Il primo articolo non si scorda mai

Questo è il mio primo articolo.

Dopo il primo arriva subito il secondo.

 

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Senza dialogo la classe non può essere un laboratorio d’ascolto

Vestire l’abito austero e autorevole della prof consente all’altra me stessa (spirito creativo) di avere un punto di osservazione del mondo decisamente privilegiato. Rispetto a chi sta relegato fuori dalla quotidianità scolastica ritengo (checchè se ne dica) di avere i miei benefici: continuo a studiare, ad approfondire, a “fare ricerca”, a documentarmi, a raccogliere informazioni, a catalogare, a notare e annotare le differenze, a immaginare soluzioni raccogliendo esperienze irripetibili. Come dice Keri Smith, quando varco la soglia dell’aula assumo quotidianamente “pillole stimolatrici di esperienza casuali”. In barba ai più, ritengo che chi riveste il ruolo di docente non abbia affatto chiuso il cerchio della sua formazione. Ovvero chi sa, sa! e per chi sa, insegnare è una passeggiata!

Mi metto lì, davanti al mio pubblico, e recito la parte. Tanto ho studiato!

Entro in aula, chiedo il silenzio, “che ottengo senza resistenze”; chiedo l’attenzione, che “ottengo sempre senza alcuna resistenza”; procedo spedita sfogliando le pagine del manuale o dell’antologia e, sempre “senza alcuna resistenza” interrogo e metto un voto.

NO! Non funziona così! Questa è fantascienza, ve lo assicuro.

Tu che non sei mai più entrato in aula, non hai idea di cosa ci si debba inventare per ottenere il silenzio, avere i primi risultati positivi ma soprattutto conquistare la fiducia degli studenti.

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Bene o male, tutti hanno avuto o continuano ad avere legami con la scuola. La maggior parte degli adulti, però, non ha più avuto accesso agli ambienti di studio condivisi come le aule degli istituti. Si tratta per la gran massa di  rapporti “a distanza”: il ricordo ovattato della voce dei maestri, le risate tra compagni, il profumo dei quaderni, le note, i voti, le verifiche. Tutti siamo stati, nostro malgrado, volenti o nolenti, presenti! Se nel frattempo da studenti siamo diventati genitori, siamo di nuovo lì, davanti a quel cancello, a piangere il distacco dai figli, sin dal primo giorno della materna. L’aula, lasciatemelo dire, è un finestra sul mondo. Per chi rimane fuori è un luogo inaccessibile. Per me, che sono l’incaricata, significa entrare in contatto con menti fresche, che io chiamo spugne assorbenti e vi giuro che, se accetti la missione, può essere davvero divertente e interessante ma anche molto molto faticoso se ti aspetti di trovare un uditorio allineato, scolarizzato.

Chi sta fuori dalle aule da molto molto tempo, o segue a distanza (se genitore), inizia a non capire più cosa stia succedendo realmente ai nuovi cervelli della società odierna, quindi giudica “la scuola” senza sapere.

“Ma dove andremo a finire?! Questi giovani d’oggi, non sanno più esprimersi, sono indisciplinati, ascoltano musica inascoltabile! Son dei buoni a nulla!”

Ma se consideriamo la materia umana come entità viva (quale è), l’unico modo per comunicare con essa è instaurare un dialogo personale. Parlargli.

 

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Se poteste guardare anche voi cosa succede dentro le aule, che so, dal buco della serratura, potreste studiare e cercare di comprendere come me, da vicino, le nuove generazioni. Questo non è solo un grande privilegio ma anche un grande laboratorio di osservazione. Ogni giorno mappo le persone, studiando la posizione di certuni in relazione agli altri e a me stessa, registro esperienze con la curiosità per il dettaglio, l’osservazione attenta del singolo soggetto e dell’insieme come unità.

La classe è una fonte inesauribile di contenuti umani, un vero piccolo mondo di soluzioni alternative all’ascolto. Ingegneria della distrazione. Il banco (o il sotto banco) è una vera fucina creativa. Se come me foste insegnanti avreste il privilegio di scorgere poco sotto il tavolo tante manine che impastano senza sosta panetti di gomma pane (spesso suddivisi in tanti piccoli pezzi, uno per ogni vicino di banco) o di slime (accuratamente confezionati la sera prima al posto dello svolgimento degli esercizi di grammatica). L’astuccio è il fulcro di tutto. Dal suo interno vien fuori ogni ben di Dio. Se non contiene pezzettini di carta, ottenuti con minuscole fustellatrici, è senz’altro stracarico di striscioline ottenute dallo strappo di copertine di quaderni o diari, distrutti in pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico. Non è chiaro se la distruzione avvenga in segno di protesta per i troppi compiti o perchè ogni giorno che passa vada estirpato per convenzione: anche oggi è andata! I più creativi, riescono a trasformare l’intero diario in origami. Nelle loro bocche c’è di tutto: ormai non si masticano più chewing-gum, ma interi tappi di penne, cannucce residue, o interi serbatoi di inchiostro Biro, scoppiati non si sa come e perché. Ne scoppia almeno uno alla settimana. MISTERI! Le forbici diventano lame affilate con cui affettare ai minimi termini la gomma: i pezzetti potrebbero essere velocissime pallottole in caso di sparatoria con catapulte realizzate lì per lì.

“Posso andare in bagno?”

Proibire tutto questo lavorìo, questa produzione del banco-creativo, non funziona. Bisogna canalizzare queste energie, escogitare un modo per avere la loro attenzione senza perdere mai la pazienza, senza proibire ma, soprattutto, mantenendo la calma. Alla scuola Media è utilissimo, quando l’attenzione scema, dedicare qualche minuto a tematiche care ai ragazzi: parlare di cinema, manga o anime è tempo recuperato quando devi introdurre i regni romano-barbarici. Ogni volta che dedichiamo cinque minuti del nostro preziosissimo tempo per dire quale genere di musica ci piaccia, recuperiamo spazio di ascolto. Se stiamo per fare l’analisi grammaticale di un testo, basta discutere di argomenti cari ai giovani, utilizzando parte delle nostre ore curriculari per capire come il disagio incida sulle loro scelte. Se io ascolto TRAP, loro ascoltano più volentieri i Queen, De Andrè, Dante Alighieri, Ariosto, Beatles, Mozart. È uno scambio.

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Chiaramente per riuscire nel progetto di risoluzione dei problemi contingenti di attenzione, bisogna guardare le cose da tante angolazioni differenti. Allontanare la noia della quotidianità, trasformare gli errori in  valori. Cambiare la routine. Per fare ciò io di solito indosso “i magici occhialini della percezione potenziata”, per notare quei dettagli della vita quotidiana mai visti prima e rielaborarli cercando di percorrere strade nuove. Garantisco che chiamando in aiuto l’immaginazione si possono ottenere validissimi risultati. Oltre il nozionismo e le conoscenze rinchiuse nelle materie di studio c’è la possibilità di lavorare sul campo come un esploratore. Quindi mi documento, mi aggiorno, studio.

In questo momento storico, sono prof e mamma di una bimba che frequenta la primaria. Mai avrei pensato di potermi interessare di psicologia, di strategie didattiche quando mi sono iscritta alla facoltà di Lettere,  da cui sono uscita con una laurea nel giugno di quasi vent’anni fa senza avere idea di cosa significasse trasmettere i saperi.

Vi giuro che questo è il mestiere più difficile del mondo! Veni, vidi, vicit!

L’ultimo della classe

Oggi ho portato a scuola L’ultimo della classe albo del 2008. Il ritratto toccante del bimbo solo e arrabbiato con il mondo, uscito dalla penna di Alfredo Stoppa e delineato, in grande stile, dalla matita dell’amica Pia Valentinis, mi ha permesso di aggiungere un tassello al discorso su Scuola ieri, scuola oggi (evoluzione o involuzione) avviato diversi giorni fa con gli alunni della mia nuova classe prima.

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I miei piccoli studenti non sono affatto consapevoli di attraversare un sentiero a me molto caro. Non sono consci del fatto che con me saranno costretti a rielaborare alcune loro precedenti esperienze dirette, pilotati secondo il chiaro disegno di una perfida regista. Io ho un progetto molto definito e loro mi aiutano a esaudire uno dei miei 101 desideri: esplorare l’immaginario della vita fra i banchi, trasporre con le parole l’esperienza dei bambini all’interno dell’istituzione scolastica oggi, con uno sguardo al passato prossimo e remoto. Dirigo e loro recitano inconsapevolmente una parte. Rivedono loro stessi e si raccontano. Io dal podio e loro sul banchetto muovo i fili e loro rispondono che è una bellezza. Interpretazioni riuscitissime!

Spontaneamente, giuro, raccontano episodi e aneddoti della loro precedente esperienza scolastica con un occhio disincantato e contemporaneamente si aprono, acquistano fiducia nell’insegnante e iniziano a rasserenarsi. La mia è solo una strategia per cambiare la loro percezione di un contesto che tendenzialmente viene detestato. Non dicono apertamente ODIO LA SCUOLA, ma se imparano ad amare le attività che si svolgono dentro queste quattro mura, proseguiranno il loro percorso con maggiore entusiasmo e (forse) ameranno anche lo studio. Questo il mio vero unico obiettivo: portarli naturalmente alla curiosità verso le cose del mondo, perché questo in fondo è lo scopo dell’insegnante. La molla che fa scattare la passione per la conoscenza non può nascere spontaneamente, va stimolata. In tutti i modi.

Prima di leggere questo volume, come di consueto in prima, ho anzitutto estratto dalla borsa un film, I 400 colpi di Truffaut. Nel corso della proiezione l’immedesimazione è quasi scontata: Antoine Doinel suscita nei giovanissimi un misto di curiosità (ma prof Antoine fuma?), pietà (Prof, la mamma non è mai gentile con lui…), specularità (Prof, questo è successo pure a me… forse anche io sono un po’ Antoine Doinel) e disagio (In carcere, prof ma è terribile!).

Scrive un’alunna:

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Così quando il ragazzo corre, corre, corre, scappa e incontra il mare con lo sguardo anche i piccoli spettatori si sentono finalmente liberi, pur non comprendendo un finale sorprendente che non risolve, anzi, apre nuovi scenari anticipando un sequel.

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Quando oggi ho letto loro L’ultimo della classe, il nuovo protagonista letterario ha richiamato nelle loro menti il problematico Doinel. Antoine non conosce i videogiochi, perché è di un’epoca a loro troppo distante. Il videogioco è un pericoloso rifugio per il nostro ragazzo così come per loro. Vive le medesime esperienze: genitori assenti, emarginazione, incomprensioni, selettività nei rapporti coi pari, desiderio di fuga.

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Ho chiesto, dunque, se qualcuno si fosse mai sentito o abbia mai pensato di essere l’ultimo della classe o avesse sentito parlare di ultimi in classe. Roba assurda che fa pensare a una gara automobilistica.

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Qualcuno mi ha detto di sì. Che fino alla quarta elementare si sentiva l’ultimo, non era bravo e poi lo è diventato, grazie a delle esperte esterne alla scuola che l’hanno aiutato a ritrovare la fiducia in sè stesso: in quinta, finalmente, non era più ultimo.

E ora come va?

Benissimo prof!

Un compagno replica: Mai sottovalutarsi!

Son saltate fuori storie stranissime, di insegnanti severissimi. Ci può stare, la severità (io direi meglio l’autorevolezza), aiuta a organizzare il disordine.

Ma quando ho sentito una bambina dire che una delle regole della sua precedente esperienza scolastica è stata “QUI NON SI RIDE NE’ SI SORRIDE” mi è venuto un groppo in gola.

Sapete cosa vi dico, qui si ride. Si ride “con”, mai “di”. E si sorride. Perché per diventare primi bisogna essere allegri, sereni. Mai sciocchi nè ottusi. Si ride per ridere, per essere seri però.

Grazie prof.

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Le mani sono il nostro cervello

In questo momento del mio praticantato da prof di Lettere vivo una esperienza molto bella, sorprendente. Accolgo gli alunni di prima media mentre mia figlia frequenta la prima elementare.

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Il mio è un’osservatorio privilegiato. Vedo gli uni e l’altra: presto attenzione, ascolto gli umori e le difficoltà nella letto-scrittura degli undicenni e guardo ciò che fa la mia piccola, il suo esercizio quotidiano, quali sono le modalità di apprendimento della scrittura (cosa che avevo francamente rimosso, come ogni adulto del resto).
Apprezzo la lentezza con cui i maestri di Giulia propongono i grafemi e l’attenzione posta sulla grafo-motricità, a partire dalla prensione della matita.

 

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Difetto, quello dell’impugnatura scorretta, che alla lunga può creare difficoltà, abbandono della scrittura a mano, persino tendiniti. Lo studio del pianoforte insegna: se la diteggiatura non è perfetta i dolori giungono presto. Non possiamo essere tutti pianisti ma scrivere è una competenza democratica, tutti devono imparare a farlo.

 

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La scrittura viene molto prima della lettura e comprensione del testo ma può essere esercitata emettendo dei suoni.
Oggi mia figlia mi ha fatto vedere una tecnica, insegnatale dal suo maestro.
Per tutta la durata del grafema, per esempio la “U”, dal punto in alto a sinistra, giù per la curva e di nuovo in salita bisogna emettere il fonema UUUUUUUUU.

So che per voi queste sono quisquilie ma a me si è aperto un mondo. Mi chiedo quanti insegnanti (sicuramente sono tanti, ne conosco personalmente diversi presenti sui social) dedicano tutto questo tempo all’assimilazione delle letterine prediligendo anzitutto lo stampato e rimandando il corsivo al momento in cui i bambini sono davvero pronti, magari alla fine della prima elementare.

Tornando agli alunni di prima media: moltissimi detestano l’uso del corsivo, la scrittura veloce, quella che corre, appunto.
Non sarà che quelle lunghe intere frasi scritte alla lavagna in corsivo dagli insegnanti, lo scimmiottare dei piccolissimi (a volte in prima ci sono bimbi di 5 anni e tre mesi), l’ammaestramento che è solo copiare senza capire, senza interiorizzare, alla primaria, danneggia i nostri bambini sin dai primordi? Non sarà che l’autostima,  inconsciamente, viene meno non appena il bimbo si rende conto che scrivere è difficile? Difficilissimo, perchè è una competenza nuova. Non l’ha mai fatto prima e non si è esercitato mai a casa. Forse non ha mai giocato a disegnare, a strappare la carta, a incollarne pezzetti su un altro foglio o non ha mai impastato plastilina o farina per dolci. Insomma non hanno mai messo in moto la motricità fine.

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Chi lavora alle scuole Medie non può non conoscere questi aspetti così delicati.
Io ho una Laurea, una Specializzazione e un Dottorato di Ricerca, ma se non avessi una bambina di sei anni in casa, probabilmente, penserei ai miei alunni come degli inetti che non hanno voglia di scrivere una paginetta.

Come? Dopo soli 5 anni di esercizio scrittorio?

Ho chiesto sulla mia pagina FB di intervenire in merito a questo tema e le risposte sono stante interessanti. In particolare riporto quella di Michela Vandelli, esperta di processi di apprendimento.

Ti parlo della mia esperienza.
Sono tutor e lavoro coi bambini della primaria con difficoltà di apprendimento.
Molti di loro arrivano già con Diagnosi di Dsa. Ecco. Io mi concentro sul recupero delle abilità di base e sui prerequisiti . E ció che vedo è sconfortante.
Nessuna cura sull’ importanza dell’impugnatura che in prima elementare è già acquisita: è un’ abilità di competenza della scuola materna e si consolida verso i 4 anni. Quindi quando è scorretta è perche non si è data la giusta importanza alla prensione nella scuola dell’infanzia. Per fortuna è modificabile anche in prima elementare.
Ma sembra che non importi a nessuno.
Nessuna cura sulla programmazione motoria delle lettere, che hanno il loro verso e che determinano poi una scrittura fluente e poco faticosa; fondamentale poi la programmazione motoria del corsivo. Le lettere si attaccano con fatica se lasciamo scrivere i bambini copiando una immagine scritta da noi alla lavagna, è come dare una chitarra in mano e dire:” prova a copiarmi” , copiano come possono.
Il corsivo va insegnato con calma e attraverso il movimento. E va prima preparato con i pregrafismi per mesi e mesi, senza fretta. Abbinando attività che facciano maturare un buon gesto grafico. In ultimo, nessuna cura per quanto riguarda la corrispondenza grafema / fonema, si fanno spessissimo copiare i bambini dalla lavagna parole intere senza che sappiano cosa stiano facendo.
La sillaba, santa pazienza, quella roba meravigliosa che è il metodo fono sillabico che conduce i bambini direttamente dentro la parola.
Morto!
E le difficoltà aumentano…

Se avete un bimbo piccolo, fate attenzione a questi dettagli: potete contribuire a cambiare la loro futura vita di studenti.

Le mani sono il nostro cervello.

 

Com’é umano, lei…

I bambini, sia quelli provvisti di prerequisiti sia quelli per vari motivi privi di strumenti compensativi, sia quelli supportati dai genitori sia quelli che “lafamiglialiseguepoco”, sia quelli “ilmiomaestroèpreparato” sia quelli “lamiamaestranonsainsegnare”, sia quelli “lamiamaestraèdolce”, beato la mia è una strega, sin dall’ingresso alla scuola primaria sono sottoposti a forti stress. Ammettiamolo, il salto dalla scuola dell’infanzia alle elementari non è una passeggiata. Il giorno del debutto, nella mischia, c’è chi frigna. Chi piagnucola a settimana inoltrata. C’è chi “voglio mamma” un giorno sì e l’altro pure. Il passaggio dovrebbe essere soft e invece niente più, tuttigiùperterra: si sta come gli alunni, sui banchi, d’emblée: fermi e zitti. Le tracce delle loro ansie e delle loro paure si possono intravedere e capire se solo si presta abbastanza attenzione. La rivoluzione dello stare. Dopo l’evoluzione steso-guardoilsoffitto, ora-gattono, guarda-sto-in-piedi, è l’ora del SEDUTI! Cambiano le regole del gioco, spesso non si scherza affatto. Si sta più a lungo attaccati alla sedia, più tempo chini sul foglio, più amegliocchi-sonlalavagna. Si DEVE scrivere.  Così vogliono gli adulti incaricati della preparazione di base dei cittadini del futuro. Così vuole la SCUOLA. Il silenzio è fondamentale per l’apprendimento: la giusta concentrazione porta a ottimi risultati, sin dai primordi. Avete presente quei bambini calmi calmi, pacifici, naturalmente silenziosi, non parlo di mummie egiziane, sempre in ascolto, sempre attenti… ecco questi sono gli alunni ideali, quelli che commuovono, che sorprendono gli insegnanti. Seguono dal primo momento che è una bellezza. Io questi li chiamo bambini-fantasma, poverini, perchè nessun altro è così naturalmente portato all’ascolto, attitudinalmente orientato all’autocontrollo e così nella marmaglia dei chiassosi, nel gruppo spariscono, ingoiati dal fracasso. I bambini generalmente vogliono muoversi, vogliono dire tante cose, vogliono esprimersi. I bambini vogliono tante cose che, ahimè, non possono più fare. Almeno non a scuola.

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Tutti quei bimbi mai-un-NO!, tutti quelli a-casanon-mi-ascolta-nessuno affollano le nostre classi, quelli tutto-il-giorno-davanti-a-uno-schermo riempiono le nostre aule. E così, sempre più spesso (vale anche per la secondaria di primo grado) diventa sempre più complicato catturare la loro attenzione, convincerli ad ascoltare, convincerli che venire a scuola è non solo importante ma anche bello! sì, proprio così, bello. Imparare è bello, sapere è bello, conoscere e condividere momenti importanti coi compagni è bello, pure leggere è bellissimo ma non perchè lo dice l’insegnante, no. È bello se l’insegnante è capace di trasformare tutto questo impegno (inevitabile per crescere, per capire, per apprendere) in qualcosa di meravigliosamente interessante e, perchè no, anche divertente e coinvolgente.

Diciamolo pure, l’insegnante non è un clown e nemmeno un baby sitter, ma deve avere doti di affabulatore e deve anche essere empatico. Pure simpatico. Severo, assolutamente autorevole, dimostrare di essere preparato, equo e inflessibile, se serve, ma deve essere umano. L’espressione “Com’è umano, lei…“* non si può sentire in classe: l’umanità non deve essere l’eccezione a scuola ma la norma.

Lo stare insieme nello stesso ambiente per tante ore, chiama inevitabilmente comportamenti errati o scorretti da parte degli alunni ma anche i docenti non sono infallibili: se non ci si mette d’accordo sulle regole di convivenza si rischia di chiedere il silenzio URLANDO, di chiedere l’ordine MINACCIANDO LA NOTA o la CONVOCAZIONE DEI GENITORI ogni due minuti. Le tirate d’orecchio sono utili ma devono essere limitate a situazioni davvero gravi. Oltre alle regole, non devono mancare gli spazi e i tempi per raccontare i nostri stato d’animo: promuovere l’autostima inviando messaggi di fiducia nelle loro capacità, accogliendo le loro paure e difficoltà. Sospendere il giudizio promuovendo le famose strategie di problem solving.

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Perciò, visto che nelle classi ci sono bambini perfetti e perfettibili in ingresso sia alla primaria sia alla secondaria di primo grado è molto importante stimolare i bambini al confronto. Le loro emozioni sono forti, ansia, paura, gioia. È vero ci fanno arrabbiare, ma non smettiamo mai di volergli bene.

Così ieri ho deciso di inaugurare uno spazio per i miei alunni. Si chiama “Il Quaderno collettivo” e non è altro che un quaderno intonso, un taccuino viaggiatore, un diario di bordo su cui annotare, scarabocchiare, scrivere pensieri. Di zaino in zaino, raccoglieremo le nostre impressioni sul mondo, sulla scuola, sulle nostre emozioni fuori e dentro l’aula.

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Abbiamo iniziato con un semplice stimolo: Sto bene a scuola quando…

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Prime pagine riempite! ❤️❤️ messaggi semplici, necessità oggettive nel passaggio dalla primaria alla secondaria di primo grado: diritto all’amicizia, al gioco, momenti di allegria e di silenzio, tanto movimento, giuste pause. Prof gentili e tolleranti. Zero rabbia!

 

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Il Quaderno collettivo é un’attività importante: ho promesso, senza giudizi e senza voti!
Si valuta l’impegno e il rispetto per il prezioso quadernino.

E per chiudere rubo le bellissime parole di Giusi Quarenghi (da Ascolta. Salmi per piccole voci, Topipittori) … Fammi tornare a essere contento. Non occuparti di me solo quando sbaglio, dimentica i miei errori, e non ci saranno più (…). 

Pensa che posso farcela e ce la farò (…)

Ce la fanno di sicuro!

 

celebre frase pronunciata sia da Giandomenico Fracchia (alias Paolo Villaggio) e riproposta, come un tormentone al cinema (poi in tv), dal ragionier Fantozzi ogni qual volta il Mega_direttore_galattico concede la grazia al suo sottoposto.

Fidati di me

Quando lavori nella scuola media inferiore, se ti viene affidata una classe prima, devi essere pronto a grandi sorprese, a fatti imprevedibili. Ogni volta è la prima volta. Accogliere un nuovo gruppo di studenti, abbracciarli con lo sguardo al tuo ingresso in aula significa aprire un nuovo capitolo della tua carriera, breve o lunga che sia. Di fronte a te tanti volti sconosciuti, occhi spalancati, sguardi attoniti. Quaderni intonsi, mani incerte. La prima volta che li vedi sono un’entità unica, un blocco compatto senza personalità. Non conosci i loro nomi, non sai cosa frulli nella loro testolina.

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“Buongiorno, benvenuti!”

In classe si sente aria di novità. Per i ragazzini si tratta di un’atmosfera strana, un misto di entusiasmo e speranza imbevuta di paura, ansia di non essere capaci, di essere fraintesi. I bambini sanno benissimo come funziona la scuola. Respirano l’ambiente scolastico da almeno cinque anni, se non da otto visto che ormai tutti frequentano la scuola materna. Tutti, grosso modo, sono scolarizzati, definizione per me sgradevole se al suo interno si cela lo stereotipo del bambino “ammaestrato”, “pronto al passaggio”, “ligio al dovere”, “ordinato”, “attento”, “controllato”, “zitto e fermo!”. Caratteristiche che piacciono tanto ai prof, modalità comportamentali che i prof prediligono. Chi non vorrebbe lavorare con un gruppo di alunni perfetti, muti, immobili, con uno zainetto bello pieno di contenuti da cui ripartire: lessico appropriato, certezze, competenze e conoscenze. Ciak si gira, si riparte da zero, uno zero che non può essere assoluto!

Le certezze del passato per i bambini svaniscono con il grembiule, che non c’è più, le sicurezze si volatilizzano con la maestra, che non c’è più. Da ora in poi si gioca meno. Forse da ora in poi si fa sul serio. Un’estate è troppo breve per dimenticare di essere stati fanciulli. In fondo troppo breve per credere di non esserlo più.

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Quando insegni alle scuole medie, e ti viene affidata una classe prima, senti spesso negli anditi un (r)umore di disapprovazione. Questo gruppo non è scolarizzato, che diamine avranno fatto gli insegnanti del primo ciclo? Avranno visto soltanto cartoni e film? Avranno fatto lavorare soltanto in gruppi? O fatto elaborare cartelloni? O allestire recite? Giornalini di istituto? Giochi di ruolo? O altre attività più o meno ludiche?

Io penso proprio il contrario. Penso che abbiano disegnato poco, usato poco le forbici, strappato poco la carta, che abbiano sfogliato pochi libri illustrati, visto pochi film, che abbiamo svolto poche attività di gruppo. Di sicuro non hanno assemblato un giornalino d’Istituto e nemmeno girato un cortometraggio su temi ambientali. Io credo che questi bambini, così “poco scolarizzati” siano stati piuttosto fermi sul banco, chini sul quaderno a scrivere scrivere scrivere, contare contare, niente gioco, solo regole su regole da rispettare magari con qualche subdola minaccia. Migliaia di compiti a casa. Insomma, in certi casi, anzichè amarla la scuola avranno iniziato a odiarla.

In prima media si ricomincia. Bisogna dirlo, la paura di sbagliare assale tutti, noi e loro. Perché se sei un insegnante che svolge molto seriamente la propria missione, il primo pensiero è: “Riuscirò a trasmettere la voglia di fare? Sarò in grado di supportarli per un anno intero senza traumi? Posso davvero accompagnarli in questa delicata fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza? Si fideranno di me?”.

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Non appena entri in classe si aspettano risultati, traguardi, voti. Basterà una forte iniezione di stimoli culturali? Di fronte a uno studente dal carattere esuberante, quello che i colleghi chiamano spesso “alunno non scolarizzato”, come comportarsi?

Lo studente deve inserirsi proficuamente nelle dinamiche della scuola e aderire alle sue finalità, collaborando attivamente per il loro raggiungimento. Ciò non è sempre scontato. Io ho potuto appurare che certi non sanno seguire una linea curva con le forbici: “Prof non ci riesco”. Fanno fatica a delineare sul foglio una sfera su cui tracciare meridiani e paralleli. “Sì, dai che ci riesci!”

Sia chiaro, le regole sono importanti anche per me.

La prima regola è “mai dire non ci riesco!” E chiaramente io son lì per incoraggiare.

Per questo i primi giorni ci mettiamo d’accordo ovvero stiliamo un patto che mi permetta di verificare e aggiornare quotidianamente il grado di impegno profuso, quantomeno nell’intenzione di migliorare il proprio temperamento o la propria concentrazione. Ognuno, nel suo percorso di crescita apprende fuori e dentro la scuola per diventare un individuo completo in grado di pensare ed agire.

Per questo, faccio quotidianamente la mia parte.

 

La prof mangiaerrori

Terminata la prima intensa settimana di lezioni, un saluto ai vecchi e un benvenuto ai nuovi alunni (insegnerò nella stessa scuola media inferiore dove insegno da ormai 4 anni, nel quartiere di Genneruxi a Cagliari), mi fermo a riflettere. Oohhhhmmmmmmdevoesserecalmacalmacalma…

Il mantra quotidiano è indispensabile quando la quotidianità della vita di classe inizia a trasformarsi in una concreta realtà. Se la calma è la virtù dei forti e crediamo ciecamente nel detto insegnare è curare, la pazienza deve necessariamente varcare la soglia dell’aula ed entrare di diritto nel lessico della vita scolastica.

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La parola pazienza, guarda caso, deriva dal latino pati = sopportare, soffrire, tollerare. Paziente è colui che tollera, sa sopportare una situazione sfavorevole, un’avversità, una provocazione, affronta una situazione complicata restando umano, rimandando la reazione immediata o rinunciando a reagire del tutto. In medicina il paziente è colui che soffre di una qualche patologia (termine che ha la stessa origine etimologica significando, appunto sofferenza, malattia).

Il corrispondente verbo greco è πάσχω (patire), πάσχειν (paskein) = provare, ricevere un’impressione, una sensazione (sia positiva, sia negativa), sopportare, soffrire, la cui radice è παθ- (latino: pat-). Dalla radice di questa parola greca abbiamo: πάθος (passione), ἀπάθεια (indolenza – tranquillità d’animo), συμπάθεια (consenso), ἀντιπάθεια (ripugnanza). Ragion per cui in italiano, oltre a pathos, apatia, simpatia e antipatia, troviamo pazienza, patologia e patologico.

Se torniamo all’idea che l’insegnamento sia una cura, il docente “come un medico” (non come un dottore, che manco a dirlo dottore è, se è un prof) somministra soluzioni per risolvere, salvare, aiutare con molta calma; affronta con serenità e sangue freddo ogni singolo caso che gli si presenti davanti. Certi casi sono molto difficili, altri molto semplici, certuni complessi, altri risolvibilissimi.

Passione e pazienza non sono sinonimi, ma hanno la stessa radice etimologica. Tant’è che senza passione la pazienza vacilla, ve lo dice una che di pazienza ne ha veramente poca ma sa controllarsi in pubblico.

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Così ho deciso che è ora di BASTA! Basta nervoso, basta stress, basta crearsi problemi inutili. Bisogna convincersi di essere un docentemangiaerrori.

Si fa così.

La mattina entri in classe. Sorridi, saluti. Vai alla cattedra. Poggi quei tre-quattrocento chili di libri illustrati sulla cattedra e duemila activity book. Chiedi ai tuoi gentili ascoltatori, accomodati nella solita postazione, di tenere cortesemente il volume della voce basso. Tutto ciò va chiesto mantenendo un volume della voce altrettanto basso, che resterà tale per tutte le ore di lezione in programma.

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Quando tutti quei deliziosi ragazzini parleranno tutti insieme, senza rispettare la semplice regola di sollevare la mano, per evitare che gli interventi da produttivi diventino caotici, tu penserai sono una profmangiaerrori – sono una profmangiaerrori e, sollevando la mano destra in segno di pace, per magia tutte le bocche si chiuderanno, gli studenti si quieteranno e tornerà l’ordine. Gli interventi saranno ripristinati nell’ordine che si conviene e la lezione giungerà al suo termine senza difficoltà alcuna.

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Quando alcuni di quei ragazzini scriveranno TAQQUINO o TACQUINO nella loro prova d’ingresso, tu penserai sono una profmangiaerrori sono una profmangiaerrori, scriverai una sola volta la parola taccuino alla lavagna ribadendo che non si tratta di un tacchino e che da quel momento in poi, saecula saeculorum amen, le due QQ abbinate si dovranno trovare solo nella parola SOQQUADRO e sebbene, poco usato, ma censito nel patrimonio delle parole italiane che hanno corso, anche in biqquadro, variante di bequadro, ovvero «segno del sistema moderno di notazione musicale, la cui funzione è di annullare l’effetto del bemolle e del diesis.

Gli errori piano piano entreranno dentro la profmangiaerrori che verso la fine dell’anno scolastico, data la pazienza inenarrabile e il mantra quotidiano, scoppierà lasciando tutti di sasso. BOOOOOOM.

Tutti la rimpiangeranno.

Condivido le parole di Pasolini il quale sa bene che il lavoro del maestro: “è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare da capo (…)Per fare studiare i ragazzi volentieri, entusiasmarli occorre ben altro che adottare un metodo più moderno e intelligente. Si tratta di sfumature, di sfumature rischiose ed emozionanti… Bisogna tener conto in concreto delle contraddizioni, dell’irrazionale e del puro vivente che è in noi… Può educare solo chi sa cosa significa amare”.

 

E se non si ha pazienza, aggiungo io, è meglio lasciar perdere.

 

NON-Planner datebook, Keri Smith, Corraini

Il mio mondo a testa in giù, Bernard Friot, Il Castoro

Poesie naturali, Alessandra Berardi Arrigoni, Topipittori

Se saprei scrivere bene, Mittino e Ferrara, Coccole Books

 

Un grande ponte fatto di NIENTE

Quale papà, mamma, nonno, nonna, zio o zia non ha intervistato regolarmente i propri figli o nipoti durante l’anno scolastico?

Com’è andata oggi a scuola?

Cosa avete fatto coi maestri? [Coi prof?]

La risposta è uguale [credo] in quasi tutte le famiglie.

NIENTE

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Ma come è possibile, niente? Poco, niente o niente di niente? Fammi vedere lo zaino… Non sarà che mi nascondi qualcosa? Non sarà che questo/a insegnante è un/un’incapace? Non sarà che non sei stato bene attento/a? Non sarà che stavi dormendo? Non sarà che questi prof non sanno insegnare?

Non sarà, invece, che i nostri/vostri figli, bambini, studenti dopo 5 – 7 ore chiusi fra le quattro imponenti mura dell’istituto scolastico, sentono il bisogno di evadere? Hanno necessità di svuotare la memoria volatile? Ripulire le RAM? Rimuovere, almeno nelle prime due/tre ore a ridosso del rientro a casa, ciò che è successo in classe?

Difficile, davvero, credere che in tutte quelle ore fra i banchi non sia accaduto niente. Siamo adulti, siamo stati scolari e poniamo ai bambini/ragazzini la fatidica domanda. Ogni giorno. Se i nostri figli vanno alle medie, il quesito è lì, esposto da almeno otto anni (tre di materna, cinque di primaria). Tutti sanno, grosso modo, cosa succeda dentro un’aula. Di solito si scrive, si legge, si ascolta, si parla di storia, si disegna, si chiacchiera, si pasticcia il diario, si parla di geografia, si ride, si scherza, si sta seri, si fa la merenda, si cerca di parlare inglese, si esce per la ricreazione, si scambiano le occhiate coi compagni, ci si scambia le matite, si piega la carta, si stende la colla, si usa il temperalapis, si va in bagno, si va, si torna, si va di nuovo e nuovamente. Se scappa e se non scappa.

Davvero difficile presumere che in una intera mattinata non sia successo niente. Anche i contenuti più noiosi, indegni di nota, lezioni asfittiche, apparizioni e sparizioni di prof, che si succedono di ora in ora, sono fatti. Tutto questo andirivieni è qualcosa. Non si può credere davvero che in aula vi sia stato il nulla. La sola presenza di venti studenti compensa qualsiasi vuoto. Il vocìo, gli sguardi, le battute improvvisate sono tutto ciò che anima la scena scolastica. Le cose più interessanti, quelle che i nostri ragazzi non vogliono raccontare per paura che i genitori rimangano delusi, sono ciò che accade a scuola.

Ma noi no! Non ci arrendiamo. Vogliamo sapere, e sapere e sapere.

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Chiaramente chi sta fuori dalla scuola è curioso, interessato, ansioso di conoscere, sapere, indagare, consolare (se necessario), lodare, criticare, elogiare se tutto procede bene, demolire chi non convince e, infine, correre ai ripari se qualcosa va storto.

Mò, niente! D’altra parte chi c’è in classe eh, chi c’è? Mamma non c’è, papà a lavoro, nonna lontana, zio e zia non ti vedono mai. Figlio mio, qualcosa dovrai pur raccontarci! Ah ma ci vado io dal Preside, gliela faccio passare io la voglia di fare NIENTE a questi prof. fannulloni!

Non sarà che la lezione è sempre uguale a sè stessa. Stesso tono, stesso brodo, stessa solfa? Nessuna sorpresa, sempre lo stesso copione. Stesso schieramento. Noi i prof di qua, dietro la cattedra, loro gli alunni di fronte. Giusto, ognuno ha il suo ruolo.

Non sarà che noi i prof di qua dobbiamo iniziare a vivacizzare, a sorridere, a variare sul tema? Noi di quà, voi di là, voi di sopra, noi di sotto? Il mondo visto dai ragazzi è molto differente da quello che si aspettano gli adulti.

Intanto, saremmo già sulla buona strada se creassimo un PONTE. Urge dipanare il filo nascosto, trovare il trait d’union, allungare la stretta di mano fra scuola e famiglia sempre più necessaria di questi tempi. Io faccio di tutto per alimentare la fiducia reciproca. Ci provo, ecco.

I docenti chiedono quotidianamente una maggiore collaborazione alle famiglie. Una partecipazione attiva dei familiari nelle questioni scolastiche. Non si tratta della richiesta di un semplice supporto nello svolgimento dei compiti a casa!

NO! I compiti non sono per i genitori! Sia chiaro.

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E così le famiglie chiedono ai docenti più pazienza, maggiore attenzione e tatto. Sono esigenti coi loro figli ma soprattutto coi loro insegnanti. Voglio i Contenuti, pretendono che i Programmi (parola ormai impronunciabile perchè rimossi dal linguaggio ministeriale) vengano svolti per intero. Oggi esistono solo Indicazioni Nazionali o piani di studio personalizzati. Ogni studente è unico. Ognuno ha i suoi bisogni specifici. “Forse perché essere liberi è faticoso. Richiede coraggio, idee e la responsabilità di decidere. La possibilità di cambiare la scuola oggi esiste. Basta che presidi, insegnanti e studenti decidano di fare la fatica di essere liberi (Cit. Ludovico Arte).

Perché io, in seconda elementare, sapevo già le tabelline. E la mia maestra, in prima elementare, ci faceva scrivere in corsivo. E perchè io, in prima media, studiavo già il latino…

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E allora? Lo schema deve essere sempre per forza lo stesso?

Così “per dare il la”, visto che ho ripreso a lavorare anche quest’anno nelle scuole medie inferiori, ho deciso di iniziare l’anno scolastico proprio sviscerando questo tema. Il niente. Un po’ di niente che è un prodotto e si può acquistare come racconta questo bellissimo libro dal titolo “Niente” di Remy Charlip ed Eric Dekker, pubblicato nel 2007 da Orecchio Acerbo.

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Ho letto a voce alta l’esilarante racconto “Il tema” tratto dal volume di Bernard Friot, “Il mio mondo a testa in giù” edito da Il Castoro. Perché per poter scrivere qualcosa su un tema di lunedì, la domenica deve succedere qualcosa di veramente interessante!!

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Un bel niente che è una gran giornata tutt’altro che noiosa nel volume illustrato di Beatrice Alemagna “Un grande giorno di niente”, edito da Topipittori.

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Infine, propongo un bel volume utile a catalogare il niente intorno a noi come il nuovo  “The non-planner datebook” di Keri Smith, edito da Corraini. Un’agenda che non è un’agenda. Per raccontare cose da dimenticare, come tutto ciò che accade a scuola.

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E come questa bella paginetta compilata per benino, ieri abbiamo fatto il primo regalo alle famiglie. Un bel resoconto scritto di ciò che è accaduto.

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Così il mutismo è garantito e tutti sono felici e contenti del Niente fatto a scuola.

La scuola che vorrei è un laboratorio permanente

La scuola che vorrei è un laboratorio permanente, un’officina creativa, una fabbrica del pensiero, un workshop lungo nove mesi. Di fatto, una delicata gestazione (auspichiamo) lenta ed equilibrata, fatta di contenuti per l’arricchimento culturale, trame, sorprese, riflessioni, scoperte, amori, pagine, affinità elettive. Servono nove mesi per rinascere ogni volta a nuova vita, sia nel passaggio da una classe all’altra, sia da un ciclo di studi a un altro. Un continuum graduale, una sequenza diacronica di incubature. Un continuo confronto, un incessante mettersi alla prova, un ininterrotto patto inclusivo per tutti gli studenti. È il quotidiano: leggere, scrivere, contare, disegnare, ragionare, immaginare, raccontare, esercitarsi, sbagliare. La scuola è un atelier per la costruzione del sapere, per saper vivere e barcamenarsi (un giorno) con cognizione logico-scientifica fuori dalle mura degli istituti. Per strada, nel mondo.

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Nell’ambito più strettamente scientifico, il laboratorio è il luogo della ricerca, dei tentativi, delle prove per risolvere, di esperimenti atti al raggiungimento di obiettivi per l’uomo desideroso di immortalità, da sempre. Vale anche in cucina, fabbrica del gusto dove lo chef insiste nel mescolare ingredienti per estrarre il miglior sapore dai cibi dolci o salati. Eureka! La scuola è l’officina dell’alchimista dove si trasforma il piombo, ovvero ciò che è negativo, in oro. Provando e riprovando.

 

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Tutto questo labor paziente, assiduo, meticoloso, guidato dal docente deve necessariamente contemplare nel discente la possibilità di sbagliare.

Quando l’errore (quale condizione imprescindibile di innumerevoli tentativi utili al successo) è contemplato dal maestro nei processi di apprendimento per schiacciare gradualmente gli ostacoli, la scuola supera l’esame insieme a insegnanti e alunni. Non sto qui a ribadire quanto sia importante il qui pro quo nei processi di apprendimento, tanti sono gli esperti di Psicologia dello sviluppo e di Didattica dell’apprendimento a ribadirlo e quanto l’emotività influenzi i processi di acquisizione delle conoscenze. Non sono così esperta da saper sintetizzare in due parole i processi di cortocircuito emozionale interferenti con la capacità di memorizzazione, descritti perfettamente in questo video. Tuttavia ho sperimentato in classe che l’intelligere, inteso dai più come un flusso continuo di ascolto, passaggio di informazioni da fuori a dentro per l’alfabetizzazione, per essere durevole e trasformarsi in vero substrato e conoscenza, deve essere graduale ed equilibrata per quantità e qualità, ritmata come in un laboratorio scientifico dove i tentativi si moltiplicano e i risultati arrivano, sebbene molto lentamente, perché la ricerca della soluzione è ostacolata da mille variabili.

Vorrei la scuola come un laboratorio creativo, perché so cosa significhi stare in classe da 5 a 7 ore al giorno. Svegliarsi presto, prepararsi in fretta e furia, colazione turbo, essere puntuali, aprire lo zaino, estrarre i materiali da lavoro e si comincia. Essere freschi le prime ore e poi, via via, sempre più fiacchi fino al momento prima del pranzo e, ancora peggio, subito dopo pranzo, quando ancora c’è tempo per nuovi argomenti, temi ed esercizi.

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Vorrei la scuola come un workshop creativo perchè so pure cosa siano diventati gli incontri extrascolastici coi bambini di tutte le età, quelli liberi, senza orari, senza bacchetta, privi di cattedre e banchi, di distanze fra me e te. Parlo di quelli dei Festival letterari. Incontri con autori, illustratori, lettori, bibliotecari, educatori, danzatori, musicisti liberi, senza sovrastrutture, senza i SILENZIO! urlati. Ma anche dei campi estivi al mare o in montagna.

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Scendendo in spiaggia, impariamo la filastrocca.

A tavola, affamati, ripetiamo il proverbio.

Seduti sul prato, dipingiamo fogli bianchi.

Camminando nel bosco, cantiamo una canzone.

Sdraiati sui cuscini, ascoltiamo una storia.

Si tratta degli stessi utenti della scuola, eppure cambia il contesto cambia il processo catalizzante.

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E con questo elogio della lentezza, ricco di qualità ed esercizio costante, con il sorriso (che non è risata ma star bene in classe) auguro un anno scolastico proficuo ai colleghi e anche a me stessa.

Ricco di suoni-parole-visioni-risate, sebbene per la precaria non sia lecito sapere ancora quale grado di istruzione la aspetti.

Spero di essere, soprattutto, un buon catalizzatore, il cucchiaino che fa girare lo zucchero nella tazzina.

Dieci usi per una cattedra

Esistono tanti tipi di cattedre.

Ogni modello ha la giusta collocazione e utilità in classe.

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1) Retablo

Per i prof che amano la cattedra con predella. Più quest’ultima è rialzata più il docente si sente importante. Se istoriata con scene del primo canto della Divina Commedia, l’insegnante riesce a far apparire in classe Apollo e le Muse e, successivamente, recita versi a memoria superando Benigni, che è tutto dire! Dall’alto dei cieli, misticamente, impartisce la sua lectio magistralis con impegno, eleganza, usando linguaggio forbito. Frontale per antonomasia, gli astanti sbadigliano, boccheggiano, cercano con lo sguardo vie di fuga, fuori dalla finestra. Si impegna ma non convince: risulta poco coinvolgente. Voto 5.

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2) Barricata

La cattedra preferita dai prof “sono in classe non mi vedete?”. Questi professionisti dell’insegnamento pur amando il proprio mestiere, pur riponendo tutta la loro fiducia negli studenti (tanto da difenderli sempre nei consigli di classe), pur impiegando tutte le (ridottissime) energie rimaste, provano ad attirare l’attenzione dei ragazzi in tutti i modi ma questi ultimi non riescono proprio a stimarli. La cattedra serve per proteggersi dal lancio di palline di carta, aeroplanini e, talvolta, dagli insulti. La stima va conquistata passeggiando fra i banchi, ascoltando gli alunni, condividendo gioie e dolori a quattr’occhi. Mai mostrare le proprie debolezze. Voto 3.

3) Scivolo

Studiata per i docenti estrosi, per quelli che si donano anima e core, con vero slancio emotivo e intellettuale. In presenza di questo originalissimo mobile, di solito il prof si toglie le scarpe, sale sulla pedana e via, giù verso la platea. La cattedra è sicuramente posta molto in alto su una predella di almeno due metri. Occorre un’aula molto ampia. L’insegnante dopo il rito dell’atterraggio, cammina libero fra i banchi, si siede con gli alunni, aiuta quelli in difficoltà, sostiene quelli sicuri di sè. Quando la lezione è finita, il docente saluta affettuosamente e gli alunni applaudono. Creativa con stile. Voto 9.

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4) Scrivania

Non mancano le cattedre per i prof con il doppio lavoro. Studiata per i docenti di tecnologia o aspiranti scrittori. La cattedra-scrivania è l’ufficio ideale per chi deve recuperare tempo: ogni minuto è prezioso per aggiungere una parola al proprio romanzo in uscita o chiudere quel render in consegna. Utile per piazzarvi sopra il pc e ciao! Chi si è visto si è visto. Di solito questi prof, dove aver chiesto e ottenuto il silenzio, assegnano un’attività grafica o un componimento ai ragazzi. Così tutti lavorano, nessuno rompe e siamo tutti più contenti. Si produce, certo, ma senza anima. Voto 6

5) Paravento

Studiata soprattutto per le prof che non possono rinunciare alla minigonna. Quando la docente termina il suo monologo, senza aver avuto l’ascolto di nessuno, si alza per uscire e (d’amblèe) emersa dal separè, torna l’attenzione: soprattutto dei giovani adolescenti in piena tempesta ormonale. Anche l’occhio vuole la sua parte. Voto 7. (utile anche per quei docenti che siedono in maniera improponibile sul trono della cultura).

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Djembe

Per quei prof che “SILENZIO! BAAAm, BAAAAAM, BAAAAM!!”. Con il pugno chiuso, che nemmeno Petrus Boonekamp nelle migliori perfòrmance, o con la mano aperta, magari provvista di anello a fascia larga, fanno un casino infernale e gli alunni MUTI. Si consiglia un corso di ritmica prima dell’adozione per imparare il reggaeton o il ritmo trap che acchiappa. Per pochi, non per tutti.  Il silenzio e l’ascolto si ottengono con gentilezza, non con la forza. Voto 6 meno meno.

7) Espositore

Per le prof come me che portano libri illustrati in classe. la cattedra è un mero accessorio dell’aula, messa lì per esporre i volumi aperti e chiedere agli alunni, Dai votiamo, Quale leggiamo per primo? Questi docenti non si siedono mai, stanno sempre i piedi per ravvivare l’ambiente. Mai usare i tacchi, che può venire il mal di mare. Voto 9

8) Letto

Per i prof più depressi, quelli “ormai non ce la faccio più! Quando arriva la pensione?” È necessario, se si vuole stare davvero comodi, portare da casa un cuscino e una copertina. In effetti, qui non c’è bisogno della predella, anzi meglio anche le gambe del mobile vengono accorciate. Così a terra, sulla tavola dura e liscia, si risolvono anche quei problemini alla schiena. Voto (rrrrrrrroooonnnnnf) non classificato.

9) Botola

Questa più che una cattedra è un accessorio del pavimento dell’aula, sottostante il mobile. Ogni alunno è provvisto di telecomando e se il prof è noioso, non piace o urla troppo, schiacci un bottone, si apre la botola e CIAONE. Voto 9 per l’ingegno, 4 per la crudeltà.

10) Vacante

la cattedra vacante è quella che mi permette, ancora oggi, di lavorare. Sto in terza fascia e posso entrare in classe solo se manca un docente titolare. In fondo è molto comoda anche se non mi garantisce la continuità negli Istituti che mi arruolano via via. Svolgo il mio lavoro con entusiasmo e non ho bisogno nè di paraventi, nè di predelle istoriate. Non porto più minigonne, al massimo poggio il mio ipad sul bancone per far partire colonne sonore. Una sedia, per quando son stanca, mi basta.

AMEN.

 

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