Il primo articolo non si scorda mai

Questo è il mio primo articolo.

Dopo il primo arriva subito il secondo.

 

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La prof sul blog dei Topipittori

Ieri la prof ha raccontato l’esperienza con la poesia in classe sull’interessantissimo blog dei Topipittori.

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Buona lettura e grazie ai preziosi ospiti.

Così distanti, così vicini!!

Al mio nono giorno di Oh, cavolo, scuola chiusa – tutti a casa (per colpa di questo maledettissimo Covid-19) e al settimo di “iorestoacasa” mi tocca scrivere QUALCOSA!

E PURE QUALCOSADIP A R T I C O L A R M E N T E INTELLIGENTE!

Sarò l’ennesima rappresentante della categoria (annoverante docenti di tutti gli ordini e grado). Lo so. Come faccio? Mi astengo? Non me lo ha ordinato il medico di famiglia (sempre nei nostri pensieri in queste ultime settimane, AMEEEEN) ma almeno vorrei dirvi come me la passo. Posso? Anche io ho bisogno di sfogarmi.

Tanti, tantissimi docenti hanno già raccontato in queste ultime settimane le loro brillanti e/o terribili esperienze nell’ambito della cosiddetta DIDATTICA a DISTANZA (mai la lontananza dalle aule scolastiche fu così desiderata come nei primi primissimi giorni del decreto). Nell’ambiente, fra colleghi e colleghi, fra studenti e studenti, fra studenti e docenti, tra docenti e famiglie, sui tiggì, sui quotidiani, sui social, sulle chat dei docenti e quelle degli alunni (che ormai si incrociano in un idillio di rumorosi sensi di messaggistica istantanea in un ritmo mai visto prima) non si è parlato d’altro.

Io pure sono in apnea da circa dieci giorni tra un

Prof ecco il mio compito di storia!

e un

Prof cosa faccio glielo mando qui o sulla mail?

ma anche un

Prof può dire all’altro prof che non so come inviargli i disegni?

Prof guardi, prof senta… prof prof prof, il link non si apre.

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Solo oggi ho trovato un momento per ripensare al grande lavoro svolto a distanza finora. Grande sì, costante e pure molto impegnativo. Perché io (come tanti colleghi) uso la tecnologia a scuola. Sì! Ci sono le presentazioni in ppt, i contenuti su google drive (sia mai che la chiavetta usb non funzioni). Nel quotidiano, in classe, digitiamo testi e li stampiamo, seguiamo video documentari, apriamo slide, guardiamo film.

Ma questa volta è diverso. Questa volta senza rete, senza un laptop, senza un tablet, senza uno smartphone non ci sarebbe alcun incontro con le classi.

Sì va bene, dai, diciamo che un incontro o due vanno bene, qualche compito in bacheca, pure va bene, ma da dieci giorni io non faccio altro che studiare diavolerie, inventare sistemi per tenere viva la comunicazione con gli studenti.

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Cari ragazzi, invitate tutti i compagni a unirsi nella piattaforma e ricordatevi IO VI VEDO!

Prof con quel IO VI VEDO mi ha fatto salire l’ansia!

Le teorie su questa attualissima attività nell’ambiente sono molteplici. Chi questosistemanonfunziona, chi nonc’èilcontattooculare, chi nonpossiamovalutare, chi nonpossospiegarecosì, chi non finiremomaiilprogramma.

Ci sono quelli in sbattimento, quelli che chiamo un collega più giovane sicuramente mi suggerirà delle dritte, quelli che sapete che vi dico? Io non faccio niente, quelli che io le so tutte perché ho appena fatto un corso di formazione, giustappunto, WEBINAR.

 

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Arresi, affranti, disarmati, in allarme, occhi aperti, orecchie attente, mani pulite pulite, ci si vede sulla piattaforma Edmodo, o si avvia una vidoeconferenza con Meet.

Prof. Ma questo coso non funziona. Tizio non ha la linea, Caio ha finito i Giga. Non possiamo fare una chat di whatsapp?

Infine, quando proprio non si riesce a tenerli tutti insieme si crea la CHATdiCLASSE, prof compresi. Aaaargh! E così ci siamo dati la zappa sui piedi! I messaggi arrivano a tutte le ore del giorno e della notte. Oggi è domenica! Ah scusi prof.

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Tra i colleghi ce n’è uno che stimo molto, Enrico Galiano, lui propone ogni giorno una parola e la commenta su YouTube. I miei alunni sono stati dirottati sul suo canale e hanno lavorato molto bene sull’arricchimento lessicale.

Certo anche io ho assegnato dei compiti. Per esempio leggere Il barone rampante di Italo Calvino o La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Dei classici intramontabili.

Ma quello che mi piace di più (e spero piaccia molto anche agli studenti) è la ripresa dell’attività giornalistica scolastica con contributi (testi o disegni) degli studenti del Liceo Artistico Foiso Fois assegnati a me (temporaneamente) quest’anno.

Ho pensato a una nuova testata attualissima che si chiama “A CASA 24 ORE”.

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Questo un piccolo assaggio!

 

 

 

 

 

 

Voglia di sapere e curiosità, la chiave giusta per una scuola efficace

Quando e se discutiamo in classe di un tema spinoso, come quello sulla scuola, si deve poi dimostrare di aver capito, ragionato con onestà intellettuale. Quindi dopo la fase riflessiva si passa a quella produttiva. A distanza di pochi giorni, gli studenti sono stati sottoposti a una delle mie terribilissime prove. Ci conosciamo da pochi mesi e in così poco tempo devo dire che alcuni ragazzi del Triennio hanno fatto davvero passi da gigante. Molti stanno cambiando fisionomia, maturano piano piano: prendere coscienza della propria posizione nella società odierna e futura (con la discussione) li aiuta molto. Per questo li metto al corrente sulle novità che li riguarda o riguarderà i giorni a venire (anche quando finiranno questo percorso temporaneo).

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Per fare questo è necessario spiegare che l’insegnante rappresenta il canale attraverso cui selezionare i contenuti, molteplici e infiniti in questo mondo attuale così complesso e difficilmente riducibile a stereotipi o frasi fatte. Vale la pena però di inserire un passaggio: possiamo concordare o dissentire con le parole degli insegnanti, che non sono infallibili. Se presenti tematiche che investono la loro sensibilità, il bersaglio è centro sicuro. E il prof, se instilla dubbi nelle giovani menti, ha fatto il suo dovere.

Non aggiungo altro.

Lascio qui alcuni stralci dei loro interessanti pensieri.

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Per alcuni, La scuola deve favorire la crescita culturale, emotiva e individuale dei giovani e la bellezza è una forma di arricchimento personale.

 

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Per altri la scuola rappresenta uno spiraglio, un luogo dove gli esseri umani possono sviluppare il senso critico.

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Infine, sembra davvero necessario per loro poter trovare il tempo per analizzare tutte le attività dell’uomo, stando attenti a tutti agli individui: ognuno con la propria storia, per provare a trovare insieme la “strada giusta”.

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La fretta, la competizione e la superficialità non sembrano essere più adeguate per i ragazzi e di questo sono felice, perché ascoltiamo la stessa sinfonia e suoniamo monocorde. Ancora una volta l’esortazione «Conosci te stesso» (in greco antico γνῶθι σαυτόν, gnōthi sautón, o anche γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón) rappresenta un’àncora di salvezza e la consapevolezza dei propri limiti aiuta senz’altro a crescere.

A questo aggiungo un’esortazione: leggi ogni volta che puoi. Ti salverà!

 

(Ps. non voglio più sentir dire che all’Artistico non sanno scrivere!)

 

 

ps.

 

A loro scholè, per noi a-scholìa

Pochi giorni fa mi è capitato sott’occhio un illuminante ennesimo articolo (in realtà un approfondimento lessicale periodico curato da autori e filosofi italiani) sulla SCUOLA.

Di cosa volete che parli o scriva o commenti una come me? L’avete già capito sono monotonamente/monotematica. Così questo pomeriggio invernale mi è venuta voglia di raccontarvi ancora qualcosa su questo interessante episodio etimologico già esaurientemente argomentato da Matteo Nucci, grande firma che (come precisa L’Espresso) spiega perché in questo tempo di workaholic l’insegnamento finisce sempre all’ultimo banco.

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Questa l’immagine pubblicata sul sito dell’Espresso a corredo del pezzo etimologico di ambito scolastico.

Magari vi sono sfuggite queste righe, dunque se a nessuno dispiace vi tornerei sopra con poche-pochissime battute non tanto per parafrasare quanto per dire quanto i nostri alunni ci osservino increduli, talvolta, quando spieghiamo loro quale sia il ruolo dello studente nella società odierna. Penso di essere abbastanza titolata per inserirmi nel discorso. Lavoro a scuola a tempo DETERMINATO per osservare, studiare i fenomeni che accadono dentro le aule.

Cosa dite? Non so a voi, ma a me la parola scuola fa l’occhietto ogni santo giorno. Parliamo di scuola quotidianamente noi mamme coi figli alla primaria. Discutiamo regolarmente di scuola noi operatori impegnati. Ogni giorno. Come in battaglia, sul fronte occidentale.

Anche i miei alunni del Liceo ormai: “Prof anche oggi ci parla di scuola?

Perché, vi annoio?

”Ma no, quando mai… si figuri… a noi piace anche… cioè venirci nemmeno tanto, però…! Film sulla scuola, belli… ma anche… cioè… lasci perdere!”

Sì come a tavola. Vi sarà senz’altro capitato. I commensali, mentre mangiano, mentre divorano ravioli al sugo o cotolette impanate, non fanno altro che parlare di cibo, di ricette sfiziose, di future diete e digiuni prossimi. Ecco a scuola, mentre facciamo scuola, io parlo di scuola. Non posso farne a meno. Quindi quando ho avvistato questa breve dissertazione sul significato della parola a-noi-tanto-cara ho impostato subito un intervento nozionistico coi fiocchi fatto di dettato-lessico-comprensionedeltesto-commento-discussione. Durata due ore. Classe, Terza Liceo Artistico. 

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In effetti li ho colti di sorpresa. Ma prof non si fa il dettato così, a bruciapelo, su due piedi, senza preavviso, non appena rientrati dalle vacanze. Scrivere così tanto sul quaderno, non so, adesso ci verrà pure dolore al polso di primo mattino.

Il dettato inizia, perciò scrivete.

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Scuola. Sostantivo femminile derivato dal greco (σχολή) scholè, tempo libero, tempo dedicato allo svago, all’ozio, alle occupazioni piacevoli.

All’aggettivo LIBERO è partito il brusio di chi INCREDULO comprende ma dissente, alla parola OZIO associata con il lemma del giorno parte il chiacchiericcio di chi cosasentonolemieroecchie, al termine PIACEVOLE il cicaleccio del morto che parla, il suono del batti-ciglia di un risveglio intorpidito. T-E-M-P-O L-I-B-E-R-O???

Ma cosa è uno scherzo?

Ma quando è successo?

Beh, questo era il significato della parola nei tempi antichi quando i giovani si dedicavano allo studio per amore del sapere.

Proseguiamo sotto dettatura. …da Platone ad Aristotele, i greci antichi esaltarono con costanza e fermezza la scholè. Solo nel tempo libero dalle necessità materiali, ovvero dagli impegni decisivi a procacciarsi di che vivere, è possibile occuparsi della propria anima, costruire la propria personalità, ragionare, imparare, crescere (…).

Opposto al tempo libero della scholè stava dunque il lavoro (…) L’a-scholìa era il tempo necessario a produrre, il tempo del lavoro attraverso cui ci guadagniamo il pane.

Pensate un po’, ho detto loro. La vostra, dentro queste mura, dovrebbe essere un’attività di scholé, una mattinata piacevole fatta di ascolto, ragionamento, discussione. Ore SPENSIERATE per crescere.

La mia, nello stesso spazio, è attività di a-scholìa: di fatto ogni prof è pagato per stimolare il ragionamento, avviare una discussione. Passiamo tante ore insieme, noi e voi. Il vostro è tempo libero, perché non avete incombenze, scadenze, non percepite stipendio. Il mio tempo, invece, è carico di aspettative, svolgo l’attività di animatore culturale come in un simposio, ogni giorno un matinée pieno di personaggi letterari e figure retoriche. Tutto ciò io LO DEVO FARE PER LAVORO, OVVERO IN CAMBIO DELLE ORE CHE PIACEVOLMENTE PASSIAMO INSIEME, IO VENGO RETRIBUITA e qualcuno si aspetta di vedere i risultati.

Prosegue Nucci:
In un tempo dominato dallo spirito protestante del lavoro, del denaro e della produzione a ogni costo, un tempo in cui si è addirittura drogati di lavoro (workaholic) e incapaci di vivere il tempo libero, è facile capire perché la scuola venga sempre per ultima e semmai la si consideri come un semplice momento di preparazione al lavoro.

Ecco, ho provato un brivido. Come fa un operatore A-scholitico (scusate il neologismo) a essere davvero interessante, davvero motivato e credibile, davvero pronto ad animare di fatto la scholé per un uditorio stressato, tanto è alto il carico di tensione a fronte di verifiche e  interrogazioni che si susseguono di ora in ora, di prof in prof? Dov’è finito il piacere dell’ascolto? Ovvero dove si è celato se i nostri alunni non ci ascoltano più se impostiamo il lavoro in modo frontale e passivo ma soprattutto esclusivamente valutativo?

Ma dove stanno pure tutti quei contenuti formativi concreti che tanto promettiamo negli OPEN DAY (interessantissimi per carità) quando chiamiamo come sirene ammalianti i nostri futuri utenti cui promettiamo il sogno di un LAVORO CERTO, quando la generazione dei docenti oggi è composta in buona parte da precari come me che il lavoro CERTO non ce l’hanno a 46 anni suonati?

Il segreto vero sta proprio nel raccontare e raccontarci la verità usando il nostro senso critico, qualsiasi sia il tema nucleo delle nostre discussioni fra i banchi.

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Ecco perché spesso sono ipercritica nei confronti della realtà quotidiana vissuta nelle nostre aule. I ragazzi sono spesso vittime di un sistema che li vuole fermi e zitti. Via, compito in classe! Su, veloci, interrogazione. Ma se ci sediamo vicino a loro, in un circle time, come in un immaginario luogo dell’otium, forse la voglia di sapere può rifiorire.

Facciamo finta che ci siamo dati appuntamento qui, in quest’aula, ogni due tre giorni, INCONTRIAMOCI per parlare insieme di argomenti che sono certa non trattereste fuori dall’aula. Che so, nel parchetto qui accanto, coi vostri coetanei non parlereste mai, così, spontaneamente di poesia, che so di Dante, o di arte, per esempio di Parmigianino o dell’Umanesimo. Questo appuntamento ce lo diamo qui, in classe. Io propongo il periodo storico, o la corrente letteraria e voi dite la vostra. Perché (impegno a parte, che è sempre doveroso) se io faccio credere loro che studiare Ariosto serve per trovare un lavoro è chiaro che mi ridono in faccia. Questo lavoro non l’ho trovato nemmeno io che ho discusso tesi di dottorato sulle edizioni a stampa illustrate dell’Orlando Furioso undici anni fa!

Come in un gioco delle parti, dunque, l’adulto proporrà (come faccio spesso) uno dei suoi temi preferiti e i giovani lo discuteranno. Soprattutto, si entusiasmeranno se questo tema parla di giovani che finalmente capiranno perché vengono e devono venire a scuola. Otium, compreso.

 

 

 

 

 

 

GentilMente

Esiste solo un modo, a parer mio, per riuscire a comunicare, per connettersi con gli altri. E visto che in queste pagine (ovvero a scuola) ci occupiamo strettamente di altri – gli studenti – nel nostro lavoro è indispensabile porsi nella modalità gentile.

Prendo in prestito le parole di Cristina Milani che nel suo ultimo saggio “La forza nascosta della gentilezza” dice: (…) l’agire gentile è paragonato a un vecchio abito dismesso, passato di moda e quindi inutile se si vuol fare bella figura (…) il termine gentilezza è entrato in una profonda crisi d’identità.

L’ashtag gentilezza, in effetti, di questi tempi non ha molti followers.

In realtà la parola latina gentilis (colui che appartiene alla gens) si riferisce al concetto di gruppo, famiglia o specie. Anche il greco non si discosta molto da questo significato (cito sempre la Milani), legando il termine al concetto di “genia” (eugéneia, letteralmente “buona nascita”, di nobile stirpe) quindi un complesso di persone delle stesse origini.

Il termine sembra quindi rimandare al concetto di convivenza sociale. Col passare del tempo l’esperienza della vita comunitaria ci ha permesso di approssimare il termine a quei comportamenti che ci fanno stare bene insieme. La chiave di tutto a scuola è proprio lo stare bene insieme.

 

Stare bene in aula, coi compagni, con gli insegnanti che devono guidare il gruppo, impartire le nozioni, spiegare le parole difficili, interagire intelligentemente e con grande coscienza per trasmettere il sapere.

La gentilezza non è buona educazione e nemmeno un insieme di buone maniere, non è banalmente “cortesia”.

Tutti voi concorderete con me se dico che la scuola è una comunità. Io credo che all’interno di questa comunità ci si debba muovere per connessioni che creino benessere: unico modo per favorire l’ascolto è ascoltare, per determinare il miglioramento di chi ci guarda è essere empatici.

Guarda un po’, quando ho parlato di questo tema ai miei alunni di prima Liceo sono stati loro a creare la mappa descritta sulla lavagna.

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Sono stati sempre loro a inizio anno, quando abbiamo stilato il nostro patto di corresponsabilità, a chiedere che i prof siano GENTILI, EMPATICI e, naturalmente, PREPARATI.

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Fermo restando che “preparati” non significa solo esperti nella materia di insegnamento, ma anche in fatto di didattica, pedagogia e psicologia.

 

Per fare della gentilezza uno stile di vita di classe, come prima cosa, è necessario riabituarsi all’empatia e ai suoi meccanismi. La scuola ci impone ritmi frenetici: c’è il programma da portare avanti! La grande scusa. La grande ansia. Le relazioni umane tra docenti e discenti diventa superficiale. In spazi troppo ristretti, le interazioni non concedono spazio all’esercizio della gentilezza.  Invece, è utile provare a capire, mettersi nei panni degli altri (è più facile se davanti a noi chi ci ascolta è ancora immaturo). Siamo noi adulti, gli insegnanti, che dobbiamo cercare e creare la relazione giusta affinché il nostro uditorio ci apprezzi e ci ascolti davvero come nella famosa Warm Cognition.

Forse non tutti sanno che esistono i “neuroni specchio”, che si attivano per “imitazione”. Ed ecco sanati i conflitti a scuola.

Da poco ho sentito dire (e spero si sia trattato di una battuta) che i prof sono i NEMICI per antonomasia degli studenti. Non può esistere un alunno che apprezzi o si interessi a ciò che dice un insegnante. Non esiste se gli insegnanti continuano a comportarsi come dei tiranni talvolta aggressivi e intolleranti nei confronti degli alunni.

Eh, ma i ragazzi sono impazienti, maleducati, svogliati.

Certo talvolta mancano loro le istruzioni per stare bene in società. Quindi bisogna rinunciare alla possibilità che possano migliorare? La gentilezza (dice sempre la Milani) è come il software di un computer: se installato correttamente interagisce anche con gli altri programmi presenti sul pc. Io ritengo che una volta insegnato loro (con l’esempio) come vanno fatte le cose, come ci si comporta, il loro comportamento migliorerà e loro stessi ne trarranno grande beneficio fisico e mentale.

Infine, la gentilezza senza pazienza non si rivela. Gli insegnanti non devono mai perdere la CALMA. A volte i comportamenti sgarbati son dettati dalla fretta: in assenza del tempo necessario per conoscere davvero i nostri studenti e le loro argomentazioni ci spazientiamo. Quindi prestiamo più attenzione, più orecchio e scegliamo il sorriso che non è mai segnale di debolezza ma, anzi, di grande forza.

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Coraggio

Ci vuole coraggio per svolgere il mestiere di educatori oggi. Essere educatori, insegnanti, oggi, costa tanto. Tanta fatica.

Oggi. Una parola così attuale e così sfuggente. Oggi é adesso e domani non é più oggi, pur essendo presente prossimo.

Mi spiace dirlo, ma oggi sono arrabbiata. Non vorrei mai adirarmi pubblicamente. Eppure va così. Do pure, a malincuore, la zappa sui piedi alla categoria che attualmente rappresento temporaneamente. Lo faccio senza ritenermi esente da rimproveri.

Sono arrabbiata perché gli alunni che io riterrei validi, per voi validi non sono. Gli stessi ragazzi che io reputerei malleabili, per voi sono statici o, persino, immobili, incerti e gravemente irrecuperabili.

Le loro lacune incolmabili. I loro comportamenti inenarrabili.

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Sia chiaro. Non sono arrabbiata con nessuno in particolare (soprattutto non lo sono con gli alunni). Mai arrabbiarsi con gli alunni, sebbene non siano dei santi! È giusto esser severi, dire loro ciò che si pensa, soprattutto se qualcuno prende una pista sbagliata: quando ci si adira in classe, deve essere molto chiaro, si recita una parte. Fa parte del ruolo, del gioco delle parti. La parte di chi deve, necessariamente, riportare l’ordine, la disciplina, indicare la retta via e suggerire una giusta alternativa con piglio deciso e fermo. Ma mai prendersela sul serio. Chi si infuria, va in bestia, si esaspera in classe non otterrà mai risultati sperati. L’esasperazione non piace tanto ai ragazzi. Perché i giovani sono sensibili. Credo non piaccia a nessuno essere catalogati come i peggiori sulla piazza!

Infatti non ce l’ho coi piccoli, i medio, i medio-grandi. Ce l’ho con gli adulti. Ai piccoli, a mio avviso, è consentito sbagliare. Sbagliare è lecito, soprattutto quando le regole non sono chiare, le raccomandazioni sono troppe per cui si fa fatica a selezionare le più importanti, le essenziali. Se stai crescendo l’errare humanum est deve essere una priorità: sta a noi adulti trovare le soluzioni. Non vedo  perché mai svolgere questa delicata professione altrimenti. Chi non tollera gli errori deve cambiare lavoro. Perché questo non é il mestiere della gomma da cancellare, il mestiere della scolorina, ma il mestiere del Problem solving. Non é l’attività di chi “arrangiati”, di chi “non sai fare nulla” io non posso farci niente. Anziché focalizzare la nostra attenzione sulla condizione altrui, interroghiamoci sulla nostra soglia di tolleranza. Quante volte i docenti si interrogano sui propri fallimenti, analizzano le loro prestazioni, si domandano “Dove ho sbagliato?”.

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Sembra stia rigirando la frittata? È proprio così. La devo girare perché sul fronte é già stracotta. Bisogna avere il coraggio di dire a voce alta che anche noi adulti, preposti al ruolo di “direttori d’orchestra”, siamo capaci di stecche colossali.

La stecca è una nota stonata a scena aperta, una sbavatura, una macchia sul vestito di scena. La discordanza é evidentissima, eppure non la scorgiamo. A noi insegnanti pare di esser tanto “giusti”, tanto “perfetti”, tanto “coerenti” con le richieste ministeriali, tanto allineati coi propositi della morale scolastica. Sappiamo distinguere il bene dal male. Eppure, qualcosa non torna.  Qualcosa si annida fra i tasti neri e bianchi. I nostri alunni continuano a non comprendere, a non rispondere ai nostri input, a disattendere le nostre aspettative. Possibile che il problema sia insito negli studenti, tutto appannaggio del corpo studentesco?

 

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Come mai?

Non sarà forse che rispondiamo allo stereotipo di censore senza scrupoli, all’icona del castigamatti tout court, allo spauracchio senza cuore? Questononsidice, questononsifa? Ma poi, di fatto, le soluzioni non arrivano? Non é che forse forse diamo più importanza alla forma che alla sostanza, che uno shatush verde sia più significativo di un cervello sopraffino?

Sará, forse, che vogliamo scrivano-bene ma non gli abbiamo mai detto esattamente come si fa, o che parlino bene una lingua straniera senza mai aver dimostrato che colloquiare con un abitante di Timbuktu può essere persino esilarante?

E se per un giorno o due, ripensassimo alla nostra posizione di chihailcoltellodallapartedelmanico, di chi (giusto nelle aule scolastiche) ha il potere di fare il buonoecattivotempo, di quanti la cattedra è una barricata e ogni lezione si sta in trincea, e valorizzassimo le risorse umane disponibili? Non é che, forse, non siamo capaci di gestire queste potentissime risorse e contiamo sull’autonomia altrui, senza considerare che (forse) questi giovani ancora non sono affatto indipendenti? Certo per realizzare questo progetto ci vuole tanta pazienza. Gli ansiosi non dovrebbero scegliere questo mestiere. Non dovrebbero prendersi cura di piccoli uomini e donne in formazione.

Per ottenere i risultati sperati ci vogliono ci vuole tanto incoraggiamento. Perché nessuno é perfetto (chi sta in cattedra, in primis).

Non sempre siamo consapevoli della grazia poetica che ispira la formazione di certe parole, anche comuni. Il verbo insegnare è un esempio bellissimo di tale grazia.

Sappiamo che cosa significa: spiegare qualcosa, fornendo informazioni (come quando mi insegni un alfabeto) o mostrando con l’esempio (come quando mi insegni ad attaccare un bottone), al fine di fare apprendere una conoscenza o una capacità. Il respiro di quest’azione è molto vasto, spazia dalle nozioni più puntuali alle più generali condotte di vita, abbraccia l’esistenza umana dalla culla alla bara (umana e non solo), ma il suo cuore è invariabile – ed è questo cuore che l’etimo ci dipinge.

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Caro alunno il tuo compito é apprendere e il mio insegnare, ma soprattuto convincerti, comunicandoti che leggere e scrivere non solo é divertente ma, soprattutto, edificante e utile. Adeguato alla tua età, vantaggioso per il tuo futuro, favorevole per i tuoi prossimi rapporti interpersonali. Se io prima non comunico in modo efficace con te come posso insegnarti a leggere e scrivere a più livelli?

Se tu comprendi il mio messaggio, se tu capisci le mie raccomandazioni non solo andremo d’accordo ma tu, per primo, sarai in accordo con il mondo.

Lascio a voi proposte e propositi per migliorarci. Perché non può essere tutta una questione di valutazioni sul registro.

 

 

 

 

Sintonizziamoci!

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Torno su un tema che è sempre attuale e riguarda tutti gli ordini di insegnamento. Alla primaria, alla secondaria di primo e – confermo per viva esperienza personale dell’ultimo mese – di secondo grado, mantenere alto il livello di attenzione e un clima di classe sereno, silenzioso e collaborativo è davvero impegnativo. 

Per un docente è sempre più difficile coinvolgere e motivare gli alunni. Gli insegnanti oggi, diciamola tutta, sono in percentuale molto preparati nella propria materia ma hanno aspettative troppo alte, troppo spesso deluse. Tanti insegnanti vorrebbero sedersi in cattedra e iniziare la loro lezione quotidiana senza prima aver favorito la sintonizzazione con il proprio ascoltatore perché i ragazzi frequentano le superiori non sono più alle elementari e certe cose dovrebbero capirle! In realtà alle elementari gli stessi alunni erano un modello di disciplina! Cosa è successo nel frattempo?

Sentiamo (frequentemente) dire che in quella classe non si riesce a far lezione! se gli studenti non giacciono in stato di perenne gessificazione, congelati come Mammuth, fermi, immobili, tutti orecchie, penna pronta, quaderno aperto, mani sollevate solo per porre domande. Forse questi prof hanno dimenticato di essere stati un tempo giovani allievi adolescenti, altrettanto facili alla distrazione e difficili da ipnotizzare. Questi insegnanti mal tollerano il manipolo di studenti quattordicenni, in particolare modo, se sono in perenne movimento, chiacchierano durante la lezione, si alzano senza permesso, chiedono di andare in bagno o di poter sgranocchiare un cracker prima della ricreazione. Non basta mettere gli allievi in front of perché questi si applichino, si appassionino, ragionino senza intoppi, seguano pedissequamente, provino entusiasmo per questa o quella disciplina. Insomma perché apprendano, memorizzino, capiscano, apprezzando davvero le energie spese dentro le mura scolastiche, non basta una laurea o un dottorato di ricerca, possedere o meno l’abilitazione all’insegnamento.

Presentarsi privi di flauto magico può essere molto rischioso. 

La chiave numero uno è NO ai rimproveri, sì agli elogi.

Ma questi non sanno fare niente, non sono bravi in niente, mi disturbano, mi impediscono di lavorare!

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Questo non è mai vero! Le lodi suscitano sempre simpatia e rispetto. Un complimento provoca una sensazione di piacere così come le sensazioni negative legate al rimprovero si àncora alla persona che viene rimproverata generando una frustrazione senza ritorno.

Se il primo giorno di scuola mi trovo davanti a un gruppo caotico, dovrò essere molto bravo a gestire il mio “fastidio” utilizzando l’autocontrollo. Per essere leader, bisogna essere persone molto calme, capaci di gestire e domare il caos con serenità. Anzitutto bisogna scovare le peculiarità e i punti forti di ogni alunno, perciò bisogna subito entrare in sintonia con loro. Bisogna fare le giuste presentazioni, bisogna conoscere, scovare le passioni, trovare il punto di incontro fra l’adulto e l’adolescente. L’ascolto empatico, poi, è fondamentale. Mostrarsi sinceramente interessati agli altri non credo sia poi tanto difficile. Abbiamo molte cose in comune: a tutti piace il cinema, tutti hanno letto almeno un libro, o sono appassionati di street art o di videogiochi. Se noi li ascoltiamo, loro saranno più propensi a seguirci quando proponiamo un’attività o suggeriamo un’idea.

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L’aula è popolata da tanti esserini: chi disegna, chi pasticcia o distrugge il diario, chi guarda fuori dalla finestra, chi tiene gelosamente in mano il cellulare (anche se spento) sotto il banco. C’è chi ride, chi interviene senza sollevare la mano. Chi mastica chewing-gum, chi si siede come un indiano, chi in ginocchio si dondola sulla sedia. C’è chi “ho freddo”, può chiudere la finestra? Chi “ho caldo”, può aprire? Chi “non ho il quaderno”, chi “non ho il libro”, chi “non ho la penna”! Mille esigenze. Tutte, per altro, lecite. Perché le pause sono poche e le ore di lezione incalzano, ognuna con il proprio tutor.

La difficoltà principale consiste nel gestire una lezione in maniera lineare, tranquilla, efficace?

Se io sono un tipo Entro. Buongiorno. Mi siedo. Spiego. Interrogo. Arrivederci. Difficilmente i ragazzi mi daranno retta. Anzi, tenteranno in tutti i modi di intralciare il mio progetto quotidiano.

Invece se io Entro. Buongiorno, come state? Due battute sul look di questo o quello, passo in giro fra i banchi, scrivo un messaggio simpatico alla lavagna o disegno un personaggio buffo, dico via tutti i cellulari che fra un po’, se non state attenti, ve li installano perennemente sul braccio con qualche marchingegno che indebolirà il vostro cervello. Non lo sapete??? Bene oggi facciamo un patto. Ditemi come volete che io sia, io dirò come mi aspetto voi siate. Sapete che siete bravi? Certo l’italiano scritto deve migliorare, vedete qualcuno ha sbagliato qui, qualcuno qua (senza mai fare nomi). Cosa dite può esservi utile questo tipo di attività di correzione? Benissimo oggi abbiamo lavorato bene. Ammiro molto il vostro impegno! Mi dispiace, è durata troppo poco la lezione. Avrei voluto restare di più con voi. Arrivederci!

Solo dopo il consenso, arriverà l’ascolto e poi l’apprendimento.

Infine, a un certo punto della lezione, sto ferma e zitta, immobile, muta e osservo gli alunni. Si crea un silenzio di tomba surreale. Questo piace sempre a tutti!

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Proprio in quella classe dove solitamente c’è un casino infernale!

 

 

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