Il primo articolo non si scorda mai

Questo è il mio primo articolo.

Dopo il primo arriva subito il secondo.

 

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Dieci usi per una cattedra

Esistono tanti tipi di cattedre.

Ogni modello ha la giusta collocazione e utilità in classe.

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1) Retablo

Per i prof che amano la cattedra con predella. Più quest’ultima è rialzata più il docente si sente importante. Se istoriata con scene del primo canto della Divina Commedia, l’insegnante riesce a far apparire in classe Apollo e le Muse e, successivamente, recita versi a memoria superando Benigni, che è tutto dire! Dall’alto dei cieli, misticamente, impartisce la sua lectio magistralis con impegno, eleganza, usando linguaggio forbito. Frontale per antonomasia, gli astanti sbadigliano, boccheggiano, cercano con lo sguardo vie di fuga, fuori dalla finestra. Si impegna ma non convince: risulta poco coinvolgente. Voto 5.

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2) Barricata

La cattedra preferita dai prof “sono in classe non mi vedete?”. Questi professionisti dell’insegnamento pur amando il proprio mestiere, pur riponendo tutta la loro fiducia negli studenti (tanto da difenderli sempre nei consigli di classe), pur impiegando tutte le (ridottissime) energie rimaste, provano ad attirare l’attenzione dei ragazzi in tutti i modi ma questi ultimi non riescono proprio a stimarli. La cattedra serve per proteggersi dal lancio di palline di carta, aeroplanini e, talvolta, dagli insulti. La stima va conquistata passeggiando fra i banchi, ascoltando gli alunni, condividendo gioie e dolori a quattr’occhi. Mai mostrare le proprie debolezze. Voto 3.

3) Scivolo

Studiata per i docenti estrosi, per quelli che si donano anima e core, con vero slancio emotivo e intellettuale. In presenza di questo originalissimo mobile, di solito il prof si toglie le scarpe, sale sulla pedana e via, giù verso la platea. La cattedra è sicuramente posta molto in alto su una predella di almeno due metri. Occorre un’aula molto ampia. L’insegnante dopo il rito dell’atterraggio, cammina libero fra i banchi, si siede con gli alunni, aiuta quelli in difficoltà, sostiene quelli sicuri di sè. Quando la lezione è finita, il docente saluta affettuosamente e gli alunni applaudono. Creativa con stile. Voto 9.

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4) Scrivania

Non mancano le cattedre per i prof con il doppio lavoro. Studiata per i docenti di tecnologia o aspiranti scrittori. La cattedra-scrivania è l’ufficio ideale per chi deve recuperare tempo: ogni minuto è prezioso per aggiungere una parola al proprio romanzo in uscita o chiudere quel render in consegna. Utile per piazzarvi sopra il pc e ciao! Chi si è visto si è visto. Di solito questi prof, dove aver chiesto e ottenuto il silenzio, assegnano un’attività grafica o un componimento ai ragazzi. Così tutti lavorano, nessuno rompe e siamo tutti più contenti. Si produce, certo, ma senza anima. Voto 6

5) Paravento

Studiata soprattutto per le prof che non possono rinunciare alla minigonna. Quando la docente termina il suo monologo, senza aver avuto l’ascolto di nessuno, si alza per uscire e (d’amblèe) emersa dal separè, torna l’attenzione: soprattutto dei giovani adolescenti in piena tempesta ormonale. Anche l’occhio vuole la sua parte. Voto 7. (utile anche per quei docenti che siedono in maniera improponibile sul trono della cultura).

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Djembe

Per quei prof che “SILENZIO! BAAAm, BAAAAAM, BAAAAM!!”. Con il pugno chiuso, che nemmeno Petrus Boonekamp nelle migliori perfòrmance, o con la mano aperta, magari provvista di anello a fascia larga, fanno un casino infernale e gli alunni MUTI. Si consiglia un corso di ritmica prima dell’adozione per imparare il reggaeton o il ritmo trap che acchiappa. Per pochi, non per tutti.  Il silenzio e l’ascolto si ottengono con gentilezza, non con la forza. Voto 6 meno meno.

7) Espositore

Per le prof come me che portano libri illustrati in classe. la cattedra è un mero accessorio dell’aula, messa lì per esporre i volumi aperti e chiedere agli alunni, Dai votiamo, Quale leggiamo per primo? Questi docenti non si siedono mai, stanno sempre i piedi per ravvivare l’ambiente. Mai usare i tacchi, che può venire il mal di mare. Voto 9

8) Letto

Per i prof più depressi, quelli “ormai non ce la faccio più! Quando arriva la pensione?” È necessario, se si vuole stare davvero comodi, portare da casa un cuscino e una copertina. In effetti, qui non c’è bisogno della predella, anzi meglio anche le gambe del mobile vengono accorciate. Così a terra, sulla tavola dura e liscia, si risolvono anche quei problemini alla schiena. Voto (rrrrrrrroooonnnnnf) non classificato.

9) Botola

Questa più che una cattedra è un accessorio del pavimento dell’aula, sottostante il mobile. Ogni alunno è provvisto di telecomando e se il prof è noioso, non piace o urla troppo, schiacci un bottone, si apre la botola e CIAONE. Voto 9 per l’ingegno, 4 per la crudeltà.

10) Vacante

la cattedra vacante è quella che mi permette, ancora oggi, di lavorare. Sto in terza fascia e posso entrare in classe solo se manca un docente titolare. In fondo è molto comoda anche se non mi garantisce la continuità negli Istituti che mi arruolano via via. Svolgo il mio lavoro con entusiasmo e non ho bisogno nè di paraventi, nè di predelle istoriate. Non porto più minigonne, al massimo poggio il mio ipad sul bancone per far partire colonne sonore. Una sedia, per quando son stanca, mi basta.

AMEN.

 

On my own (lettera di fine anno agli alunni)

Cari Ragazzi,

questo lungo periodo trascorso insieme giunge al capolinea. Ci siamo incontrati per caso, a settembre. Parlo di sorte perché, come avete scoperto poco prima dell’inizio del secondo quadrimestre, occupo il posto di un altro insegnante: un professore, sì, il cui nome e cognome rimanda a un uomo che, per motivi poco importanti in questo contesto, non si è mai presentato nella vostra classe. In effetti, non ve l’ho detto subito. Non vi ho rivelato immediatamente questo segreto. No! Quando mai posso entrare in una classe dicendo: eccomi sono la “SUPPLENTE”.

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Non mi avreste presa sul serio.

La supplente? Ma come? Spiegava così bene! Ma quindi adesso ci lascerà?

NON SUBITO!

Ma com’è il prof che sta sostituendo? Mi avete chiesto più volte. Simpatico?

E che ne so! Io non lo conosco.

Lo so. Lo so. Voi immaginate un Iperuranio, un Parnaso, dove tutti i prof convivono, pranzano insieme, discutono: noi docenti e la SCUOLA siamo tutt’uno, una cosa sola.  I prof stanno coi prof e sanno vita, morte e miracoli di tutti gli operatori scolastici. Beh, vi rivelo un altro segreto: non è così! Conosco solo alcuni dei professori di lettere, i coetanei, quelli che hanno frequentato gli stessi corsi monografici in Facoltà. Gli altri, boh! Sono entrata in contatto solo coi colleghi degli istituti in cui ho prestato servizio. E comunque non potrei mai esprimermi su un collega, se è simpatico o meno. Possiamo discutere di me, se sono o meno simpatica, più o meno preparata. Ecco questo posso accettarlo. Sono qui, se volete esprimere un parere o un giudizio, anche una critica, sono pronta ad ascoltarvi.

A fine anno, si può finalmente dire com’è andata! Bene, male? Certo è dipeso da voi, se avete prestato attenzione, con impegno e concentrazione; ma anche da me, se sono stata sufficientemente chiara, gentile e paziente.

Evidentemente dovevamo incontrarci. La vita è fatta di incontri casuali. 

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Bello prof!

Vi ringrazio per avermi accolta con rispetto e affetto. Non è facile prendere il posto della Maestra delle elementari. Mi sono sentita inadeguata. Ho sentito il peso della responsabilità: seminare l’italiano, spiegare la storia e insegnare la geografia nella scuola media inferiore, dopo cinque anni di elementari. Ci ho provato. Sono stata, credo, paziente.

Scusate se qualche volta ho perso la pazienza e ho detto che N O N A V E V O MAAAAAAI AVUTO UNA CLASSE TANTO INDISCIPLINATA!

Son battute che scappano alle prof. Ma non l’ho mai pensato davvero. Certi giorni anche io sono arrivata a scuola stanca, magari di malumore. I pensieri sono come nuvole, vanno e vengono: anche noi prof vorremo pensare meno, non avere problemi. Ma voi lo sapete, no, ho anche una vita privata?

Si, prof lo capiamo. Anche mamma lavora. La mia insegna! E anche lei quando torna a casa è stanchissima e chiede che ci sia silenzio.

Bene iniziate da ora con il silenzio. Grazie!

Così posso cantarvi una canzone.

Una canzone prof?

(Cerco subito sul tablet la canzone di Nikka Costa, On my own.)

Trovo la base e inizio a cantare. C’è chi mi guarda incantato, chi incredulo. Chi ha lo sguardo pietrificato ma apprezza. Chi non capisce e ridacchia. Ma la canzone ve la canto tutta, fino alla fine.

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Poi, qualcuno mi chiede: Prof possiamo ascoltare “Perfect” di Ed Sheeran?

Certo, voi avete ascoltato me. Volentieri ascolto quello che vi piace. Parte la musica e anche la loro voce intona il testo. Voi non mi vedete, ma io mi giro verso il pc della classe per nascondere le lacrime, ricordando me stessa alla vostra età.

 

Capire vi fa paura, capire vi fa crescere. Gli anni passano. Tutto da soli, dovrete fare tutto da soli. Cose sempre più difficili: correre intorno a un albero, costruire una casa, guardare nello specchio o fuori dalla finestra, andare in autobus, sguazzare in una pozzanghera, leggere un libro. URLARE. Questo lo sapete fare benissimo.

A volte mi chiedo
chi sono, se vado bene
crederci è difficile.

Cerchiamo sempre di provare chi siamo
finchè apparirà il sole del mattino
che illumina tutte le paure.
Asciugo le lacrime che non ho mai mostrato,
magari posso non vincere ma non posso essere forte
qui fuori, tutto solo.

(Traduzione libera dal testo On my own).

 

Ciao, speriamo di rivederci!

Cineforum: un esperimento didattico a puntate con David Copperfield

Imparare con il Cineforum, garantisco si può. Conoscere i grandi classici della letteratura guardando un film: FATTO!

Per chiudere questo lungo anno scolastico ho scelto uno degli scrittori più eccentrici della produzione inglese, Charles Dickens, nella sua migliore scrittura di stampo autobiografico: David Copperfield. La riduzione cinematografica di un bestseller può incuriosire, emozionare, coinvolgere anche gli adolescenti più refrattari, i più allergici alla pagina scritta, alla letteratura consacrata. Chi nulla sa e mai ha sentito parlare di uno scrittore o di un testo composto più di centocinquant’anni fa, alla fine della proiezione conosce personaggi, trama, autore ed è in grado di esporre criticamente il suo pensiero sui fatti narrati. Anche quando le vicende sono accadute nel passato. Se poi la pellicola è a colori, siamo a cavallo. Nel caso in questione, quando l’Italia, in pieno del Risorgimento, ancora non aveva un’identità nazionale (concetto poco chiaro nonostante i lunghi approfondimenti ricorrenti su quest’ambito cronologico) il mondo era sicuramente in bianco e nero.

Più precisamente ho recuperato in Biblioteca ragazzi della Provincia di Cagliari l’edizione del regista ungherese Peter Medak (2000) e, a gran sorpresa, la sua proiezione ha suscitato emozioni contrastanti e davvero forti nei miei alunni di prima, seconda e terza media.

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Perché proprio Copperfield? Intanto il protagonista viene presentato da bambino e i nostri alunni hanno bisogno di immedesimarsi in un eroe (anche sfortunato) che gli somigli pur indossando abiti demodè; David si forma, come tanti piccoli oggi, con l’Homeschooling formazione domiciliare a tutti gli effetti, la sua tutrice è la madre fino ai nove anni; vive in una famiglia allargata, la mamma è vedova e si risposa con un uomo, Mr Murdstone, il quale porta in casa anche sua sorella. Il ragazzo, pur avendo un bel carattere, non ha vita facile: proprio non sembra meritare le minacce e le percosse del patrigno, avido e arcigno. Ed è proprio qui che l’insegnante deve intervenire per spiegare che in passato l’educazione passava anche attraverso queste maniere poco ortodosse. “La violenza gratuita non ci piace!” – “Non è giusto, David non lo merita! Picchiarlo in questo modo esagerato, perché? Solo perché ha sbagliato il compito di matematica?”.

Pubblicato su una rivista di proprietà dell’autore, a più riprese tra il 1849 e il 1850, con il titolo The Personal History, Adventures, Experience and Observation of David Copperfield the Younger of Blunderstone Rookery, which he never meant to publish on any account, io propongo il famoso romanzo vittoriano in versione cinematografica. Il testo ebbe un buon successo presso il lettore ottocentesco anche sotto il profilo visivo, infatti gli episodi furono illustrati da Hablot Knight Browne, maggiormente conosciuto con lo pseudonimo Phiz, principale traduttore in figure delle novelle dickensiane. Siamo di fronte, infatti, a un’opera letteraria che più di altre si presta alla visualizzazione.

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Copperfield è protagonista di eccentriche situazioni ambientate in Gran Bretagna durante la rivoluzione industriale, i cui risvolti economico sociali sono poco noti agli adolescenti italiani. Il suo profilo ci lascia di stucco: la sua vita è ben diversa da quella agiata del nostro quotidiano contemporaneo. Tristezza, ansia, risate, malinconia, incredulità. In certi momenti in classe si è scatenato un vero e proprio incontenibile “tifo da stadio”, tanto è stato il coinvolgimento nelle tragicomiche vicende di David. Attraverso una serie di flashback pieni di suspense, Dickenscom’è noto, racconta di un bambino dolcissimo e sfortunato, orfano di padre, successivamente privato anche della giovanissima madre, a causa delle angherie di un sinistro personaggio, Mr Murdstone accompagnato sempre da quella strega di sua sorella, fredda e crudele, con cui instaura in casa un clima di terrore. E così possiamo introdurre anche un tema per me molto importante: il maltrattamento dei minori.

Prof. Ma è assurdo! Prima perde il padre, poi la madre viene raggirata da questo tizio odioso, per non parlare della sorella che porta via loro le chiavi di casa. Ma stiamo scherzando, la loro casa!!! E la mamma di David non si ribella?”

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Certo, non hanno proprio idea di quanto l’intreccio sia importante per Dickens. Se non vi fossero tutti questi ostacoli, la trama avrebbe perso di efficacia insieme alla narrazione, validissima e di successo per gli incastri complessi fra i personaggi che si perdono di vista e poi si incontrano di nuovo per vivere situazioni inspiegabili.

“Ma prof non ho capito? Chi è questa Agnes? Dora, di chi è figlia? Continuo a confonderle. E questo strano tizio? Uriah Heep, quel viscido dal viso cadaverico che aspira alla mano di Agnes?“

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Illustration for Charles Dickens’s David Copperfield, third plate for November 1850 double-. Miss Betsey Trotwood came and looked in at the Rookery’s window

 

Purtroppo, la proiezione è lunga e dunque dobbiamo interrompere e riprendere successivamente. Esattamente come il lettore ottocentesco: gustò le puntate su venti fascicoli mensili (l’ultimo, secondo la consuetudine, doppio) dal maggio 1849 al novembre 1850; solo successivamente il testo fu riproposto in un volume con le illustrazioni di “Phiz”.

Per gli studenti sono stati, in particolare, più sconvolgenti i capitoli intitolati da Dickens:

Cado in disgrazia, Vengo mandato via di casa, Allargo la cerchia delle mie conoscenze.

Ai loro occhi David sembra davvero troppo piccolo per affrontare l’allontanamento forzato da casa. Ma quando, cresciuto, conosce l’amore, tutti si sciolgono e aspettano il bacio. Come in una telenovelas, tutta protesa verso la convenzione dello happy ending, possiamo cogliere in quest’opera le tracce di una profonda inquietudine giovanile, che i ragazzi hanno colto perfettamente,

 

 

 

 

In ascolto

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C’è una cosa che dobbiamo imparare a fare, tutti, piccoli e grandi, insegnanti e alunni: ASCOLTARE. Con estrema attenzione.

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Alla fine di un ennesimo anno scolastico da precaria, pieno di quotidiani originalissimi incontri all’insegna del “come facciamo oggi a trovare la concentrazione giusta?”, scopro che molte delle convinzioni sulla professione-docente che mi trovo per caso a svolgere hanno davvero bisogno di nuovi input su semplicissime questioni di relazione. Pensiamo sia facile trasmettere contenuti, entusiasmare gli animi, catturare l’attenzione e invece manca la rivoluzione vera: quella utile all’ascolto, senza ricatti, spontanea, reale. Una rivoluzione reciproca, che porti al dialogo. Fuori dal caos sonoro e dalla confusione delle idee. Se la scuola vuole riconquistare uno spazio utile, deve assolutamente riconquistare l’autorità, ascoltando tutti, sentendo tutti i partecipanti, prestando attenzione a chi, ogni giorno, chiede il nostro sguardo e il nostro supporto. Un ordinato botta e risposta. Nessuna chiusura ma apertura. Orecchie aperte. Curiosità. Ogni capriccio, disagio, malessere, risposta arrogante, pianto, risata, urla improvvisa è una richiesta di attenzione a cui non si può dare forfait facendo finta di niente.

Scrive un alunno.

Saper ascoltare non è così semplice. Perché quando uno parla, all’altro viene voglia di aggiungere la propria esperienza su quel fatto. Questo fenomeno capita spesso in classe: quando il professore parla, gli alunni vogliono a ogni costo dire qualcosa. Parlare su una persona non è educato e porta spesso a inutili litigi.  anche molto fastidio, mentre parli, che una persona si metta in mezzo per esprimere la sua opinione senza lasciarti finire la frase. Un difetto che hanno in molti è che quando uno parla loro non ascoltano, invece quando parlano vogliono essere ascoltati.

Penso che ascoltare sia importante ma lo è anche parlare.

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Ragiona sullo stesso tema anche un’alunna.

Ascoltare è veramente difficile: si tratta di un momento in silenzio. Chi non parla deve subire un discorso di chi si esprime. Io non ho molta difficoltà ad ascoltare. Per altre persone, invece, ogni scusa è buona per non farlo. Alcuni a scuola guardano il diario, lo pasticciano, scrivendo cose non aderenti alla lezione o parlano di continuo con il compagno di banco. Ascoltare ha lati positivi: impari qualcosa che prima non sapevi. Oppure puoi far parlare un tuo amico timido, facendogli del bene. A volte capita che, quando una persona parla, noi non capiamo niente di quello che dice, ma possiamo sempre chiedere di rispiegare.

Ascoltare vuol dire che può esprimersi solo chi parla; chi ascolta deve affrontare un momento di grande silenzio interiore. Quindi mettiamo alla prova noi stessi: bisogna imparare ad ascoltare.

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Infine, un’altra alunna.

Alcune persone non riescono a capire quand’è il momento di fare silenzio, di non distrarsi e di ascoltare. Anche io alcune volte mi distraggo ma la maggior parte del tempo, in classe, ascolto. Ascolto quello che dicono i professori e quello che dicono i miei compagni. Fare silenzio e ascoltare mi rilassa e mi fa sentire tranquilla. Consiglio a tutti: ogni tanto bisogna ascoltare.

 

Crescere, che fatica

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Ogni giorno, dalla cattedra, scruto i loro sguardi. A settembre “quei bambini” sembravano smarriti e incerti ma anche pronti, concentrati, controllati, quasi a disagio, seppure pieni di buoni propositi, di fronte a tutte le novità della scuola media inferiore. A fine maggio gli stessi occhi sono per certi aspetti più sicuri, sempre luminosi, svegli: occhi di ragazzini a proprio agio, in un contesto ormai diventato familiare, ma anche disillusi, stanchi e pronti per le meritate vacanze. Diversi hanno capito che stanno per lasciare l’infanzia: molti l’hanno pure scritto nel tema di fine anno.

Ma quando arriva il 10 giugno?

Nel frattempo si sono fatti le ossa, hanno capito fino a che punto possono “spingersi”, talvolta esagerano coi loro comportamenti. Sondano. Testano la tua pazienza. Possiamo affermare che non si tratti più di BRAVI BAMBINI? Beh, se li chiami ancora bambini si offendono. I miei giovani alunni stanno entrando, di fatto, nella prima adolescenza e si sentono ormai autorizzati (con un coraggio che a settembre era impensabile) a contestare anche la scuola, le sue modalità, le sue richieste ora, per loro, pretese. Quella scuola che prima era tutto un “MAESTRA, MAESTRA!” (baci e abbracci compresi) diventa, improvvisamente, con tutti i suoi componenti, antagonista. Luogo della noia. Gli studenti iniziano ad avere “in odio” quelle 5 (QUANDO NON SONO 7) ore di lezione. E con esse tutto il loro contenuto: banchi, storia, algebra, pareti dell’aula, prof di questo, prof di quell’altro, verifiche scritte, verifiche orali. Basta, che noia, che barba.

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Poiché, dice Vittorino Andreoli , nel gruppo di pari età tutti stanno vivendo lo stesso momento, quello della metamorfosi, TU, adulto preposto all’educazione emotiva e culturale dei giovani ti ritrovi (ogni anno allo stesso punto dell’anno) a dover “domare” una ventina di piccoli Gregor Samsa che si svegliano una mattina e si accorgono di avere il corpo di uno scarafaggio. Ora hanno le zampette e le antennine e (se sei quella specie cucaracha) pure le ali e non sanno più che cosa fare. Molti si sono dimostrati da subito alunni modello: educati, pazienti, gentili, diligenti. E continuano così, non si annoiano mai. Sembrano già maturi. Altri, giorno dopo giorno, adagiandosi sulle loro debolezze, hanno tirato fuori i lati più spinosi del loro carattere. Sono pronti a mostrarti originalissimi tratti della loro personalità, in sfida con la tua pazienza. Anche tu sei diventato parte di quella realtà. Tu sei parte di questo quotidiano mondo difficilissimo, in cui bisogna imparare a convivere. Piccoli coi piccoli, piccoli coi grandi. Ognuno ha il suo punto di vista diverso e tutti vogliono esprimerlo.

Ma tu sei lì. Solo per loro. Tu sei l’adulto. Sei già stato adolescente. Ma non lo sei più. Sei la loro guida e devi trasmettere loro un’importantissima capacità sociale: l’empatia, imprescindibile base per la convivenza.

Sarebbe bello, dunque, insegnare loro a LITIGARE BENE, a gestire le proprie emozioni. Avere alunni sempre felici è impossibile. Questo è un dato di fatto e noi insegnanti dobbiamo farcene una ragione. Dobbiamo, quindi, riuscire a trovare un metodo perché si immedesimino, trovando nel cinema e nella letteratura modelli in cui possano rispecchiarsi e confrontarsi.

Ecco perché a fine anno posso dire con gran soddisfazione che questi alunni, così difficili, così impegnativi coi loro gran bisogni di attenzione, ascoltano le parole se queste derivano dalla lettura. Trovano l’affetto, interesse, ciò che a loro piace. Perchè l’adolescente ha un enorme paura di rimanere da solo, di sentire il vuoto del silenzio. Prof, all’ultima ora, leggiamo un libro?

 

Certo! E il vuoto svanisce.

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Un mucchietto di promesse

Qualche giorno fa ho deciso di chiedere ancora una volta ai miei alunni di impegnarsi. UN ULTIMO SFORZO. Ho chiesto di scrivere la promessa di fine anno. 

“Prendete un foglio…”

“Anche piccolo?” – “Anche strappato?” – “Anche a quadretti?”

”Certo, il vincolo sta solo nella consegna, purché siate sinceri e convinti di ciò che scriverete!”

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In effetti si tratta di una semplice attività che fa da pendant con quella di inizio anno. In tutte le scuole, sapete, esiste un patto di corresponsabilità scuola-famiglia che viene letto e controfirmato da alunni, genitori e insegnanti. Ognuno ha i suoi diritti e doveri. Il documento contiene l’elenco dei principi e dei comportamenti che la scuola, la famiglia e gli alunni condividono e si impegnano a rispettare. (Riferimento normativo: Decreto del Presidente della Repubblica 21 novembre 2007, n. 235). Il modello base è fornito direttamente dal MIUR, poi ogni scuola lo personalizza senza snaturarlo. Ma sapete, spesso nel corso dell’anno il patto si rompe. Il contratto non sempre viene rispettato da tutte le parti coinvolte. La quotidianità, la fretta, l’impazienza, le esigenze di questo, le richieste di quell’altro, le sorprese (belle e brutte), l’indignazione, il pessimismo (insomma) e non ultime le critiche o le ingiustizie, nonché la superficialità prendono il sopravvento. E il patto va a farsi benedire. Ciò che è scritto su una fotocopia distribuita alle famiglie diventa solo un “Mucchietto di promesse” di poco conto. BUROCRAZIA.

 

A mio avviso, dunque, all’inizio anno è importante redigere oltre al patto ufficiale un altro contratto alunni/docente, personalizzato secondo le esigenze degli studenti e coerente coi bisogni e le aspettative di tutti. In primis, degli ospiti presenti ogni giorno in aula.

Si fa così. Dividi la lavagna in due parti.

DOCENTE                                       /                                 ALUNNI27A0BD45-16EE-4A19-8860-2889879FB61D

Sotto la scritta “docente” mettiamo tutte le qualità che gli alunni desiderano trovare in un/un’insegnante. Dall’altra ciò che il docente si aspetta dagli alunni. A turno prof e alunni chiamano gli attributi per il ruolo.

E guarda un po’, gli aggettivi qualificativi sono speculari.

GENTILE                                                    /                            GENTILI ED EDUCATI

PAZIENTE                                                  /                            TOLLERANTI

DIVERTENTE                                             /                            ALLEGRI

COLTO                                                        /                             STUDIOSI

CALMO                                                       /                             CALMI

INDULGENTE                                            /                             DILIGENTI

CHIARO NELLE SPIEGAZIONI                /                            CHIARO NELL’ESPRIMERSI

And so on.

Per concludere sia il prof sia due rappresentanti degli alunni (un maschio e una femmina) firmano in calce.

Ogni tanto, nel corso dell’anno è bene ricordare che il prodotto di questa primissima lezione è fondamentale per andare d’accordo.

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Stare in armonia, in pace. Stare bene insieme.

Certo, serve anche per verificare se l’insegnante sta mantenendo la sua parola. Se l’adulto è in grado di guidare il gruppo. In fondo, è fondamentale: anche l’insegnante deve essere promosso. È bene ricordare loro ciò che si è detto quella mattina più volte: è utile rinforzare la motivazione del giovane pubblico, l’unico che esige vera attenzione. L’unico che è autorizzato a fare i capricci. L’unico che è in fase di crescita, che soffre per il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, che soffre per i genitori in corso di separazione, che piange la mamma obbligata a passare le giornate all’ospedale oncologico, che soffre perchè il papà non c’è più.

E per far passare tristezza, rabbia, malinconia ci vuole gentilezza, passione, allegria e molta calma. E se non hai queste qualità non puoi insegnare, neanche per un solo giorno.

Arriviamo, dunque, alle promesse di fine anno.

Certo chi si è impegnato molto è pure molto stanco ma alcuni non rinunciano a mettere a disposizione le proprie energie per aiutare gli altri.

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Alcuni sentono di essere migliorati molto da settembre. Non serve che ci sia stata davvero un’evoluzione significativa nell’ambito didattico, l’importante è sentire che ciò è avvenuto.

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Qualcuno sa che deve ancora impegnarsi, molto di più; però, guarda caso, non ci sono più gli errori ortografici. E questo per alcuni è moltissimo.

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Poi ci sono quelli che “le promesse” sono il mio mestiere!

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Tutto ruota intorno a un accordo. Se c’è armonia, tutto va liscio come l’olio. Ciò che è scritto è scritto. AMEN

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Insegnare è curare

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Talvolta riesco a prender una pausa dalla faticosa routine quotidiana, inspiro-espiro-respiro. Poche volte in questi lunghi mesi abbandono il contatto con l’aula (presenza lunga, infinita quanto infinitinovemesisettembre-giugnotuttocompreso) ma quando riesco a staccare lo sguardo dal singolo alunno, a spegnere il tasto “amministratore” di un gruppo classe, penso e ripenso a loro, i miei studenti. Poi dimentico, perché son studenti a tempo determinato. Quando sono in pausa da lavoro metto a fuoco i loro problemi, ragiono su certi loro difetti, sui loro pregi, focalizzo le loro insofferenze, rifletto sui loro “prof-prof ci sono anche io, non mi vede?”, penso al mutismo selettivo di alcuni, alle affinità elettive di altri, ai loro rifiuti, ai loro continui capricci. Sono come un “chiodo fisso”! Penso alle soluzioni da adottare, alle strategie più idonee, a nuove idee per dare loro il meglio in questo momento storico culturale così complicato. In un contesto in cui le famiglie son sempre meno preparate sotto il profilo genitoriale; dove la maggior parte dei giovani “coi figli prima esperienza” affrontano il duro mestiere educativo privi di strumenti dispensativi, diciamolo a voce alta, gli insegnanti sono l’unico dispositivo compensativo.

A scuola, ve lo assicuro, esiste solo la modalità CURARE ON.

Ci troviamo subito catapultati nell’ambito medico ma soprattutto in quello degli affetti e della memoria.

C’è il cuore dentro, c’è lo stimolo, c’è l’osservazione.

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Dobbiamo curare tutto, problem solving alla mano. Ma esiste un prontuario? Una soluzione per ogni malattia, per ogni questione? Educare, istruire, preparare, supportare, correggere, incoraggiare, prevenire, salvare: agli operatori della scuola è richiesto oggi di fronteggiare moltissime sfide, di una complessità sempre più crescente. Si deve agire su molteplici fronti e senza mai perdere di vista la delicatezza dei referenti primari, cioè i bambini, i pre-adolescenti, gli adolescenti. Uomini di domani.

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Detto così è bellissimo e sembra anche un mestiere facilissimo.

Nelle cronache recenti così come nelle rappresentazioni giornalistiche e televisive più diffuse e influenti, i docenti sono raffigurati in modo irrealistico e stereotipato. Il mestiere dell’insegnante è una condizione complicata e complessa, esposta ai rischi dell’insuccesso, attraversata da molteplici e non facili contraddizioni e dilemmi, una professione con molti chiaroscuri. Nel passato più recente il maestro somigliava più a un persecutore che non a un medico: educava percuotendo i discenti, come possiamo osservare in queste illustrazioni di primo e fine Ottocento.

 

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Acquaforte di Bartolomeo Pinelli, Il castigo dei fanciulli, 1810

 

Più che curare provocava ferite, non solo corporali ma anche psicologiche.

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Oggi, sempre di più, si deve trasformare in taumaturgo: perchè i miracoli esistono, in alcune scuole di periferia, per esempio.

Ciò che appare più evidente è la non univocità di questa professione. Qualsiasi sia il contesto socio-culturale in cui si opera, si ha a che fare con un gruppo di persone, giovani esseri umani. Creare un ambiente di lavoro positivo e stimolante per gli alunni è un elemento fondamentale della gestione della classe, ed è indispensabile tanto alla didattica quanto all’apprendimento. Se gli allievi sono attivamente coinvolti nella lezione, diminuiscono le probabilità che s’impegnino in comportamenti con essa incompatibili, come parlare fra loro, muoversi o disturbare l’attività.

Per questo un docente non può essere un mero distributore di contenuti seduto in cattedra: non può più sperare di avere un pubblico di ascoltatori sempre attento, frontalmente disposto per cinque o anche sette ore (quando c’è il tempo prolungato), né può pretendere il silenzio o l’attenzione con la minacce di punizioni (anche se quelle corporali oggi, va detto, non esistono più se non in casi di forti squilibri nella personalità dell’insegnante!).

Nel passaggio dalle elementari alle medie per i bambini tutto si complica.

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Molti ragazzini sono nostalgici, tornerebbero indietro nel tempo.

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Certi son contenti di lasciare l’infanzia alle spalle, sicuri di essere pronti per nuove avventure.

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Altri sono davvero soddisfatti di questo nuovo percorso, stimolati da fratelli o sorelle più grandi che hanno avuto esperienze scolastiche positive.

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A volte, portare una ventata di freschezza in classe significa non annoiare. Curare tutti gli aspetti del quotidiano. Sorridere, far sorridere, variare, recitare un copione sempre diverso, sorprendere anche se è difficile riuscirci sempre.

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Quindi, scusate e lo dico a voce alta, poiché mi prendo cura costantemente e con molto impegno dei vostri figli e tanti colleghi come me lo fanno, credo che sia indispensabile una bella pausa per rigenerarsi e, ricominciare ogni anno carichi di motivazione. Insegnare è curare, farsi carico delle problematiche altrui. Il sovraccarico di queste “INFORMAZIONI” così variegate implicano nel docente un dispendio di energie enorme. Molto più imponente di quanti possano solo provare a supporre. Per questo abbiamo bisogno di pause lunghe nel corso dell’anno scolastico e anche nel periodo estivo. Per scaricare gli accumuli di input pericolosi per il nostro stato di salute mentale.

Perché curare è un mestiere bellissimo ma anche chi cura ha bisogno di rigenerarsi per operare al meglio.

Ci rivediamo in classe il 2 maggio.

Interviste alla Prof con o senza spille

Un breve post per ringraziare due care amiche che nelle ultime settimane hanno deciso di dedicarmi un po’ del loro tempo.

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Si tratta di due intervistine a me medesima.

Una, dedicata principalmente alla mia attività di illustratrice-atempoperso, a cura di Stefania Morgante, qui. Artista poliedrica autrice di un bellissimo volume tutto da colorare intitolato Life: A Colouring book, Stefania disegna come me e realizza coloratissimi e originalissimi foulard.

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Un’altra, incentrata maggiormente sulla mia passione per gli aspetti intrinseci ed estrinseci del libro antico illustrato, comprensiva di link ai miei ultimi articoli in ambito accademico, qui a cura di Adriana Paolini, docente di codicologia, esperta di volumi antichi e manoscritti medievali e moderni e autrice di bellisimi volumi per ragazzi tra cui L’invenzione di Kuta. La scrittura e la storia del libro manoscritto.

Essere e avere

Per calmare gli animi di questi nostri alunni adolescenti così agitati ansiosi di “dirediredire” SEMPRE – in con-ti-nua-zio-ne – qualcosa quando l’insegnante è intenta a sgolarsi per introdurre gli ausiliari essere e avere accennando persino al loro significato filosofico quello dell’esistenza o del possesso mentre illustra il loro uso nei tempi composti e la classe si scompone non poco bisogna cambiare strategia, virgola, bisogna rinnovarsi. Bisogna adattarsi. Riadattare la programmazione, così dicono dall’alto. IN CON-TI-NUA-ZIO-NE. Senza sosta, Senza respiro. Come in apnea, come in un testo senza punteggiatura, tutto d’un fiato che nemmeno Joyce saprebbe come cavarsela. Conoscete tecniche di ipnosi?

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Eh sì. Le strategie devono essere molteplici. Alla prof non basta conoscere a menadito l’analisi logica, gli avverbi, tutti i dettagli della vita di Matilde di Canossa e Irene di Bisanzio; per incantarli, stordirli e, infine, zittirli ORA BBBASTA non è sufficiente descrivere, a memoria, tutto il ciclo di avvenimenti ricamati sui 70 metri dell’Arazzo di Bayeux. Non si accontentano più della capacità mnemonica della docente che declama filastrocche a voce alta, canta Va pensiero, legge brani di letteratura illustrata. Alla prof non basta dichiarare di ascoltare musica TRAP, sì, come si chiama quello? ah si SFERAEBBASTA (ignorando qualsiasi testo lui “trappi”), provare la flipbottle e fare CENTRO al primo colpo (Daaaaaab), brava proffff, non serve affermare di avere seguito tutte le fasi della gravidanza (con annessa la nascita) del figlio di Chiara Ferragni. Ha visto che carino proooooof???

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Non è sufficiente nemmeno incantarli. Che so portare tre palline, giocolare alla ricreazione, e tutti intorno, pure quelli delle altre classi che non ti conoscono, che non sei la loro prof. Proooooooffff, ma come fa a fare il giocoliere??? Prima lavorava al circo?

Non basta tutto questo. NO. Noncelapossiamoffffffare, noi dietro la cattedra, ma anche a fianco, sopra o sotto, noncelapossiamcavare con così poco. Con la nostra scienza, la nostra cultura, tutto questo nostro SAPERE, CONOSCERE, SPIEGARE. Ah come spiego bene.

I ritmi dell’apprendimento concettuale sono sempre più lenti, la memoria episodica vacilla, quella a lungo termine trema, perché lo sguardo dei ragazzini non riesce a fissarsi su un solo oggetto, su un solo argomento. Gli oggetti dei loro desideri sono infiniti. I loro argomenti sono infiniti. E se moltiplichi l’infinito per venti, BOOM, l’insegnante non fa in tempo ad aprire il cassetto, quello della letteratura che subito loro senza nemmeno bussare aprono quello della famiglia Mio zio ha detto… mio zio ha fatto… mio cugino fa… mio cugino dice…; se estrai il coniglio dal cilindro son già pronti a infilarsi in una tuba di aforismi di YouTubers da strapazzo.

Tutto senza MAI, dico MAI, sollevare la mano per prendere la parola!

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E allora sapete cosa vi dico a proposito di ausiliari? Oggi per l’ennesima volta proiettiamo un film che parla di scuola. Di una scuola molto particolare.

Oggi vediamo un film del 2002 diretto da Nicolas Philiber: “Essere e avere” anzi  Être et avoir. Mi raccomando, attenti, sono andata fino alla BIBLIOTECA per prendere il DVD, solo per voi!

Ma prof è in francese? Perchè voi non studiate il francese? Ma lei insegna ITALIANO.

Ancora con questa storia dell’impersonificazione materia-docente???

Benissimo. Il film è sottotitolato, oggi LEGGIAMO per due ore. Contenti???

Il film inizia con una scena campestre in cui una trentina di mucche muggiscono. La prima cosa che fanno è ridere e fare MUUUU-MUUUUU: pur sempre un inizio di comprensione del testo. Qui la lingua è universale, non c’è bisogno di sottotitoli, anche in FRANCIA le mucche fanno MUUUUUU.

Una scuola speciale, dove un maestro francese opera in una scuola a classe unica di Saint-Étienne-sur-Usson, nel Massiccio Centrale. Nello stesso ambiente, molto accogliente, dove sono ammessi persino alcuni animali, convivono un maestro, diversi bimbi della materna e altri delle elementari. Di età diverse, dai 4 ai 10 anni. Tutti insieme. Chi impara a scrivere, chi a leggere, chi fa il dettato. Tutto in silenzio. Le regole sono molto chiare. I grandi devono essere d’esempio per i piccoli. A loro volta, i piccoli stimolano i grandi a essere prudenti, per evitare incidenti, per evitare di far male ai bimbi di 4 anni.

Avete visto quanto sono bravi? Tutti in silenzio? Nessuno urla. Tutti ascoltano il maestro.

Una pellicola all’insegna della lentezza, dove i ritmi sono adeguati, a ognuno il proprio momento, a ognuno il proprio spazio. Dove ognuno può esprimersi, come è giusto che sia. Dove il maestro può dedicare le sue energie per dare a ognuno il giusto appoggio.

Leggere guardando un film. Viene così soddisfatta la loro attitudine multitasking (leggere/guardare), viene stimolata la capacità di comprensione del testo (non è possibile capire il film se non si leggono i sottotitoli), viene mostrata una scuola possibile quella in cui tutti collaborano. E intanto loro rivedono sè stessi nei bambini del film, ahahah guarda quello sei tu da piccolino!! quando Jojo, uno dei piccoli, sbadiglia.

Rivedono le loro smorfie, gli attimi di noia e di gioia, di incertezza degli affetti (“sei mio amico?” chiede una bambina a tutti quelli che le passano vicino). Si rispecchiano, sono come SONO e da oggi HANNO qualcosa in più la consapevolezza di essere uguali a tutti i bambini del mondo con i loro pregi e difetti.

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Prof, facciamo anche noi lezione in giardinooo???

 

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