mai presentato nella vostra classe. In effetti, non ve l’ho detto subito. Non vi ho rivelato immediatamente questo segreto. No! Quando mai posso entrare in una classe dicendo: eccomi sono la “SUPPLENTE”.

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Non mi avreste presa sul serio.

La supplente? Ma come? Spiegava così bene! Ma quindi adesso ci lascerà?

NON SUBITO!

Ma com’è il prof che sta sostituendo? Mi avete chiesto più volte. Simpatico?

E che ne so! Io non lo conosco.

Lo so. Lo so. Voi immaginate un Iperuranio, un Parnaso, dove tutti i prof convivono, pranzano insieme, discutono: noi docenti e la SCUOLA siamo tutt’uno, una cosa sola.  I prof stanno coi prof e sanno vita, morte e miracoli di tutti gli operatori scolastici. Beh, vi rivelo un altro segreto: non è così! Conosco solo alcuni dei professori di lettere, i coetanei, quelli che hanno frequentato gli stessi corsi monografici in Facoltà. Gli altri, boh! Sono entrata in contatto solo coi colleghi degli istituti in cui ho prestato servizio. E comunque non potrei mai esprimermi su un collega, se è simpatico o meno. Possiamo discutere di me, se sono o meno simpatica, più o meno preparata. Ecco questo posso accettarlo. Sono qui, se volete esprimere un parere o un giudizio, anche una critica, sono pronta ad ascoltarvi.

A fine anno, si può finalmente dire com’è andata! Bene, male? Certo è dipeso da voi, se avete prestato attenzione, con impegno e concentrazione; ma anche da me, se sono stata sufficientemente chiara, gentile e paziente.

Evidentemente dovevamo incontrarci. La vita è fatta di incontri casuali. 

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Bello prof!

Vi ringrazio per avermi accolta con rispetto e affetto. Non è facile prendere il posto della Maestra delle elementari. Mi sono sentita inadeguata. Ho sentito il peso della responsabilità: seminare l’italiano, spiegare la storia e insegnare la geografia nella scuola media inferiore, dopo cinque anni di elementari. Ci ho provato. Sono stata, credo, paziente.

Scusate se qualche volta ho perso la pazienza e ho detto che N O N A V E V O MAAAAAAI AVUTO UNA CLASSE TANTO INDISCIPLINATA!

Son battute che scappano alle prof. Ma non l’ho mai pensato davvero. Certi giorni anche io sono arrivata a scuola stanca, magari di malumore. I pensieri sono come nuvole, vanno e vengono: anche noi prof vorremo pensare meno, non avere problemi. Ma voi lo sapete, no, ho anche una vita privata?

Si, prof lo capiamo. Anche mamma lavora. La mia insegna! E anche lei quando torna a casa è stanchissima e chiede che ci sia silenzio.

Bene iniziate da ora con il silenzio. Grazie!

Così posso cantarvi una canzone.

Una canzone prof?

(Cerco subito sul tablet la canzone di Nikka Costa, On my own.)

Trovo la base e inizio a cantare. C’è chi mi guarda incantato, chi incredulo. Chi ha lo sguardo pietrificato ma apprezza. Chi non capisce e ridacchia. Ma la canzone ve la canto tutta, fino alla fine.

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Poi, qualcuno mi chiede: Prof possiamo ascoltare “Perfect” di Ed Sheeran?

Certo, voi avete ascoltato me. Volentieri ascolto quello che vi piace. Parte la musica e anche la loro voce intona il testo. Voi non mi vedete, ma io mi giro verso il pc della classe per nascondere le lacrime, ricordando me stessa alla vostra età.

 

Capire vi fa paura, capire vi fa crescere. Gli anni passano. Tutto da soli, dovrete fare tutto da soli. Cose sempre più difficili: correre intorno a un albero, costruire una casa, guardare nello specchio o fuori dalla finestra, andare in autobus, sguazzare in una pozzanghera, leggere un libro. URLARE. Questo lo sapete fare benissimo.

A volte mi chiedo
chi sono, se vado bene
crederci è difficile.

Cerchiamo sempre di provare chi siamo
finchè apparirà il sole del mattino
che illumina tutte le paure.
Asciugo le lacrime che non ho mai mostrato,
magari posso non vincere ma non posso essere forte
qui fuori, tutto solo.

(Traduzione libera dal testo On my own).

 

Ciao, speriamo di rivederci!

Cineforum: un esperimento didattico a puntate con David Copperfield

Imparare con il Cineforum, garantisco si può. Conoscere i grandi classici della letteratura guardando un film: FATTO!

Per chiudere questo lungo anno scolastico ho scelto uno degli scrittori più eccentrici della produzione inglese, Charles Dickens, nella sua migliore scrittura di stampo autobiografico: David Copperfield. La riduzione cinematografica di un bestseller può incuriosire, emozionare, coinvolgere anche gli adolescenti più refrattari, i più allergici alla pagina scritta, alla letteratura consacrata. Chi nulla sa e mai ha sentito parlare di uno scrittore o di un testo composto più di centocinquant’anni fa, alla fine della proiezione conosce personaggi, trama, autore ed è in grado di esporre criticamente il suo pensiero sui fatti narrati. Anche quando le vicende sono accadute nel passato. Se poi la pellicola è a colori, siamo a cavallo. Nel caso in questione, quando l’Italia, in pieno del Risorgimento, ancora non aveva un’identità nazionale (concetto poco chiaro nonostante i lunghi approfondimenti ricorrenti su quest’ambito cronologico) il mondo era sicuramente in bianco e nero.

Più precisamente ho recuperato in Biblioteca ragazzi della Provincia di Cagliari l’edizione del regista ungherese Peter Medak (2000) e, a gran sorpresa, la sua proiezione ha suscitato emozioni contrastanti e davvero forti nei miei alunni di prima, seconda e terza media.

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Perché proprio Copperfield? Intanto il protagonista viene presentato da bambino e i nostri alunni hanno bisogno di immedesimarsi in un eroe (anche sfortunato) che gli somigli pur indossando abiti demodè; David si forma, come tanti piccoli oggi, con l’Homeschooling formazione domiciliare a tutti gli effetti, la sua tutrice è la madre fino ai nove anni; vive in una famiglia allargata, la mamma è vedova e si risposa con un uomo, Mr Murdstone, il quale porta in casa anche sua sorella. Il ragazzo, pur avendo un bel carattere, non ha vita facile: proprio non sembra meritare le minacce e le percosse del patrigno, avido e arcigno. Ed è proprio qui che l’insegnante deve intervenire per spiegare che in passato l’educazione passava anche attraverso queste maniere poco ortodosse. “La violenza gratuita non ci piace!” – “Non è giusto, David non lo merita! Picchiarlo in questo modo esagerato, perché? Solo perché ha sbagliato il compito di matematica?”.

Pubblicato su una rivista di proprietà dell’autore, a più riprese tra il 1849 e il 1850, con il titolo The Personal History, Adventures, Experience and Observation of David Copperfield the Younger of Blunderstone Rookery, which he never meant to publish on any account, io propongo il famoso romanzo vittoriano in versione cinematografica. Il testo ebbe un buon successo presso il lettore ottocentesco anche sotto il profilo visivo, infatti gli episodi furono illustrati da Hablot Knight Browne, maggiormente conosciuto con lo pseudonimo Phiz, principale traduttore in figure delle novelle dickensiane. Siamo di fronte, infatti, a un’opera letteraria che più di altre si presta alla visualizzazione.

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Copperfield è protagonista di eccentriche situazioni ambientate in Gran Bretagna durante la rivoluzione industriale, i cui risvolti economico sociali sono poco noti agli adolescenti italiani. Il suo profilo ci lascia di stucco: la sua vita è ben diversa da quella agiata del nostro quotidiano contemporaneo. Tristezza, ansia, risate, malinconia, incredulità. In certi momenti in classe si è scatenato un vero e proprio incontenibile “tifo da stadio”, tanto è stato il coinvolgimento nelle tragicomiche vicende di David. Attraverso una serie di flashback pieni di suspense, Dickenscom’è noto, racconta di un bambino dolcissimo e sfortunato, orfano di padre, successivamente privato anche della giovanissima madre, a causa delle angherie di un sinistro personaggio, Mr Murdstone accompagnato sempre da quella strega di sua sorella, fredda e crudele, con cui instaura in casa un clima di terrore. E così possiamo introdurre anche un tema per me molto importante: il maltrattamento dei minori.

Prof. Ma è assurdo! Prima perde il padre, poi la madre viene raggirata da questo tizio odioso, per non parlare della sorella che porta via loro le chiavi di casa. Ma stiamo scherzando, la loro casa!!! E la mamma di David non si ribella?”

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Certo, non hanno proprio idea di quanto l’intreccio sia importante per Dickens. Se non vi fossero tutti questi ostacoli, la trama avrebbe perso di efficacia insieme alla narrazione, validissima e di successo per gli incastri complessi fra i personaggi che si perdono di vista e poi si incontrano di nuovo per vivere situazioni inspiegabili.

“Ma prof non ho capito? Chi è questa Agnes? Dora, di chi è figlia? Continuo a confonderle. E questo strano tizio? Uriah Heep, quel viscido dal viso cadaverico che aspira alla mano di Agnes?“

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Illustration for Charles Dickens’s David Copperfield, third plate for November 1850 double-. Miss Betsey Trotwood came and looked in at the Rookery’s window

 

Purtroppo, la proiezione è lunga e dunque dobbiamo interrompere e riprendere successivamente. Esattamente come il lettore ottocentesco: gustò le puntate su venti fascicoli mensili (l’ultimo, secondo la consuetudine, doppio) dal maggio 1849 al novembre 1850; solo successivamente il testo fu riproposto in un volume con le illustrazioni di “Phiz”.

Per gli studenti sono stati, in particolare, più sconvolgenti i capitoli intitolati da Dickens:

Cado in disgrazia, Vengo mandato via di casa, Allargo la cerchia delle mie conoscenze.

Ai loro occhi David sembra davvero troppo piccolo per affrontare l’allontanamento forzato da casa. Ma quando, cresciuto, conosce l’amore, tutti si sciolgono e aspettano il bacio. Come in una telenovelas, tutta protesa verso la convenzione dello happy ending, possiamo cogliere in quest’opera le tracce di una profonda inquietudine giovanile, che i ragazzi hanno colto perfettamente,

 

 

 

 

In ascolto

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C’è una cosa che dobbiamo imparare a fare, tutti, piccoli e grandi, insegnanti e alunni: ASCOLTARE. Con estrema attenzione.

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Alla fine di un ennesimo anno scolastico da precaria, pieno di quotidiani originalissimi incontri all’insegna del “come facciamo oggi a trovare la concentrazione giusta?”, scopro che molte delle convinzioni sulla professione-docente che mi trovo per caso a svolgere hanno davvero bisogno di nuovi input su semplicissime questioni di relazione. Pensiamo sia facile trasmettere contenuti, entusiasmare gli animi, catturare l’attenzione e invece manca la rivoluzione vera: quella utile all’ascolto, senza ricatti, spontanea, reale. Una rivoluzione reciproca, che porti al dialogo. Fuori dal caos sonoro e dalla confusione delle idee. Se la scuola vuole riconquistare uno spazio utile, deve assolutamente riconquistare l’autorità, ascoltando tutti, sentendo tutti i partecipanti, prestando attenzione a chi, ogni giorno, chiede il nostro sguardo e il nostro supporto. Un ordinato botta e risposta. Nessuna chiusura ma apertura. Orecchie aperte. Curiosità. Ogni capriccio, disagio, malessere, risposta arrogante, pianto, risata, urla improvvisa è una richiesta di attenzione a cui non si può dare forfait facendo finta di niente.

Scrive un alunno.

Saper ascoltare non è così semplice. Perché quando uno parla, all’altro viene voglia di aggiungere la propria esperienza su quel fatto. Questo fenomeno capita spesso in classe: quando il professore parla, gli alunni vogliono a ogni costo dire qualcosa. Parlare su una persona non è educato e porta spesso a inutili litigi.  anche molto fastidio, mentre parli, che una persona si metta in mezzo per esprimere la sua opinione senza lasciarti finire la frase. Un difetto che hanno in molti è che quando uno parla loro non ascoltano, invece quando parlano vogliono essere ascoltati.

Penso che ascoltare sia importante ma lo è anche parlare.

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Ragiona sullo stesso tema anche un’alunna.

Ascoltare è veramente difficile: si tratta di un momento in silenzio. Chi non parla deve subire un discorso di chi si esprime. Io non ho molta difficoltà ad ascoltare. Per altre persone, invece, ogni scusa è buona per non farlo. Alcuni a scuola guardano il diario, lo pasticciano, scrivendo cose non aderenti alla lezione o parlano di continuo con il compagno di banco. Ascoltare ha lati positivi: impari qualcosa che prima non sapevi. Oppure puoi far parlare un tuo amico timido, facendogli del bene. A volte capita che, quando una persona parla, noi non capiamo niente di quello che dice, ma possiamo sempre chiedere di rispiegare.

Ascoltare vuol dire che può esprimersi solo chi parla; chi ascolta deve affrontare un momento di grande silenzio interiore. Quindi mettiamo alla prova noi stessi: bisogna imparare ad ascoltare.

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Infine, un’altra alunna.

Alcune persone non riescono a capire quand’è il momento di fare silenzio, di non distrarsi e di ascoltare. Anche io alcune volte mi distraggo ma la maggior parte del tempo, in classe, ascolto. Ascolto quello che dicono i professori e quello che dicono i miei compagni. Fare silenzio e ascoltare mi rilassa e mi fa sentire tranquilla. Consiglio a tutti: ogni tanto bisogna ascoltare.

 

Crescere, che fatica

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Ogni giorno, dalla cattedra, scruto i loro sguardi. A settembre “quei bambini” sembravano smarriti e incerti ma anche pronti, concentrati, controllati, quasi a disagio, seppure pieni di buoni propositi, di fronte a tutte le novità della scuola media inferiore. A fine maggio gli stessi occhi sono per certi aspetti più sicuri, sempre luminosi, svegli: occhi di ragazzini a proprio agio, in un contesto ormai diventato familiare, ma anche disillusi, stanchi e pronti per le meritate vacanze. Diversi hanno capito che stanno per lasciare l’infanzia: molti l’hanno pure scritto nel tema di fine anno.

Ma quando arriva il 10 giugno?

Nel frattempo si sono fatti le ossa, hanno capito fino a che punto possono “spingersi”, talvolta esagerano coi loro comportamenti. Sondano. Testano la tua pazienza. Possiamo affermare che non si tratti più di BRAVI BAMBINI? Beh, se li chiami ancora bambini si offendono. I miei giovani alunni stanno entrando, di fatto, nella prima adolescenza e si sentono ormai autorizzati (con un coraggio che a settembre era impensabile) a contestare anche la scuola, le sue modalità, le sue richieste ora, per loro, pretese. Quella scuola che prima era tutto un “MAESTRA, MAESTRA!” (baci e abbracci compresi) diventa, improvvisamente, con tutti i suoi componenti, antagonista. Luogo della noia. Gli studenti iniziano ad avere “in odio” quelle 5 (QUANDO NON SONO 7) ore di lezione. E con esse tutto il loro contenuto: banchi, storia, algebra, pareti dell’aula, prof di questo, prof di quell’altro, verifiche scritte, verifiche orali. Basta, che noia, che barba.

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Poiché, dice Vittorino Andreoli , nel gruppo di pari età tutti stanno vivendo lo stesso momento, quello della metamorfosi, TU, adulto preposto all’educazione emotiva e culturale dei giovani ti ritrovi (ogni anno allo stesso punto dell’anno) a dover “domare” una ventina di piccoli Gregor Samsa che si svegliano una mattina e si accorgono di avere il corpo di uno scarafaggio. Ora hanno le zampette e le antennine e (se sei quella specie cucaracha) pure le ali e non sanno più che cosa fare. Molti si sono dimostrati da subito alunni modello: educati, pazienti, gentili, diligenti. E continuano così, non si annoiano mai. Sembrano già maturi. Altri, giorno dopo giorno, adagiandosi sulle loro debolezze, hanno tirato fuori i lati più spinosi del loro carattere. Sono pronti a mostrarti originalissimi tratti della loro personalità, in sfida con la tua pazienza. Anche tu sei diventato parte di quella realtà. Tu sei parte di questo quotidiano mondo difficilissimo, in cui bisogna imparare a convivere. Piccoli coi piccoli, piccoli coi grandi. Ognuno ha il suo punto di vista diverso e tutti vogliono esprimerlo.

Ma tu sei lì. Solo per loro. Tu sei l’adulto. Sei già stato adolescente. Ma non lo sei più. Sei la loro guida e devi trasmettere loro un’importantissima capacità sociale: l’empatia, imprescindibile base per la convivenza.

Sarebbe bello, dunque, insegnare loro a LITIGARE BENE, a gestire le proprie emozioni. Avere alunni sempre felici è impossibile. Questo è un dato di fatto e noi insegnanti dobbiamo farcene una ragione. Dobbiamo, quindi, riuscire a trovare un metodo perché si immedesimino, trovando nel cinema e nella letteratura modelli in cui possano rispecchiarsi e confrontarsi.

Ecco perché a fine anno posso dire con gran soddisfazione che questi alunni, così difficili, così impegnativi coi loro gran bisogni di attenzione, ascoltano le parole se queste derivano dalla lettura. Trovano l’affetto, interesse, ciò che a loro piace. Perchè l’adolescente ha un enorme paura di rimanere da solo, di sentire il vuoto del silenzio. Prof, all’ultima ora, leggiamo un libro?

 

Certo! E il vuoto svanisce.

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