Il primo articolo non si scorda mai

Questo è il mio primo articolo.

Dopo il primo arriva subito il secondo.

 

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Interviste alla Prof con o senza spille

Un breve post per ringraziare due care amiche che nelle ultime settimane hanno deciso di dedicarmi un po’ del loro tempo.

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Si tratta di due intervistine a me medesima.

Una, dedicata principalmente alla mia attività di illustratrice-atempoperso, a cura di Stefania Morgante, qui. Artista poliedrica autrice di un bellissimo volume tutto da colorare intitolato Life: A Colouring book, Stefania disegna come me e realizza coloratissimi e originalissimi foulard.

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Un’altra, incentrata maggiormente sulla mia passione per gli aspetti intrinseci ed estrinseci del libro antico illustrato, comprensiva di link ai miei ultimi articoli in ambito accademico, qui a cura di Adriana Paolini, docente di codicologia, esperta di volumi antichi e manoscritti medievali e moderni e autrice di bellisimi volumi per ragazzi tra cui L’invenzione di Kuta. La scrittura e la storia del libro manoscritto.

Essere e avere

Per calmare gli animi di questi nostri alunni adolescenti così agitati ansiosi di “dirediredire” SEMPRE – in con-ti-nua-zio-ne – qualcosa quando l’insegnante è intenta a sgolarsi per introdurre gli ausiliari essere e avere accennando persino al loro significato filosofico quello dell’esistenza o del possesso mentre illustra il loro uso nei tempi composti e la classe si scompone non poco bisogna cambiare strategia, virgola, bisogna rinnovarsi. Bisogna adattarsi. Riadattare la programmazione, così dicono dall’alto. IN CON-TI-NUA-ZIO-NE. Senza sosta, Senza respiro. Come in apnea, come in un testo senza punteggiatura, tutto d’un fiato che nemmeno Joyce saprebbe come cavarsela. Conoscete tecniche di ipnosi?

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Eh sì. Le strategie devono essere molteplici. Alla prof non basta conoscere a menadito l’analisi logica, gli avverbi, tutti i dettagli della vita di Matilde di Canossa e Irene di Bisanzio; per incantarli, stordirli e, infine, zittirli ORA BBBASTA non è sufficiente descrivere, a memoria, tutto il ciclo di avvenimenti ricamati sui 70 metri dell’Arazzo di Bayeux. Non si accontentano più della capacità mnemonica della docente che declama filastrocche a voce alta, canta Va pensiero, legge brani di letteratura illustrata. Alla prof non basta dichiarare di ascoltare musica TRAP, sì, come si chiama quello? ah si SFERAEBBASTA (ignorando qualsiasi testo lui “trappi”), provare la flipbottle e fare CENTRO al primo colpo (Daaaaaab), brava proffff, non serve affermare di avere seguito tutte le fasi della gravidanza (con annessa la nascita) del figlio di Chiara Ferragni. Ha visto che carino proooooof???

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Non è sufficiente nemmeno incantarli. Che so portare tre palline, giocolare alla ricreazione, e tutti intorno, pure quelli delle altre classi che non ti conoscono, che non sei la loro prof. Proooooooffff, ma come fa a fare il giocoliere??? Prima lavorava al circo?

Non basta tutto questo. NO. Noncelapossiamoffffffare, noi dietro la cattedra, ma anche a fianco, sopra o sotto, noncelapossiamcavare con così poco. Con la nostra scienza, la nostra cultura, tutto questo nostro SAPERE, CONOSCERE, SPIEGARE. Ah come spiego bene.

I ritmi dell’apprendimento concettuale sono sempre più lenti, la memoria episodica vacilla, quella a lungo termine trema, perché lo sguardo dei ragazzini non riesce a fissarsi su un solo oggetto, su un solo argomento. Gli oggetti dei loro desideri sono infiniti. I loro argomenti sono infiniti. E se moltiplichi l’infinito per venti, BOOM, l’insegnante non fa in tempo ad aprire il cassetto, quello della letteratura che subito loro senza nemmeno bussare aprono quello della famiglia Mio zio ha detto… mio zio ha fatto… mio cugino fa… mio cugino dice…; se estrai il coniglio dal cilindro son già pronti a infilarsi in una tuba di aforismi di YouTubers da strapazzo.

Tutto senza MAI, dico MAI, sollevare la mano per prendere la parola!

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E allora sapete cosa vi dico a proposito di ausiliari? Oggi per l’ennesima volta proiettiamo un film che parla di scuola. Di una scuola molto particolare.

Oggi vediamo un film del 2002 diretto da Nicolas Philiber: “Essere e avere” anzi  Être et avoir. Mi raccomando, attenti, sono andata fino alla BIBLIOTECA per prendere il DVD, solo per voi!

Ma prof è in francese? Perchè voi non studiate il francese? Ma lei insegna ITALIANO.

Ancora con questa storia dell’impersonificazione materia-docente???

Benissimo. Il film è sottotitolato, oggi LEGGIAMO per due ore. Contenti???

Il film inizia con una scena campestre in cui una trentina di mucche muggiscono. La prima cosa che fanno è ridere e fare MUUUU-MUUUUU: pur sempre un inizio di comprensione del testo. Qui la lingua è universale, non c’è bisogno di sottotitoli, anche in FRANCIA le mucche fanno MUUUUUU.

Una scuola speciale, dove un maestro francese opera in una scuola a classe unica di Saint-Étienne-sur-Usson, nel Massiccio Centrale. Nello stesso ambiente, molto accogliente, dove sono ammessi persino alcuni animali, convivono un maestro, diversi bimbi della materna e altri delle elementari. Di età diverse, dai 4 ai 10 anni. Tutti insieme. Chi impara a scrivere, chi a leggere, chi fa il dettato. Tutto in silenzio. Le regole sono molto chiare. I grandi devono essere d’esempio per i piccoli. A loro volta, i piccoli stimolano i grandi a essere prudenti, per evitare incidenti, per evitare di far male ai bimbi di 4 anni.

Avete visto quanto sono bravi? Tutti in silenzio? Nessuno urla. Tutti ascoltano il maestro.

Una pellicola all’insegna della lentezza, dove i ritmi sono adeguati, a ognuno il proprio momento, a ognuno il proprio spazio. Dove ognuno può esprimersi, come è giusto che sia. Dove il maestro può dedicare le sue energie per dare a ognuno il giusto appoggio.

Leggere guardando un film. Viene così soddisfatta la loro attitudine multitasking (leggere/guardare), viene stimolata la capacità di comprensione del testo (non è possibile capire il film se non si leggono i sottotitoli), viene mostrata una scuola possibile quella in cui tutti collaborano. E intanto loro rivedono sè stessi nei bambini del film, ahahah guarda quello sei tu da piccolino!! quando Jojo, uno dei piccoli, sbadiglia.

Rivedono le loro smorfie, gli attimi di noia e di gioia, di incertezza degli affetti (“sei mio amico?” chiede una bambina a tutti quelli che le passano vicino). Si rispecchiano, sono come SONO e da oggi HANNO qualcosa in più la consapevolezza di essere uguali a tutti i bambini del mondo con i loro pregi e difetti.

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Prof, facciamo anche noi lezione in giardinooo???

 

Dalla memoria vegetale a quella digitale

 

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TIINNNNN.

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Come un campanellino i nostri ricordi ri-suonano nella mente. Basta un profumo, un suono, un’assonanza visiva, una vecchia foto e certi episodi, certe esperienze, certe sensazioni riaffiorano provocando in noi il cosiddetto tuffo al cuore. Altre volte, se il cuore in passato ci è stato spezzato, preferiamo dimenticare. Non a caso la sede della memoria nell’antichità classica risiedeva in quest’organo vitale. Par coeur in francese e by heart in inglese traducono il nostro “imparare a memoria”. Una pratica, quest’ultima, molto in voga nella scuola italiana sin dai primi anni della materna.

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Quando non si tratta di memoria autobiografica, la facoltà di ricordare – imprescindibile quando si parla di istruzione – va allenata, stimolata, incoraggiata con affetto. La conoscenza deve passare attraverso gli occhi o le orecchie, percorrere i vasi sanguigni, quelli blu e quelli rossi, e raggiungere il cuore. Va allenata, con amore per l’apprendimento e passione per la cultura. Se il docente non è appassionato, non ama la storia, l’arte, la letteratura il discente fatica a prendere il ritmo giusto, a ingranare. I contenuti, siano di indirizzo umanistico o scientifico, una regola matematica o grammaticale, un testo poetico, vanno memorizzati, certamente ma come? E le nozioni devono essere assorbite, assunte quasi per osmosi. Devono diventare tutt’uno con noi stessi. Perché quando porto l’automobile non penso se devo usare il pedale dentro o sinistro per frenare: il cervello mette in campo le sue risorse perché io possa persino cantare mentre guido. Ma la scuola sa come procedere? Questa domanda me la pongo ogni volta che entro in classe. Perché, in fondo, per i miei alunni io rappresento LA SCUOLA e non posso presentarmi impreparata. Soprattutto incompetente circa i metodi da adottare in ogni circostanza della vita scolastica.

Una quotidiana lotta contro il tempo, perché le cose da imparare sono tante e il tempo non basta mai. E i ragazzi sempre più spesso NON STUDIANO! Ovvero non si applicano, passano poco tempo davanti ai libri. I miei alunni (ho chiesto espressamente) dedicano ai compiti circa un’ora e un quarto.

Ma alle scuole medie le materie sono tante, come fanno a rinforzare, a consolidare, a esercitarsi per benino? Le nozioni, i contenuti, vanno immagazzinati. Che non basti la tradizionale spiegazione, quella lezione frontale chiusi dentro l’aula (di questo mi sono già occupata quando ho parlato delle sempre più necessarie uscite a teatro, al museo, persino una passeggiata in città, verso il centro storico, vale più di qualsiasi perfetta esposizione) per me è assodato. Poi deve ancora venire qualcuno che mi convinca che i compiti a casa, tanti tanti esercizi, siano davvero necessari. Ma un’oretta di impegno mi sembra davvero poco.

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I contenuti, quelli che le famiglie e la società ci chiedono, dove si trovano? Un tempo, venivano trasmessi oralmente e, Gutenberg lo volle, ormai sono stampati sui libri. La famosa Memoria vegetale di cui parla Umberto Eco, oggi, in gran parte è stata pure riversata su supporti digitali, la cui memoria è estensibile giga-su-giga. Quindi basta sfogliare un libro, consultare internet per sfamare il desiderio di conoscenza.

Perché dobbiamo studiare prof?? su Wikipedia c’è tutto!!

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Certo, sarebbe meraviglioso poter avere il piglio geniale dell’Incredibile bambino mangialibri di Oliver Jeffers. Enrico, un bambino che ama mangiare i libri! Un vero talento: il bimbo dopo aver assaggiato una sola parola, tanto per provare, decide di gustare un’intera frase e poi l’intera pagina. Un personaggio capace di ingoiare un libro intero tutto d’un colpo! Enrico più mangia i libri e più è saccente fino all’indigestione che lo riporta fra i comuni consumatori di insalata.

Qualcuno di voi ha il potere di fare questo? Presentatemelo!

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Il sogno di ogni prof seguire decine di alunni superdotati che, senza alcun problema di concentrazione o comprensione, digeriscono tutto ciò che viene discusso o presentato in classe. Per quanto mi riguarda concluso il primo quadrimestre, dopo l’allenamento intensivo a “pane e cineforum”, è giunto il momentodi provare ad allenarci con la memorizzazione di testi poetici. Vediamo come se la cavano con la memoria episodica. Ma prima indago.

Ragazzi, non ci credo, tutti voi conoscete a memoria un testo, una filastrocca, una conta, uno scioglilingua.

Piano piano, prendono coraggio. Prima uno, poi l’altra tirano fuori il generoso repertorio. Tutti poi dicono, ah sì quella la conosco anche io e so pure questa trecentotre trentini entrarono a Trento tutti e trentatrè trotterellando.

Lo scopo è chiaro: non appena avremo imparato tutti i testi della sezione POESIA della nostra antologia, andremo in giro per le classi a portare la nostra lezione di letteratura. Come gli uomini-libro di Fahrenheit anche noi abbiamo tanti interpreti, una Chiara Carminati, un Mario Lodi, il classico Gianni Rodari, il nonsense Toti Scialoja, Emily Dickinson e Rainer Maria Rilke, Umberto Saba, Giovanni Pascoli, Franco Fortini and so on.

Oh, hanno studiato. Tutti. Nessuno escluso. Tutti reciteranno. E io pure ho imparato tanto, come dice Bruno Tognolini, perché possiamo camminare insieme verso lo stesso obiettivo: imparare a essere poeti per un giorno.

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
“Col tempo, ti insegnerò tutto!”.
Insegnami fino al profondo dei mari
“Ti insegno fin dove tu impari!”.
Insegnami il cielo, più su che si può
“Ti insegno fin dove io so!”.
E dove non sai?
“Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, dall’albero al seme.
Insegno e imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te!”.

 

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Stare a stretto contatto con orde di pre-adolescenti mi consente di sondare gli umori della mia generazione. Quella degli anni Ottanta/Novanta.

Mi spiego meglio.

Essendo una “prof in verde età”, una quarantaquattrenne dire in erba è eufemismo impiegata nel settore dell’educazione non frequento solo i ragazzi d’oggi, di cui mi occupo da vicino quotidianamente, ma tratto anche con le loro famiglie di riflesso e de visu. I genitori dei miei alunni hanno grosso modo la mia età; talvolta, sono più giovani di quindici anni. Quelli più anziani son davvero pochi. Forse hanno cinquant’anni. Essere coetanei non agevola il colloquio o semplifica l’indispensabile confronto. Parliamo, forse, nel medesimo slang e l’immaginario suppongo sia molto simile. Siamo cresciuti con Heidi, Dolce Remì e Goldrake; abbiamo giocato per strada “a pincaro”, “a elastico” e coi rollerblade; abbiamo visto “Il tempo delle mele”, seguito i quiz di Mike Bongiorno, cantato coi Queen e ballato con Michael Jackson, Heater Parisi Cicca cicale, Madonna e i Cure. Brani rigorosamente incisi su musicassette o vinili.

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Forse alcuni hanno letto “Il giovane Holden” e Siddharta, altri si sono spinti sino a Bukowski, moltissimi hanno sfogliato giusto i Penuts o Mordillo. Altri, non hanno mai letto; hanno preferito giocare a Pacman.

Quando osservo i miei allievi, scorgo nei loro gesti un po’ dei loro papà e delle loro mamme o, meglio, intravedo nelle loro movenze il riflesso del clima domestico. Il senso del ritmo, quello del pudore ed estetico non è altro che il frutto dell’ambiente socio-culturale d’origine. Quella sensibilità penetra, per osmosi, nel loro DNA. Alcuni indossano magliette nostalgiche, con su scritto Snoopy o Superman. Tu sai chi è Che Guevara, vero?? – CHIII? – Come no? Ma si tratta del personaggio ritratto sulla tua t-shirt…

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Tuttavia, per non sbagliare o forzare troppo la mano con certi temi o generi letterari, prima di proiettare un film, discutere di argomenti delicati, come l’immigrazione lo Ius soli, declamare fatti di cronaca, esporre le tragiche conseguenze di guerre attuali o passate o ricordare la shoà, mi informo. Chiedo. Verifico.

Cosa dite, i vostri genitori saranno d’accordo? In questo film sentirete qualche parola un po’ forte. L’antagonista, per mostrare quanto sia un cattivo ragazzo si esprime con qualche parolaccia. Ma tanto le conoscete tutti le parolacce no? L’importante è saper contestualizzare: certe parole si usano “in piazzetta”; la volgarità a scuola, così come in tutti ambienti in cui l’educazione è sigillo di eleganza, non è gradita. Giusto?

Giusto Prof, si le parolacce le conosciamo tutte, vuole un elenco??

Questo brano racconta la morte di un uomo. Quest’altro racconta l’infelicità di un bambino rimasto orfano. Quest’altro ci dice che una bambina è stata vittima di violenza. Siamo sicuri? Possiamo procedere?

Di sicuro, i miei coetanei, i pater familias, non avranno niente da ridire.

Quando la programmazione di ambito antologico letterario segue pedissequamente il libro di testo, mi rilasso, avanzo con passo deciso, piuttosto disinvolta. Generi e tematiche sono interessanti e permettono voli pindarici tra attualità e cronaca. Certo, tutto è filtrato dalle ricerche dei curatori del volume, che selezionano i brani più significativi e utili (con tutti i limiti) nell’esercizio della comprensione del testo, competenza richiesta in uscita dalla scuola secondaria di primo grado.

Fatto sta, in Prima Media ci dobbiamo occupare pure di epica. Per introdurre l’Iliade e l’Odissea è indispensabile parlare di politeismo, di Olimpo, di vita nell’antica Grecia. Dunque, devo parlare di cultura greca e di arte greca. Per me è il massimo, finalmente posso tenere una lezione di storia dell’arte durante l’ora di Italiano.

Poiché tutto il contenuto dei poemi è visualizzabile, lavoriamo con le slide, coi cartelloni, con le immagini.

Ops. Ma qui son tutti nudi?? Come la risolvo? Cosa faccio, interpreto il ruolo di Daniele da Volterra e metto i Braghettoni a Nettuno, ad Apollo, a Zeus??

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La migliore soluzione è dire apertamente che l’arte classica tende particolarmente a raffigurare uomini e donne nude. Talvolta, lo scultore vuole mostrare la sue abilità in campo anatomico: vuole esaltare il corpo, la muscolatura dell’eroe o del divino. Alcuni non l’avevano ancora notato, sfogliando il libro di arte esclamano, senza troppo imbarazzo, vero prof, qui son tutti nudi. Son spudorati! Il Discobolo di Mirone, la Venere di Botticelli e quella di Tiziano, il David di Michelangelo.

Con molta calma, do loro le spiegazioni più sincere, quelle utili a spegnere l’imbarazzo: in fondo, sotto i vestiti siamo tutti nudi. Ho suggerito di sfogliare il libro di arte con i propri parenti, per provare a capire quanto sia bello il corpo maschile e femminile, così puro nella plastica antica e nella pittura moderna. Se lo sguardo è puro quanto l’intenzione dell’artista che li ha resi eterni, la malizia svanisce e possiamo crescere maturi e liberi da condizionamenti.

 

 

Think big

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Per raccontare dei piccoli indiani, bisogna spesso migrare su altri blog, più grandi e un maggior seguito.

Un ringraziamento speciale ai Topipittori per lo spazio concesso alla prof e ai suoi alunni di Prima A.

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Pro

Sta ‘nfronte a meeeee

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Pochi giorni fa, credo di non essere l’unica ad averlo fatto, ho letto un articolo dal titolo: “Chi rallenta davvero la scuola? La lezione frontale, non gli alunni fragili”,  nel quale il presidente di INDIRE (l’Istituto Nazionale documentazione Innovazione e ricerca educativa), Giovanni Biondi, afferma di sognare una scuola senza aule e senza classi.

In fondo, dice, se l’insegnante parla, l’alunno studia sul libro e poi l’insegnante interroga, va da sé che chi per qualsiasi motivo non si adatta a questo modello, resta indietro. […] Se facciamo invece un modello laboratoriale, in cui diciamo che i ragazzi non vengono a scuola per sentire la lezione – quella la leggono a casa – ma per fare attività, se lavorano a gruppi in modo collaborativo, allora cambia tutto, anche il ruolo dell’insegnante di sostegno, anche l’atteggiamento verso chi ha qualche difficoltà. 

Naturalmente, davanti a queste affermazioni riemergono i sostenitori della scuola all’antica, quella con il grembiule anche alle scuole medie, dove “allora sì, si imparava il latino, prima di andare al ginnasio“. Lavagna in ardesia, silenzio assoluto, registro cartaceo, studio mnemonico. L’insegnante impugnava la bacchetta, impartiva la lezione seduto in cattedra, di fronte a un gruppo di alunni silenziosi (pena la “defenestrazione” di qualsiasi gaglioffo troppo fuori schema) e tutti attenti. Nessuno si muova! Parla il maestro.

Non mancavano le punizioni, psicologiche o corporali.

Nessuno della famiglia avrebbe mai osato contestare alcun docente; di fronte a un rimprovero, a casa – ma stiamo scherzando? – si rincarava la dose. I nostri genitori, sì, hanno studiato per davvero, conoscono le poesie a memoria, la calligrafia, mai un errore di ortografia, che non erano tollerati. Quaderni ordinatissimi, perfetti. Mai una sbavatura. E oggi, ebbene sì, son persone “per bene”!

Ah, la frontalità! La severità. Quanto ci manca, altro che scuola senza aule, fra un po’ non ci saranno più nemmeno gli alunni, dove andremo a finire…

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Ci sta, la nostalgia ci sta. Si rimpiange il modello all’antica, perché è l’unico rimasto impresso nel nostro immaginario visto che poi a scuola, dopo la maturità, molti di noi non hanno più messo piede in un’aula scolastica.

Beati loro, direbbe qualche mio collega!

In fondo, questa della cosiddetta “frontalità” è la scuola che abbiamo frequentato un po’ tutti e, diciamocelo, non è andata poi così tanto male. Siamo venuti su bene. Ma, visto che ho solo 44 anni, i miei ricordi non possono entrare in competizione con quelli dei miei genitori. Quando la scuola era davvero un’istituzione con le palle quadre: si andava a scuola a piedi, anche se essa era molto distante da casa, perché i genitori non avevano la possibilità di accompagnare i figli con l’automobile. Ogni mattina le insegnanti facevano l’ispezione per verificare il grado di pulizia degli alunni: controllavano le unghie, le orecchie e il collo e, se questi erano sporchi, venivano picchiati. Diciamolo, oggi sarebbe inaccettabile (e per fortuna!)

Quanto ai tempi più recenti, non posso parlare tanto delle mie elementari, giacchè ho cambiato scuola tre volte, tra pubbliche e private, ma alle Medie io ho avuto insegnanti assurdi. Il prof di Lettere era un vero interprete della scuola frontalizzata. Entrava in aula cantando o fischiettando, fumando beatamente la sua bella sigarettina. Quotidiano sotto braccio, lo apriva con piglio deciso, TAAAC, poggiava i piedi sulla cattedra e, via, sostava sul trono leggendo con nonchalance fatti di cronaca o i necrologi. Poi, ogni tanto, si accorgeva di noi, lanciava un urlo tremendo e tutti tremavano. Ho sentito spesso la sua voce grave, ma credo di non avere mai sentito questo insegnante parlare di letteratura o epica. Cantava canzoni melodiche. Fiorin Fiorello, l’amore è bello vicino a te… Poi spariva per ore. Ci lasciava soli. E la frontalità, veniva meno. La presenza/assenza, come un silenzio/assenso, ci lasciava basiti. Poi il cliché si ripeteva all’infinito e in prima media io non ho mai assistito a una lezione di grammatica. E comunque me lo ricordo perfettamente. Non vi dico il nome, ma degli altri insegnanti quasi non ricordo il nome o il viso.

 

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Sembra uno scherzo e invece è la verità. Oggi questo comportamento sarebbe inaccettabile.

Oggi non solo, non si può entrare in aula facendo finta di niente, sperando che gli alunni non si accorgano se ci sei o meno, tanto è lo stesso. Quando mai leggere un quotidiano, se non a loro a voce alta, quando mai fumare una sigarettina, quando mai uscire dall’aula, manco per fare la pipì. Oggi gli alunni son lì, con te, dentro un’aula, svegli più che mai, vispi come non mai, pronti a tutto. Ad ascoltare, a non ascoltare; a seguire, a non seguire. A chiacchierare, a stare zitti. Son lì, davanti a te, o a fianco, a criticarti se non gli vai a genio, ad adorarti se fai bene il tuo mestiere, ovvero se sai intrattenerli. Se sai farli ridere, ma se sei anche molto severo, perché di questo hanno bisogno. Tu hai solo un compito, non dare adito alla noia. Che loro, la noia, la detestano. Ti seguono se gli dai attenzioni, ti scrutano, ti giudicano, ti ignorano se non sai nulla di social network. Se gli spieghi la differenza fra un .odt o un .doc, tra una .jpg o un .ppt, per loro sei un drago tecnologico. UN VERO MITO, più mitologico di Achille o Ulisse. Se leggi loro cinque libri illustrati, uno di seguito all’altro nella giornata della continuità, L’OPEN DAY,  con le elementari, quelli delle elementari diranno “POSSIAMO RESTARE QUI?”, loro diranno, no, questa è la nostra prof.

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La frontalità fisica non esclude la libertà mentale nella gestione del gruppo. Talvolta, per altro, l’aula è organizzata in maniera creativa ma l’insegnante (“frontalizzato” nel pensiero) non sa gestire il gruppo classe. Io ritengo che le modalità descritte, scuola senza aule, siano opportune se l’insegnante è aperto. Io l’anno scorso ho fatto lezione frontale per una settimana in gita a Barcellona con i ragazzi. Ovvero, nel modo di relazionarmi ero frontale ma negli atteggiamenti “scuola senza zaino!”

 

Proprio io che non lasciavo mai il mio Invicta.

 

Vogliamo un mondo fullcolor

Il Cineforum, vi garantisco e credo non sia una novità per nessuno, è una delle attività più gradite nella scuola media inferiore. Tendo a non abusare del mezzo tecnologico disponibile in classe (tutte le aule hanno PC e LIM), per concentrare le forze sulla più tradizionale letto-scrittura, visto che la tecnologia ormai tende a condensare le intere energie dei nostri giovani. Detto ciò, per me è fondamentale inserire nella programmazione una lista di film da guardare insieme agli allievi. Non si tratta solo di un “premio”, di una piacevole “variante”, di un “momento di relax” dopo una settimana di prove collegiali o verifiche orali di fine quadrimestre. I ragazzini hanno proprio bisogno di confrontarsi con alcune tematiche importanti attraverso los ojos.

Apprendiamo attraverso l’organo della vista, combinato con il sonoro. Poi c’è il movimento, la sensazione di vivere realisticamente le vicende narrate con tutto il corpo, con tutta l’anima.

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Si tratta di un’attività davvero formativa, un vero momento di riflessione, un nuovo (s)punto di partenza, oltre che di piacevole condivisione dei miei gusti in fatto di cinema.

In prima, di solito, affronto il tema “Scuola, ieri e oggi!” servendomi di alcune pellicole che hanno fatto la storia del cinema come “I 400 colpi” di Francois Truffaut: Antoine Doinel, del resto, è uno dei miei personaggi preferiti della cinematografia francese, anzi uno dei miei prediletti in assoluto.

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Nella short list compaiono anche i più recenti “Essere e avere” di Nicolas Philibert, “Les choristes. I ragazzi del coro” di Christophe Barratier, “Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” di Laurent Tirard, “Moonrise Kingdom. Una fuga d’amore” di Wes Anderson, tutti di argomento molto prossimo alle problematiche preadolescenziali. (A questi titoli si aggiunge, se i ragazzini sono sufficientemente maturi, altrimenti rimando alla classe seconda, l’immancabile “Attimo fuggente”). La visione è sempre preceduta da una breve sinossi, con brevissima presentazione del regista, e a essa segue sempre una discussione corale molto sentita; infine, chiedo una relazione scritta per riflettere più profondamente sulla tematica annunciata all’inizio di questo post: i ragazzi, le regole, la scuola, la famiglia, gli amici. Tematiche presenti nelle nostre antologie più aggiornate. Perché l’epica, certo, piace moltissimo, ma mai quanto i racconti di noi stessi nei panni di altri sul grande schermo.

 

Oggi mi soffermo non tanto sull’efficacia contenutistica di questi capolavori e la derivante potenza dell’immedesimazione, quanto sulla percezione e indice di gradimento fra gli studenti della pellicola nella sua essenza e forma. In particolare, visto che l’esperimento su Doinel è freschissimo, vi confermo una particolare avversione, una specie di allergia, che i ragazzini sviluppano nei riguardi del cinema in bianco e nero.

Come prof.? Un film in bianco e nerooooo?? noooo, dai in bianco e nero noooooooo.

Sicuramente esisteranno svariati studi scientifici su questa idiosincrasia. Vi prego, segnalatemi l’intera bibliografia in merito perché ho bisogno di capire meglio.

Cioè il film è bellissimo, mi confermate che Doinel vi somiglia moltissimo, così vivace e nel contempo sfortunato a casa e a scuola, incompreso dalla madre, così contemporaneo nel suo desiderio di svincolarsi dalle regole. Così spregiudicato ai vostri occhi: “Fuma le sigaretteeeee?”.

Eppure il film non vi convince, non vi è piaciuto del tutto tutto, perché non ci sono i colooooriiii?

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I ragazzi nati del secolo XXI, è chiaro, poco sanno degli esordi del cinema, dei dagherrotipi, delle prime fotografie e relative macchine. Nulla sanno dei nostri ricordi così sbiaditi, fermati su pellicole prive di pigmento. Meno ancora sono informati su cosa sia stata tradizione libraria precedente l’era digitale, tutta la letteratura stampata col solo inchiostro nero su carta bianca, tutta la storia del libro antico tirata coi torchi dei nostri antenati rinascimentali. Proseguita, senza sosta, in B/N fino all’arrivo degli inchiostri litografici.

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In fondo l’uomo ha sempre vissuto il mondo a colori, ma ha letto in bianco e nero, così come ha guardato le figure in chiaro scuro sulle pagine. La storia, in fondo, è in bianco e nero, se escludiamo le testimonianze pittoriche.

Niente, non sanno niente di televisori che proiettano solo programmi in bianco e nero, perché la tecnologia a colori in Italia arriva solo nel 1977, quando avevo solo 4 anni.

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Prof., ma io una volta ho visto un film che era un po’ in bianco e nero, però poi la seconda parte era a colori, ma la parte in bianco e nero non si capiva bene, il nero era troppo scuro e mi metteva tristezza.

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Insomma, il colore dà loro allegria e per questo rinnegano la storia, per loro triste, lontana anni luce. Con l’era digitale coasì esageratamente colorata, iperstimolante, iperbrillante, il semplice libro non stimola più granché, perchè non lo conoscono, non ne possiedono, non lo tengono più fra le mani, non lo sfogliano. Ecco perché, sempre di più, insistere: dobbiamo lavorare con la carta, le matite, le penne, i libri stampati o inventati. Guardare i film in bianco e nero, studiare le forme anatomiche della classicità, osservare i dipinti e la loro patina, leggere a voce alta.

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Gioco di squadra

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Recentemente mi sono trovata costretta a ribadire alcuni concetti, obbligata a ritornare su alcune regole di convivenza civile in classe per discuterne seriamente coi ragazzini. Mai smettere di ripetere a voce alta le regole, ragionare sempre con gli studenti su ciò che sarebbe giusto fare o non fare dentro una stanza in cui convivono circa sono 20/22 persone. La scuola è un luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, una comunità di dialogo, di esperienza sociale volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni.

La scuola non è una ludoteca. Non è un baby parking. Non è un parcheggio per genitori che lavorano a tempo pieno. Gli insegnanti non sono dei baby sitter. O meglio oggigiorno ci sono Ludoteche molto speciali, impegnate in attività ricreativa di alta qualità, così come ci sono Baby sitter con la laurea in scienze dell’educazione che si presentano con un’intera biblioteca in valigia pur di intrattenere i bambini con intelligenza. Ben vengano le Ludobabysitter preparate e attente.

La scuola non è un luogo di puro svago. Ovvero, la maggior parte di chi ha frequentato in passato le aule scolastiche da alunno dubito pensi che andare a scuola sia divertente. Anzi, andare a scuola è per alcuni un supplizio, una vera sciagura! Alzarsi la mattina presto, studiare, scrivere, contare, fare i compiti, prepararsi per le interrogazioni. Maledette verifiche.

Ogni insegnante può però decidere di proporre anche contenuti leggeri, per staccare ogni tanto dall’impegno intellettuale richiesto nelle cinque ore di lezione (quando non sono sette, per la scelta dell’orario prolungato). Ognuno con il suo stile irripetibile, carismatico, il suo piglio incerto, il suo sguardo severo, il suo atteggiamento magico. Qualcuno stacca perché i ragazzi ne hanno davvero bisogno e qualcuno incalza, perché siamo già al secondo quadrimestre, perché c’è la prova Invalsi, perché ci sono i test. Insomma, perché le verifiche vanno fatte! Perchè ci sono le valutazioni, le scale di livello, i bravi, i meno bravi, quelli in difficoltà, quello che ha la mamma all’ospedale, quella che la mamma non ce l’ha più; quelli che non capiscono la matematica, quelli che la odiano, quelli che hanno sempre mal di pancia quando entri in classe, i dislessici, i discalculici, i distratti. E nessuno deve restare indietro.

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Per poter sfruttare al meglio le ore a disposizione, di solito, si “spremono” i giovani allievi. Alle medie, materie e prof incalzano, ora dopo ora c’è un cambio: visi, modi, strategie; a ogni suono della campana, nuovo giro, nuova corsa. Talvolta capita pure che la campana suoni ma il prof rimanga lo stesso. Magari cambia la materia, il libro, il quaderno, il contenuto, l’argomento. Perché il peggior nemico di noi prof è la noia. LA NOIA DEGLI ASTANTI. Quel pubblico che deve IMPARARE pur qualcosa oggi! Che non può dire ai genitori: cosa avete fatto oggi? NIENTE!

Tuttavia, sempre più spesso ci dimentichiamo quale sia uno degli obiettivi fondamentali della scuola. La scuola non è solo una carrellata di nozioni, un concerto di competenze, un elenco di informazioni che l’insegnante ripete a menadito di fronte al suo giovane pubblico costretto ad ascoltare. Perchè anche oggi BISOGNA IMPARARE QUALCOSA! E questo qualcosa deve sempre essere una data, il nome di un personaggio, una poesia, una regola grammaticale, una formula matematica.

Non voglio dire che i contenuti non siano tutto, sono molto importanti. La trasmissione della cultura è fondamentale. Ma la scuola dovrebbe sempre operare per garantire agli studenti la formazione alla cittadinanza.

Perciò, a volte, non mi sento di correre con gli argomenti di storia, di geografia, di grammatica se prima la mia platea non ha capito le buone norme che ci permetteranno di assorbire i contenuti del libro di testo.

Le mie ultime lezioni in prima vertono sulla comprensione del testo regolativo.

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Ho dettato agli alunni parte del regolamento dell’Istituto, soffermandomi sui principi più elementari di convivenza civile senza addentrarmi troppo nelle questioni legate ai dispositivi elettronici, in quanto attualmente il problema è stato risolto con la collaborazione delle famiglie.

Ogni studente deve:

1) frequentare assiduamente i corsi e assolvere agli impegni di studio. Presentarsi puntualmente all’ingresso, eseguire i compiti o portare il materiale scolastico occorrente alle lezioni in programma.

2) rispettare tutto il personale della scuola: prof., compagni, collaboratori scolastici

3) mantenere un comportamento corretto: non arrecare danni al patrimonio della scuola

4) non deve chiacchierare, disturbare la lezione con interventi inopportuni.

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5) parlare solo dopo aver chiesto il permesso, non urlare, non allontanarsi dal proprio posto.

Il punto 5 è uno di quelli a cui tengo di più: a volte i ragazzini parlano tutti insieme, senza aspettare il proprio turno, senza aspettare che il docente dia loro la parola; pur di parlare ed essere ascoltati sollevano il tono della voce per coprire quello di chi ha già avuto la parola, si alzano addirittura dal posto pur di sovrastare la voce altrui e prendere una posizione di vantaggio. Anche con il corpo. Insomma tutti vogliono parlare… Io, io, IOOOOOOO! nessuno vuole ascoltare.

Sarà che nessuno è disposto ad ascoltare loro??

Ecco il compito per casa:

Rifletti sul comportamento tuo e dei tuoi compagni nelle ultime settimane di scuola. Cosa potresti fare per migliorare?

Le risposte sono state, davvero, intelligenti.

Dalla lettura a voce alta è emerso qualcosa di molto interessante: loro si sono resi conto che non sono seri! Non sono rispettosi del prossimo. Ma soprattutto si sono accorti che non sono un gruppo! Non sono una squadra. Son tutti contro tutti.

A questo punto, e qui concludo, ho chiesto ai bambini di far scrivere ai propri genitori un commento a margine di tutta questa attività per il giorno successivo.

Alcuni hanno atteso fino il rientro del proprio genitore fino alle dieci di notte pur di avere la sua dichiarazione. Mi avranno odiata, lo so. Ma il giorno dopo avevo i commenti delle famiglie e devo dire che i miei alunni sono proprio fortunati perchè tutti hanno scritto almeno due righe dicendo che condividono tutto il contenuto, che le regole sono importanti, che la scuola deve essere un luogo di scambio e di rispetto per il prossimo, una palestra di vita per poter affrontare il mondo che là fuori ci aspetta, senza pietà

Bon ton del perfetto ascoltatore

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Per far capire ai miei alunni di prima media quanto l’educazione, la gentilezza, l’eleganza nei modi sia sempre più apprezzata nella società (in quella utopica presente nel mio immaginario) porto sempre l’esempio di mia figlia Giulia di 5 anni. Non perché sia lo specchio della perfezione ma perchè è piccola e spesso dai piccoli non ci si aspetta tanto. Vi confermo che i bambini della materna fanno tenerezza anche agli adolescenti: perché quando parlo di Giulia mi ascoltano sempre con attenzione.
Giulia fa questo… Giulia fa quello… Giulia mai si permetterebbe…

Ecco Giulia va regolarmente a teatro, da quando ha due anni e mezzo. Ci va perché ce la portiamo, o io o mio marito.
Quando si va a teatro, sin da piccoli, si apprende immediatamente il “bon ton” dello spettatore: si occupa il posto assegnato, raggiungendolo tenendo per mano mamma o papà. Si sta in silenzio o si parla sottovoce finché le luci di sala sono accese e poi, non appena si fa buio, inizia la poesia. Si ascolta, si guarda, si ride, si piange. Si applaude, alla fine, si applaude. Non le ho mai detto si fa così e così! Segue a ruota gli altri uditori, astanti, spettatori.

Di tanto in tanto, la scuola in cui insegno dà occasione agli alunni di mostrare quanto si possa essere educati, nell’uscita a teatro. Diciamo che tutte le scuole in cui ho insegnato hanno dato questa occasione e ne sono felice. Si tratta spesso, dell’unica possibilità per alcuni, che resterà un unicum per tutta la vita.

L’anno scorso seguivo principalmente una classe terza. Ecco la descrizione degli attimi prima della messa in scena.
Alla partenza: corse sfrenate e spintoni per prendere il posto più lontano possibile dal docente; via, piazzati a fianco del compagno più casinista; richieste continue di poter andare al bagno; chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere; infine, al termine dell’ultimo tempo, stesse corse sfrenate questa volta per uscire.

Poi chiedo ad alcuni: “Piaciuto?
“Non mi ricordo!”

Di rientro in classe domando quanti di loro siano mai stati a teatro prima che la scuola offrisse loro questa preziosa occasione.

La risposta è desolante. E chiaramente chi spintona non è mai stato con la famiglia a uno spettacolo dal vivo. Undici anni di altro: niente teatro, niente libri, niente musica classica, niente pazienza, niente ascolto.

Oggi ho portato gli alunni di Prima al Teatro Lirico di Cagliari per una lezione guidata da Mozart in persona (nel ruolo un divertentissimo Massimiliano Medda). A dire il vero tutta la scuola ha partecipato insieme agli alunni di altri istituti cagliaritani.

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L’orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, Massimiliano Medda e gli alunni/cavallette in platea. Non si vedono, ma vi giuro che saltavano!

L’ascolto della musica classica prevede uno sforzo maggiore rispetto al teatro di prosa, maggiore deve essere la concentrazione: quando si ascolta l’orchestra non ci sono le parole, non c’è una storia, non c’è dialogo, non ci sono gli attori che si muovono, non ci sono immagini.

Certo c’è l’orchestra, c’è il direttore che si agita spalle al pubblico ma fondamentalmente si deve seguire la melodia, chiudere gli occhi per farsi trasportare dalle note. In questo spettacolo, pensato per le scuole, l’accompagnamento verbale Mozart/Medda è stato utilissimo e importante per tenere vivi attenzione e ascolto. Lui è pure molto divertente e i ragazzini vogliono sempre divertirsi, in tutte le situazione vogliono ridere almeno un pò.

Stando in fondo alla platea ho potuto godere, ascoltando la selezione musicale del repertorio mozartiano e, nel contempo, ho osservato il giovane pubblico.

Cosa vedono i miei occhi: GRILLI, tanti GRILLI che saltano sul posto.

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Chi agita le braccia, chi ridacchia, chi cerca la complicità del compagno davanti o seduto al suo fianco. Chi deve andare in bagno. Anche qui, ogni cinque minuti al bagno. E le maestre e le prof. tutte pazienti che cercano di sostenere ogni ragazzo, per provare a dare la motivazione giusta. Credo che per alcuni bambini sia stato una specie di tormento: ma cosa mi state proponendo, di stare seduto e zitto per un’ora?? ma stiamo scherzandoooo? Io mi sto annoiandooooo. Io voglio parlare, voglio muovermi, come si può stare fermi??? io non sono capace di stare fermo. Ascoltare??? io voglio dire, dire, dire. Pipíiiiii, mi scappa.

Diciamo pure che i miei allievi sono stati pure seri e zitti. Ogni tanto un’occhiatina da strega è servita ma loro hanno anche visto quanto io fossi infogata pertuttoquelsuonare e forse mi hanno accontentata, siamo bravi prof?

Al rientro in classe scopro che nessuno NE-SSU-NO dei miei 20 giovani alunni di undici anni è mai stato al teatro per ascoltare la musica classica. Io sono preoccupata e gliel’ho pure comunicato.

Cari genitori, dobbiamo fare un bel discorsetto! Possibile che non troviate, nel fine settimana, durante le vacanze estive o pasquali o natalizie, un momento per portare i vostri bambini a teatro, a un concerto, al museo, a fare un giro per la città per vedere i monumenti. Niente di niente?

 

 

 

 

 

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