Basta un incipit

Per amare la scrittura è necessario scrivere, scrivere, scrivere. Divertendosi. Se a scuola mi diverto a comporre, scriverò sempre con dedizione. Con passione. Con slancio.

Per scrivere bene a volte basta un incipit.

Se saprei scrivere bene (come titola uno dei miei manuali per docenti preferito) potrei essere molto migliore, più elegante. Più presentabile agli occhi altrui. Più più più giusto, ecco, ma non solo per avere bei voti.

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Ma prof quel titolo è sbagliato!

Dici davvero? Sei sicuro? Io dico che è giusto, perché non l’hai notato? Saprei è scritto in rosso! È una scelta degli autori. Quindi è giusto!

Ah, capito prof. Bello!

Così, prima di assegnare le attività odierne, tratte da questo mitico volume, ho mostrato un albo illustrato.

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A che pensi?

Se tu fai questa domanda, i ragazzi ti rispondono a NIENTE!

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Consegno dunque l’esercizio numero 5. Imitazione da incipit. Dato un incipit, continuare un racconto scegliendo tra i seguenti. Alla fine dai un titolo al lavoro.

Queste le teste dei miei alunni che vanno incoraggiati.

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Questi gli alunni che riflettono.

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Questi alcuni risultati. Non avete idea di quanto si siano divertiti. Abbiamo riso moltissimo leggendo i nostri racconti horror.

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Le nostre riflessioni sono interessanti e i desideri inappagati sono realtà.

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Tra qualche giorno ci salutiamo e io sono soddisfatta.

Giochiamo alla libertà? Giochiamo alla poesia, giochiamo a ridere

Giochiamo?” Quante volte nostro figlio ce l’ha chiesto? Quante volte abbiamo risposto: “Dopo”?

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Io per prima.

Giocare può essere impegnativo, soprattutto se si sgobba tante ore fuori casa. Essere una mamma-prof non è tanto facile. Soprattutto se i tuoi primi anni fra i banchi da docente sono anche i suoi primi anni di vita. Ogni momento della tua giornata è impiegato nel controllo, supervisione e gestione di piccoli individui che vogliono le tue attenzioni. Mentre a scuola ti spetta la crescita culturale, l’educazione e lo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale di tanti bimbi, figli d’altri (con la promozione delle loro potenzialità di autonomia, creatività, apprendimento), a casa ti aspetta una parte di te appena venuta al mondo. Un’appendice che ti vuole per sé, tutto il tempo. Il pensiero di questi bambini non ti abbandona mai, nemmeno nel momento del dormi-veglia, sempre che tuo figlio ti lasci prendere sonno in orari utili al recupero delle forze per ricominciare, la mattina seguente.

Sprint-prof! Sgobba-prof! pant-pant-prof! MAMMAAAAAAAAAA!

Come si possono recuperare le energie utili, valide e positive ogni santo giorno, senza perdere pazienza e motivazione in campo lavorativo e affettivo?

In realtà (esistono fior fiore di pubblicazioni a riguardo), il gioco e la risata pare siano la via migliore per comunicare coi nostri figli e, perché no, anche coi nostri alunni. Comunicare in senso ampio, ovvero instaurare una relazione positiva che aiuti il rapporto umano e, conseguentemente, l’apprendimento.

Cosa dite? È complicato? MOLTO!

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Vi siete mai chiesti come fate a ridere? Qual è il vostro tipo di risata?

Se qualcosa di buffo mi capita non so squittir

e tenerlo per me.

Io devo scoppiar in un oh oh oh oh

ed un ah ah ah ah ah ah ah oh

Quando si inizia a ridere, come nella scena di Mary Poppins in cui si consuma il tè sul soffitto, è moooolto complicato contenere il riso. Per smettere bisogna raccontare storie molto tristi. Ma è altrettanto complicato gioire, provocare il sorriso, iniziare a ridere insieme. Alcuni miei alunni hanno dichiarato di avere avuto maestre le cui dichiarazioni sono state aberranti: “A scuola non si ride e non si sorride!”

Annamo bene – direbbe Sora Lella! – deve essere molto bello frequentare questa scuola!!!

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Non potete negarlo, ridere é un’attività liberatoria. Ma non si può nemmeno  ridere ridere tutto il tempo, non mi pare serio e nemmeno produttivo in classe. Va bene cinque ore di Niente faticosissime, ma cinque ore di risate sono altrettanto faticose e pesanti. Buone per rimettere in sesto gli addominali. Non é nemmeno facilissimo raccontare fatti divertenti a raffica, trovare la battuta giusta per ogni occasione. Si dice infatti il Risus abundat in ore stultorum, per dire che chi ride troppo forse é un po’ stupido come gli stupidi!

Lasciando da parte i giudizi affrettati su insegnanti troppo ingessati o poco simpatici, abbiamo un’alternativa valida. A scuola possiamo divertirci, senza per forza scomporci ridendo a crepapelle, giocando alla poesia.

Non voglio dire del caviardage (di cui ho già detto ampiamente in passato, visto che é un cavallo di battaglia della sottoscritta da anni) ma dell’effetto caviardage sugli alunni.

Alunni, preadolescenti, che abbiano capito e sperimentato questa tecnica compositiva almeno una volta, non riescono più a smettere. Come con la risata. Come con il gioco. Quando il gioco ti piace non vuoi più smettere. Gli alunni che hanno capito come funziona la tecnica del ricavare una poesia annerendo o colorando tutte le parole che vengono espunte dal testo poetico sentono una forza dentro, un entusiasmo mai sperimentato tra le mura scolastiche. Un’aria di novità, un cambio di regime, una forza dirompente, una voglia di fare inaudita. Succede dunque che mentre stai introducendo La nascita dei Comuni in Italia, ci sia tutto un lavorío, tutto un affaccendarsi, tutto quel cancellacancella con la scolorina che “proooooof possiamo usare la scolorina?? e l”evidenziatoreeeeeeee?“, tutto un sottolineasottolinea con il vietatissimopennarelloindelebilenero che sei costretta a chiedere cosa stiano combinando lì, sotto il banco.

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All’improvviso le parole li chiamano. Tu parli del podestà e loro sgnicchesgnacche, cercano la poesia nascosta.

Prof ma a me è piaciuta tanto questa attività, vorrei finire.

Pure tu vorresti finire il programma di storia medievale ma loro no, te lo impediscono, perché improvvisamente hanno scoperto che a scuola ci si può anche divertire creando qualcosa di bello, di serio, di nuovo. Una poesia, vera!

 

Ma è vero prof che l’anno prossimo lei non ci sarà più?

Certo, ve l’ho già detto io sono una supplente!

Ma noi le vogliamo beeeene!

Questo fa la poesia! Fa parlare di sentimenti.

Imparare a imparare

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Learning to Learn, la principale delle competenze chiave per la vita è l’abilità che permette a ognuno di organizzare il proprio apprendimento, sia in gruppo sia individualmente.

Ma come si impara a imparare?

Ah, non chiedetelo a me.

Ma come, tu non sei un’insegnante?

Sì, cioè così dicono. Mi hanno convocata e ho detto va bene, vengo! Mica volevo proprio fare questo mestiere, io. Però, va beh, dai, i titoli li ho, vengo. Ogni giorno varco l’uscio dell’aula, BUONGIORNOOOO, e tutti i presenti – così come gli assenti (alunni, famiglie, colleghi, dirigente scolastico, MIUR) – aspettano il mio miglior contributo, anzi esigono la mia brillante performance quotidiana, la lectio magistralis, quella in cui si esplica il mio miglior intervento in ambito culturale ed educativo. Ah, ma quante belle cose che so! Chiedo il silenzio altrui, pretendo l’ascolto, recito le mie battute e risveglio le menti aprendo le porte dei più svariati campi in area umanistica e procedo, giorno dopo giorno, tassello dopo tassello. Come in una scala cromatica: ortografia, morfologia. Articoli, pronomi, aggettivi, verbi, avverbi. Come su una macchina del tempo: Tardo antico, Alto Medioevo, Basso Medioevo, Rinascimento. Come su una mongolfiera: penisola italiana, Europa, resto del mondo. Valanghe di informazioni registrate su ogni tipo di supporto: cartaceo, digitale, video. Se non lo capisci così, te lo propongo colà. Le nozioni sono tante; se ogni giorno parliamo un pochino di questo o di quel tema, forse qualcosa rimarrà nella memoria degli astanti. Poi ci sono i compiti a casa e il gioco è fatto! Si fissano i contenuti enunciati. Sovrapponiamo date, capitali, personaggi, leggiamo, ripetiamo, leggiamo, ripetiamo e ripetiamo. Oh, io il programma l’ho svolto.

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Per carità, i contenuti sono importanti. Come potrei conoscere il risultato delle moltiplicazioni senza la tabelline, o suonare un brano senza il solfeggio. Se si trattasse solo di questo, di trasmissione di contenuti, tutti potenzialmente siamo docenti. È che ci manca il tempo, perciò affidiamo i nostri figli a qualcuno che ne possa curare gli aspetti cognitivi e favorire l’apprendimento costante. Ecco cosa succede, alcuni adulti affidano i propri figli ad altri adulti, dediti alla cura della memoria e trasmissione di nozioni.

Io so una cosa e te la racconto. Come nell’esercizio della PALLA AVVELENATA, o del TELEFONO SENZA FILI iosounacosaeladicoate… poi a te e poi a te. Fa nulla se nel passaggio delle notizie all’ultimo della fila arriva una informazione incerta, una fake news. Poi si studia. Poi, se non studi a casa, non è più un problema mio! Te l’avevo detto che era importante. Purtroppo non tutti sanno scegliere cosa è importante e cosa no, non tutti sono curiosi, non tutti provengono o vivono in famiglie dove la cultura è fondamentale.

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Forse avete letto tutti i miei precedenti articoli, o forse no, o forse in particolare questo. Non credo di rispondere al profilo poc’anzi descritto. Vi chiedo, ragazzi belli, avete davvero bisogno di tutti questi contenuti, di fiumi di parole, di informazioni a pioggia che vi offro, pretendendo ore e ore di ascolto? A dire il vero, non credo sia questo il vero scopo del frequentare le aule scolastiche. Stando dentro, insieme, io che ho in testa molte più informazioni di quelle presenti nella vostra memoria (solo perché più anziana) dovremo cercare di trovare soluzioni per affrontare il mondo là fuori, un mondo difficile, pieno di ostacoli e avversità.

In realtà, crescendo (come docente intendo) ho capito cosa significhi insegnare. Ovvero io devo provare, usando tutte le strategie possibili, con tutte le mie forze, con tutta la mia creatività e il mio cuore, a ragionare sullo sviluppo delle abilità di controllo e di potenziamento delle performance cognitive e, più in generale, della capacità di interazione con il mondo circostante.

Gli allievi dovrebbero essere aiutati nel processo di riconoscimento delle abilità necessarie allo svolgimento di compiti di apprendimento e incoraggiati alla scelta delle strategie operative più adeguate. Sembra davvero facile, ma ogni ragazzo necessita della sua specifica meta-abilità.

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Hai detto nulla! Ma come si fa?

Non ho avuto sempre classi facili, anzi. Una volta rivolgendomi a un Dirigente scolastico, chiesi aiuto per trovare l’atteggiamento più consono per aiutare e gestire alunni molto difficili.

Lei è libera di scegliere la strategia più idonea.

Bene, allora li farò disegnare.

Non rispose, non disse nulla. Nè va bene, né non va bene.

Bisogna essere molto coraggiosi, avere il coraggio di educare e di dire sì o no, al momento giusto. Di trovare l’idea giusta al momento giusto, anche sospendere la lezione per passare a temi di attualità. L’educazione civica è forse la materia più utile, che appassiona di più. Più che a un generale di ferro, vorrei somigliare a un direttore d’orchestra.

Altro che prof, mi sento un vigile spartitraffico. Per dirimere, dipanare, stimolare una positiva assunzione di responsabilità in merito al proprio processo di apprendimento ci vuole tanta esperienza.

L’insegnante diviene modello e consigliere, partecipe agevolatore di processi e apprendimenti.

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Motivare. Questo è insegnare a imparare. Spero di averlo imparato, insegnando.

 

 

Compiti per le vacanze

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Io so che non dovrei dirle queste cose, ma godo della fama di prof dalla “manica larga”.

Dite che é un cosa grave?

Pochi giorni fa un mio alunno ha affermato, entusiasta, nell’Aula magna (di fronte a tutta la scuola, dirigente compresa), nel momento in cui tutti gli alunni dell’Istituto chiedevano una scuola più generosa, meno pressante, una scuola che non chieda troppo impegno (necessario!) nel dopo lezione, questo alunno così coraggioso, sfidando la moltitudine di compagni atterriti dal carico extra, ha preso il microfono e ha detto: “Ringrazio la prof Giorgia Atzeni perché non ci assegna molti compiti a casa!

Oh-Oh! E adesso cosa faccio? Come mi giustifico?

Interrogati tutti gli alunni della mia classe, salta fuori che nonècheproprio-proprio io non ritenga necessari i compiti a casa, non ne assegno molti ma a dire il vero questo impegno é richiesto nella misura da me ritenuta più adeguata, forse in proporzione a quelli che assegnano i colleghi le mie richieste sono esigue. “Sì, cioè, pochi compiti, sette pagina di storia, altrettante di geografia, esercizi di grammatica, libri da leggere, testi da scrivere, e poi c’è il giornalino della Scuola, lo studio delle poesie a memoria, sì poesia a memoria…”

Da domani (e per un bel po’ di giorni) la scuola dove presto servizio resterà chiusa per le festività nazionali imminenti, cui si aggiungono alcune ricorrenze regionali (Sa die de sa Sardigna e la Sagra di Sant’Efisio, coincidente con la Festa nazionale dei lavoratori). Una bella pausa. Bella lunga. Saranno giorni utilissimi per riprendere fiato.

Gli insegnanti, senz’altro, ne hanno un gran bisogno per rigenerare lo spirito e affrontare con brio le incombenze di fine anno scolastico ma anche gli studenti necessitano di una pausa: dopo otto mesi di lavoro intenso meritiamo (sia loro sia noi) questo momento catartico. Dopo la trepida attesa, esaurito il conto alla rovescia, i ragazzini contano i minuti che li separano dalle vacanze, puntano l’atrio, prendono la rincorsa e via, FUORI a respirare “pieni polmoni” l’aria primaverile filtrata negli scorsi giorni flebilmente dalle finestre dell’aula semichiuse.

Oggi l’apertura dei cancelli. Oggi con incedere festanti, urleremo EVVIVA, varcando il cancello che divide il mondo di dentro dal mondo di fuori.

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Dico urleremo, perché oggi studenti e docenti sono uniti. Tutti hanno bisogno di stare con la famiglia, all’aperto, a gironzolare per prati. Liberi. LIBERIIIII. Uniti, prof e allievi oggi navigano sulla stessa barca a vele spiegate. Il resto dell’anno, vivono gli stessi spazi, consumano la stessa aria, soffocano insieme, condividendo gli angusti spazi dell’aula. Loro, i ragazzini, non lo sanno, ma io gli leggo nel pensiero. Intravedo nei loro sguardi un’ansia vibrante. Leggo nei loro occhi, languidi e intensi, una richiesta d’aiuto. Sento un brusìo di supplica, un grido soffocato di implorazione. Una preghiera intensa!

PROF, non ci dia molti compiti.

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Va bene!

SANTA subito!

Ed ecco i compiti per voi lettori, non sia mai si pensi sia davvero una prof/lassista.

Lascio di seguito i link ad alcuni resoconti dell’attività della prof con le spille registrati regolarmente sul blog degli editori Topipittori che gentilmente mi ospitano di tanto in tanto.

Sulle fiabe: C’era una volta, alle medie

Sulle uscite didattiche in libreria: Per diventare grandi, bisogna tornare piccoli

Sul giornale di classe: Dal giornale di classe al giornale di bordo

Sugli albi illustrati a scuola: Albi e adolescenti: un esperimento didattico

Sul libro antico con le figure: Il libro come “oggetto di visione”

Sull’importanza della circomotricità: Al circo per imparare

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Buone vacanze!

Rimanendo seduto dove sei

Lo so, lo so. Non sgridatemi. Ho scritto qui sopra pure ieri ma oggi non posso resistere!

Sfogliando per l’ennesima volta il libro di Keri Smith “Come diventare un esploratore del mondo” MUSEO D’ARTE DI VITA TASCABILE” sono finita su questa pagina.

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Ho aperto per l’ennesima volta il volume, ricchissimo di spunti, pensando a una possibile PROVA di Realtà (così le chiamano oggi) da somministrare agli alunni alla fine dell’anno. Ovvero prove in cui i bambini e ragazzi possano dimostrare le loro conoscenze, capacità e spirito critico da mettere in gioco anche nella vita reale e quotidiana.

Mi viene voglia di chiamarle Prove di realtà distopico/distonica.

Di fatto, molte delle verifiche cui sono sottoposti i nostri allievi si svolgono nella modalità: FERMI E ZITTI. Sì, durante qualsiasi “compito in classe” (chevelodicoaffffare?) di fatto si sta seduti (fermi? davvero difficile) e si sta in silenzio (complicato anche questo passaggio). La prima è una non-azione distonica motoria (disturbo del movimento, in senso non letterale) e la seconda è una non-azione distopica (in quanto non-esiste-proprio il silenzio assoluto).

A questo punto (e la faccio breve) la proposta esplorativa di Keri Smith mi sembra azzeccatissima per la nostra scuola italiana, quella in cui (salvo rarissimi casi di scuola senza zaino) gli alunni stazionano dalle 5 alle 7 ore nella stessa aula. In questa prova, sono certa,  i ragazzi saranno bravissimi. Ve lo assicuro. Sono davvero allenati. Ammaestrati. Scolarizzati (chi più chi meno!).

Prima prova di documentazione del passaggio del tempo stando seduti dove sempre si è seduti.

#1 Fermi sul posto fissare l’orologio in attesa che finisca la lezione.

In questo gli alunni sono al top. Quando l’aula è sprovvista di l’orologio da muro, va bene anche un orologio da polso. E resta sempre valida l’opzione: ”Prof che ore sono?” ripetuta all’infinito dalla ricreazione in poi, che spezza la realtà distopica: pur sempre di realismo si tratta! L’allievo descriva quali pensieri attraversino la sua mente rimanendo seduto dov’è.

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#2 Fermi sul posto, ascoltare una lezione di storia

Quotidianamente i nostri allievi documentano il passaggio del tempo, rimanendo seduti dove sono, ossia di fronte al docente di Storia.

Dalla scuola dell’infanzia, passando per la primaria, mutano le tappe e le scansioni di apprendimento, si parla di astrazione, ovvero della capacità di astrazione e decontestualizzazione che costituisce anch’essa una dimensione permanente e irrinunciabile dell’intero processo di apprendimento e dello sviluppo della mente: dal suo primo apparire fino al suo sempre più pieno dispiegarsi negli apprendimenti disciplinari più complessi”.

Impostata l’alfabetizzazione culturale (a partire dalla primaria), nella scuola secondaria viene richiesto ai ragazzini di memorizzare (pur senza poterli visualizzare) concetti chiave della storia relativa a fatti avvenuti in passato nell’area che più ci pertiene: l’Europa. Si passa di fatto, intorno agli undici anni, all’alfabetizzazione disciplinare. Per ogni disciplina, si sta frontalmente ad ascoltare un docente diverso per ogni disciplina. Nel caso della Storia, spesso è lo stesso insegnante di Lettere a impartire la materia.

Astrarre significa, da una parte, estrarre le proprietà comuni di determinati oggetti, mettendoli in relazione. E così si fa con la storia, ragionando per CAUSE ed EFFETTO a partire da fatti e personaggi che hanno cambiato il corso della storia.

Il punto è che per poter astrarre l’alunno deve avere un potere immaginativo notevole da espletare nell’unica posizione possibile, fermo sul posto. Certo con l’immaginazione si può VOLARE, chi lo nega?

Il paradosso cognitivo è proprio questo. Imparare la storia stando fermi a sfogliare un libro altrettanto FERMO sul banco secondo me è praticamente impossibile. Quanto meno i ragazzi hanno bisogno di vedere delle immagini in movimento ed ecco perchè i documentari sono utilissimi. Gli alunni non capiscono subito che si tratta del passato rivisitato da attori. Il cinema storiografico per loro è realtà distopica assoluta!

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#3 Fermi sul posto, capire una lezione di geografia

Se la geografia è la Scienza che ha per oggetto lo studio, la descrizione e la distribuzione dei vari fenomeni della Terra nella configurazione della sua superficie è proprio vero che questa superficie viene da noi occupata a scuola solo in un presente fatto di fissità, di stallo.

La statica è condizione esistenziale di ogni alunno che si rispetti. E si torna al nozionismo, alla noiosissima lezione in cui ogni ragazzino, posto di fronte a una mappa fermissima, cerca di memorizzare nomi, su nomi, su nomi. Eh sì, perchè le verifiche sono fatte di domande che necessitano di risposte certe. Poco importa se non siamo mai Mai stati in visita alla cattedrale cittadina, a Nùoro, al Museo Archeologico, al Parco naturalistico, al Louvre, a New York, a Nuova Delhi, a Tokyo; che importa se non siamo mai stati in Nicaragua, sull’Oceano Pacifico a vedere da vicino l’Isola di Plastica.

L’importante é SAPERE, enumerare, collocare senza mai aver visto, annusato, fotografato dal vivo.

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A questo punto, direi che se non cambiamo punto di vista e non alteriamo il loro stato, la prova di realtà nella vita vera sarà per loro davvero difficile.

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Non stupiamoci, dunque, se nel corso dello stallo più assoluto in fronte a meeeee, i nostri adorabili alunni iniziano a tirare fuori Cubi di Rubik, Fidget Spinner, a maneggiare bottigliette di plastica, arrotolare pezzettini di carta, creare origami, spezzettare gomme da cancellare, spremere le cannucce d’inchiostro delle penne biro, manipolare pasta furba. Questo é il loro modo di comunicarci che siamo davvero noiosi.

Rispettiamo l’ambiente! (Non è solo una questione climatica)

Finalmente anche a scuola si parla seriamente di cambiamenti climatici, tematica di attualità stringente. Chi può resistere a Greta Thunberg e al suo messaggio? Basta una scintilla e la lampadina si accende: gli studenti scioperano ma lo fanno (per la prima volta) pensando al clima.

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Da diversi mesi Greta ogni venerdì salta la scuola. Si siede per terra davanti al Parlamento di Stoccolma. Sta lì. Ferma e zitta con il suo cartello. Lancia un messaggio.

È un esempio da seguire, una voce da ascoltare.

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Non fatemi domande. Non chiedetemi come mai la mobilitazione si sia allargata a macchia d’olio: il messaggio dei Fridays for future è giunto pure sulla penisola e venerdì 15 marzo scorso i giovani italiani delle scuole di ogni ordine e grado sono scesi in piazza per manifestare e far sentire la propria voce. La sedicenne svedese ha ispirato questo movimento studentesco per chiedere ai governi politiche più serie principalmente contro il riscaldamento globale e in tanti hanno risposto in tutto il mondo.

Ciò che voglio commentare oggi non è la storia di GRETA. Un mio commento è superfluo. La stampa e il web sono pieni di notizie dettagliate pronte a chiarire questa vicenda tanto progressista e coinvolgente. Basta cercare su Google; online ci sono articoli di detrattori e fans, fake news sul conto della ragazzina con le trecce e aggiornamenti sulla candidatura di Greta al Nobel per la Pace. C’è chi la adora, chi la difende, chi la detesta e la attacca su tutti i fronti. In realtà Greta per me è stata un pretesto bello e buono per parlare agli studenti di ambiente a tuttotondo. Di emergenze ambientali, certo un modo per ritornare sui biomi (oh, insegno geografia, lo sapete sì o no??) per osservare lo spazio circostante, discutere del contesto circostante, un motivo concreto per parlare di ecologia e sensibilizzare i bimbisperanzadelfuturo, ma anche per discutere delle interazioni tra la società umana e l’ambiente naturale. Infine, per trattare delle relazioni tra umani e… umani!

Ovvero per parlare di rispetto tout court.

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I miei alunni di prima/seconda/terza hanno accolto e compreso la storia della giovane svedese ascoltando i fatti con entusiasmo pur non aderendo alla giornata di sciopero perchè i genitori “nonèopportuno”, “sei troppo piccolo”, “acosavuoicheserva”, “vatteneascuola”, “haitroppigrilliperlatesta”, “ilmondononsicambiaconunosciopero”. In realtà alcuni fino a pochissimi giorni fa non avevano idea di chi fosse Greta. Anche a Cagliari la manifestazione ha avuto un buon successo: hanno partecipato persino alcune classi cittadine di scuola materna accompagnate dalle loro super maestre. I piccoli elfi della Scuola Satta erano, come si vede nella foto, in prima linea al grido di “La nostra casa è in fiamme, voi che fate?”

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I giovani manifestanti in Piazza Garibaldi a Cagliari. Foto courtesy: maestra Cicci della Calce.

Io ho fatto pochissimo, ovvero ciò che è in mio potere fare dall’interno: informare per resistere!

Anzitutto ho portato in classe il secondo numero di Internazionale Kids dove è comparso un trafiletto dedicato alla giovane attivista a margine di un articolo più dettagliato (interessantissimo) intitolato ZERO PLASTICA. Una vera e propria sfida fra due amici tedeschi di dieci e dodici anni decisi a fare la spesa al supermercato e tornare a casa senza plastica. La cosa si è rivelata per loro più complicata del previsto: frutta e verdura, salumi e formaggi, biscotti e caramelle sono tutti avvolti da una pellicola. Leggo a voce alta l’intero articolo: i miei alunni di prima sono rapiti.

Non ci avevo pensato prof, la maggior parte dei cibi è circondata da involucri di plastica

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I ragazzi finalmente aprono gli occhi: la Terra è la nostra casa. Quale trattamento le stiamo riservando?

Per infierire, mostro loro alcune immagini (per me spaventose) utilizzando la LIM e la connessione disponibile in classe. Ecco qui, davanti ai loro occhi per la prima volta il Pacific Trash Vortex, noto anche come grande chiazza di immondizia del Pacifico o semplicemente isola di plastica, grande grosso modo come la Francia, ovvero un enorme accumulo di spazzatura galleggiante situato nell’Oceano Pacifico.

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La realtà dei fatti è che questi giovani alunni non hanno idea di quanto sia grande il Pianeta Terra; questi ragazzi a malapena sanno cosa ci sia fuori dalla porta della loro cameretta, poco fuori l’uscio del loro appartamento. Probabilmente uno zerbino vecchio e sporco. I miei alunni (e forse anche i vostri) escono, certo. Escono per venire a scuola; conoscono la traiettoria casa-scuola, percorsa il più delle volte in automobile (salvo non abitino nel quartiere, dietro l’istituto). Presumibilmente conoscono la traiettoria casa-palestra o casa-catechismo. Ma se cambi di poco il loro schema quotidiano, se modifichi la loro routine cosa succede?

Succede che rimangono disorientati. Soffrono una sorta di agorafobia loro malgrado. Ragazzini che sono tenuti prigionieri dentro piccoli spazi angusti. Camerette, aulette. Chiusi dentro una bolla di sapone, immersi in un video games; sognano Gardaland o Disneyland ma non sanno niente di ciò che accade realmente tutto intorno. E non per colpa loro. Perchè quando abbiamo iniziato a parlare di ambiente in senso ecologico, quando li ho portati sul Pacifico, seppure virtualmente, forse hanno creduto di vedere un film o un docufiction, son caduti dalle nuvole e hanno aperto gli occhi. Il loro sguardo si è allargato. Improvvisamente.

Chi dice che i ragazzini siano indifferenti sbaglia! Il punto è che i preadolescenti non sanno niente di ciò che accade al di là del loro naso. Quando hanno capito che di là, fuori, oltre la Sardegna, l’Italia, l’Europa, l’Atlantico, sul Pacifico c’è qualcosa di così tanto incredibile e terribile hanno urlato:

Ma prof così ci fa venire l’ansia! Io non ho mai visto tanta plastica in vita mia”.

Belli miei, vi deve proprio venire l’ansia: qui finisce davvero male! Dove pensate finiscano tutti i rifiuti che stiamo producendo?

Per poter chiarire meglio ho ridimensionato la questione, ponendo la loro attenzione sul dettaglio, riportando gli sconfinati-confini alla loro portata, misurando meglio le distanze. Uscendo dal video, saltando dal Pacifico di nuovo in aula, ho fatto notare che il loro mondo, seppure ristretto, è un ambiente. Per rispettarlo bisogna conoscerlo con tutte le imperfezioni generate dall’uomo.

Per spostarci sul concreto, ho proposto dunque alcune delle semplici quanto geniali esplorazioni di Keri Smith.

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Hanno scoperto che la spazzatura può essere persino interessante, vista da vicino. Purché non venga ingoiata da tutti i pesci che vivono in mare.

 

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A teatro con la prof. Pillole di cultura per stringere legami, ascoltare e crescere

Così come ho già detto per la passione letteraria (da stimolare e infondere nei ragazzini con tutti i mezzi disponibili, dentro e fuori la scuola) anche per attivare l’impulso naturale verso tutti gli altri generi culturali comparabili e disponibili sul nostro pianeta, bisogna lavorare sodo, utilizzando sia i mezzi elettronici disponibili nelle aule sia approfittando continuamente delle proposte musicali nostri teatri sempre aperti alle scolaresche. Visione e ascolto sono fondamentali per riabilitare i nostri giovani allievi spesso affetti da analfabetismo sentimentale e comunicativo.

Quindi la lezione fuori dall’aula é indispensabile per arricchire l’offerta formativa di qualsiasi istituto scolastico.

L’arte, la musica, la letteratura sono vitamine per l’anima, senza la loro regolare assunzione la nostra mente perde le normali funzioni attivanti le connessioni cerebrali: la cultura esercita un’attività antiossidante per i neuroni.

Ginnastica per lo spirito (cita il bugiardino) le pillole di cultura somministrate negli spazi destinati alla sua divulgazione con la visita ai teatri, musei e biblioteche, sono consigliate a tutti i bambini. L’assunzione regolare guida positivamente le reazioni chimiche delle cellule, assicura le funzioni vitali di cuore e cervello. Mentre le pillole letterarie partecipano alla produzione di energia, completano l’azione protettiva antiossidante nei confronti dei cervelli liberi e garantiscono la normale espressione del patrimonio creativo, quelle musicali partecipano all’eliminazione di scorie di nervosismo e sostanze tossiche presenti nei nostri pensieri, migliorano i meccanismi difensivi del sistema neuro-vegetativo e immunizzano contro ogni genere di ignoranza fisiologica o ereditaria. Le pillole di cultura, se assunte regolarmente, partecipano alla trasformazione dell’aggressività in gentilezza e contribuiscono alla produzione dei neuromediatori atti a sconfiggere violenza, anaffettismo e analfabetismo.

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Per noi adulti preposti, attivi nei percorsi educativi (parlo di tutti gli stadi formativi), la letteratura, la musica, l’arte, il teatro sono una costante, la norma, punti ostinatamente fermi, moti perpetui. Per noi prof di materie letterarie, teatro, musei e biblioteche sono il pane quotidiano. Non é così scontato per i nostri giovani discenti (ahimè costa sempre tanto constatarlo ogni anno di più). I piccoli uditori presenti nelle nostre classi hanno davvero bisogno di cambiare aria. Allora apriamo non solo le finestre ma anche le porte delle nostre scuole e usciamo, perché cambiare aria cura più dell’antipiretico.

 

Talvolta, diciamolo pure, gli studenti hanno anche bisogno di quella che io chiamerei sospensione della parola. Parole, parole, parole: ma quanto parliamo quando siamo seduti in cattedra!

Dunque usciamo, usciamo, usciamo.

Una volta ho raccontato in cosa consista il Bon ton del perfetto ascoltatore.

Oggi saranno i miei allievi a stupirvi.

Si sentono molto soddisfatti con la lezione alternativa mentre fortuna e serietà possono andare a braccetto…

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… perché la visione di uno spettacolo insegna a ragionare…

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… si capisce quanta fatica ci sia dietro le quinte…

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… si impara ad apprezzare tutti i generi musicali.

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Chi non c’é mai stato, prova nuove sensazioni…

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…mentre i più fortunati ambiscono al ruolo che è già mio!

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Esigiamo maggiore contatto tra cattedra e banchi

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Una volta mi sono divertita a scrivere di un “accessorio” piuttosto ingombrante nella vita scolastica: la cattedra. In ogni classe mi risulta ve ne sia una a partire dalla scuola dell’infanzia. Nei tre anni di materna le maestre tendono a non sostare in maniera esclusiva su quella postazione. Se nella vita avete avuto il privilegio di accompagnare vostro/a figlio/a di soli tre anni alla scuola dell’infanzia avrete sentito una stretta al cuore lasciando i vostri eredi per la prima volta in quell’aula: una stanza colorata, tanti piccoli banchi, tanti giochi sparsi per terra. I vostri piccini entrano in società, in contatto con  le prime vere difficoltà relazionali sia coi coetanei sia con gli adulti preposti alla loro educazione sensoriale, motoria, psicomotoria e musicale.

Il legame è necessariamente forte, la relazione coi nuovi amici e con le maestre ha bisogno di contatti continui. In questo contesto il grande tavolo (verde o rosso) è piuttosto un piano d’appoggio per scartoffie varie, elaborati appena avviati, materiali di cancelleria. I piccini hanno bisogno di un contatto stretto con le insegnanti, di una coccola, di un aiuto, di un gesto di incoraggiamento, un buffetto, un bacino, un abbraccio. Di solito le insegnanti vagano libere per l’aula, girovagano fra i mini banchi, sorvegliando i pargoletti, trasmettendo messaggi orali, rassettando qui e là come Biancaneve nella casa dei sette nani. Riserverei alla scuola dell’infanzia (salvo quei casi di cronaca tremendamente assurdi di maltrattamenti in quell’ambito su cui stendiamo un velo pietoso) il momento dell’accoglienza nel variopinto universo riservato agli apprendimenti di base. Alla materna l’abbraccio è un gesto che fa sentire protetti, confortati e capiti. Un gesto che significa “Sono qui per te! Vicino a te. Se hai bisogno sono qui!” Noi mamme desideriamo fortemente che i bimbi siano accuditi in questo modo, un po’ come se fossero in famiglia, ecco.

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Persino in questa delicatissima fase il solo con-tatto corporeo non è sufficiente. Serve accortezza, delicatezza nell’agire, capacità di comportarsi con discrezione e gentilezza. Lavorare coi piccoli è una vera grande responsabilità. Io per prima ho fatto esperienza in quest’ambito quando per mantenermi agli studi  negli anni universitari ho insegnato musica, attività psicomotorie e ludico creative nella scuola dell’infanzia. Stare coi piccoli è una faticosissima danza, un tira e molla continuo. Ogni piccolo gesto nella quotidianità risolve o stravolge. Ogni filo teso crea una rete di sguardi e sinapsi, ogni piccolo nodo è soluzione ai problemi, unione fra le parti, intreccio di sentimenti, feeling emotivo, girotondo variopinto: tutti giù per terra con le mani unite. Prima tristi, poi felici, insieme.

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Insomma, i cinque sensi sono importantissimi tra le mura scolastiche. Ci vuole tatto per istruire, orecchio per ascoltare, voce per trasmettere e consolare, fiuto per i talenti e tanto gusto nella scelta dei contenuti educativi.

Chiaramente tutto questo impegno, tutto questo tatto, tutto questo contatto (purtroppo) tende a svanire man mano che si cresce e dalla materna si passa prima alle elementari e poi alla scuola media inferiore e superiore. Le distanze tra banchi e cattedra si allargano, le posizioni ferme iniziano a dividere, arrivano i fraintendimenti. L’anaffettismo prende il sopravvento e i rappresentanti dell’istituzione scolastica, sovente, da amici diventano nemici.

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Alla primaria le maestre continuano ad avere un certo peso affettivo. Cinque anni insieme, quando tutto va bene, sono tanti. La docente conosce i suoi alunni come se fossero i suoi figli, talvolta anche meglio delle famiglie di origine, contribuendo alla socializzazione e concretamente alla prima alfabetizzazione culturale. Quando sono molto motivati i maestri delle elementari educano con tenerezza tenendo per mano i bambini passo dopo passo. Il tuo, caro insegnante, é un compito delicatissimo perché non devi occuparti solo della sicurezza di ogni bimbo, ma anche della sua crescita intellettuale, alimentare la curiosità di ognuno, valorizzare le peculiarità del singolo in modo che l’autostima cresca. Quando i maestri sono equi, gentili, preparati i cinque anni volano. E adesso che si fa???

Il passaggio dalla materna alla primaria, talvolta, è un vero trauma. Ma il peggio deve ancora venire e arriva proprio quando il salto é carpiato verso la secondaria di primo grado.

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“Gli insegnanti non ci capiscono!”

Dove é finito il tatto? Almeno il contatto sonoro e visivo potevate lasciarcelo. I docenti si moltiplicano e ognuno ha il suo piglio. Chi “profsonstrega!”, chi “tunonsaichisonoio”, chi “ionocelafaccio”, chi “quandoarrivalapensione”, chi “bastaaaa!”.

Da una parte i ragazzini vivono una sorta di schizofrenia. Dare del “lei” a chi fino a ieri ti accoglieva con un abbraccio é piuttosto faticoso; dall’altra si tende a demolire il passato più prossimo perché ora basta, é ora di crescere, di prendersi i propri impegni, di rendersi davvero autonomi, di mettersi sul fatto compiuto, di “capirecosasignifichidavverostudiare”! Così, talvolta, chi siede rigorosamente in cattedra con o senza predella, chiede il rispetto con tutte le sue forze, quasi la corrispondenza fra questa parola e la sua messa in opera fosse ormai impossibile, quando non é scontato o spontaneo il rispetto viene preteso a suon di note, urla e minacce. L’autoritá é subito ristabilita ma il contatto é bello che svanito. La scuola perde tutto il suo appeal insieme agli indispensabili contenuti.

La persona segna il destino della materia e non viceversa.

Se ritenete che questo sia il mestiere giusto per voi, imparate prima la calma e la gentilezza, trasmettetela ai vostri alunni, sopra, sotto o a fianco della cattedra con molta sensibilità e tatto.

Leggere entusiasma anche (e soprattutto) nella scuola Media inferiore

Qualcuno osa ancora dire che gli alunni ospiti delle nostre scuole medie inferiori, quei ragazzini dagli undici ai tredici anni così capricciosi, scontrosi, disinteressati, infantili, apatici, talvolta sciocchidafarticaderelebraccia, superficiali, non leggano!

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Sarò forse una prof di lettere fortunata, voce bianca fuori dal grande coro di urla stonate ma mi capita sempre più di incrociare bambini tutt’altro che disinteressati o poco avvezzi alla lettura. Non trovo sia scontata la mia affermazione, anzi ogni volta mi stupisco, sia chiaro! Perché quando fra gli addetti ai lavori si sparge una certa diceria è più difficile dimostrare la propria versione dei fatti. Non c’è niente di più fastidioso dei cliché sulla scuola. Quei luoghi comuni che, talvolta, sono così convincenti da farti credere che l’utenza scolastica comprenda solo nullafacenti dall’intelletto bacato, figli di inetti, genitori-fantasma ormai incapaci di svolgere il proprio compito educativo. Ma cosa possiamo aspettarci dai nostri allievi e dalle loro famiglie di questi tempi? Sono tutti sui social, i cosiddetti adultescenti e le loro piccole fotocopie passano più tempo sullo smartphone che su quelle pagine profumate di inchiostro che tanto piacciono a noi bibliofili.

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Evidentemente sono una prof proprio fortunata.

La maggioranza dei miei alunni legge e legge tanto. Cioè non lo scrivo per prendermi alcun merito, leggevano ancora prima di incontrarmi! Leggono persino fra una pausa e l’altra delle mie lezioni e se la pausa non si crea, leggono pure di nascosto, sotto il banco che potrebbe persino venirti voglia di mettergli una nota sul diario tanto sono insolenti. Quanto sono sfacciati, cavolo! Proprio impertinenti.

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Eppure impertinenti non sono affatto. Perchè questi furbetti leggono proprio quando è l’ora della letteratura. Cosa dovrebbero fare nell’ora di lettere se non leggere.                               E allora li perdoni, anzi li premi!

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”Ragazzi, ecco una bella lista per le vacanze di Natale.”

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Chiaramente nella mischia ci sono pure quelli che fanno fatica ad aprire un volume. Non tutte le ciambelle escono con il buco, qualcuno non ce la fa proprio a tenere gli occhi su un libro aperto. Per non scontentare nessuno nella lista inserisco titoli di vario genere, avventura, classici, horror, fantasy, giallo.

Proseguo. “Poi venerdì prossimo andiamo in libreria. Ci facciamo una bella passeggiata all’aria aperta e raggiungiamo un posto magico che si trova qui a Cagliari. Per chi non la conosce si tratta della libreria per ragazzi Tuttestorie.”

Tutti mi guardano incuriositi. Alcuni ci sono già stati, altri sono alla primissima esperienza.

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La mattinata in libreria vola che è una meraviglia.

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Prima delle vacanze un genitore durante un colloquio mi dice:
“Come ha fatto a convincere mia figlia a leggere??”
“Io non ho fatto niente! Ho consegnato una lunga lista ai ragazzi, indicando genere e titolo! Poi li ho portati in libreria a parlare con Claudia Urgu, esperta di letteratura per ragazzi, dove hanno potuto scegliere il loro volume autonomamente!”
“Ha passato molto tempo nel fine settimana con “Coraline” di Neil Gaiman; finalmente ha mollato il cellulare! Però alle otto di sera termina la lettura…”
“Sua figlia è attratta dall’horror, lo sapeva? E anche gli altri alunni della classe. Tutti vogliono leggere “Stanza 13”. Stentavano a credere che avessi inserito il genere nella lista.”

Sarà pure il fascino del proibito ma se funziona, viva i divieti!

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