On my own (lettera di fine anno agli alunni)

Cari Ragazzi,

questo lungo periodo trascorso insieme giunge al capolinea. Ci siamo incontrati per caso, a settembre. Parlo di sorte perché, come avete scoperto poco prima dell’inizio del secondo quadrimestre, occupo il posto di un altro insegnante: un professore, sì, il cui nome e cognome rimanda a un uomo che, per motivi poco importanti in questo contesto, non si è mai presentato nella vostra classe. In effetti, non ve l’ho detto subito. Non vi ho rivelato immediatamente questo segreto. No! Quando mai posso entrare in una classe dicendo: eccomi sono la “SUPPLENTE”.

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Non mi avreste presa sul serio.

La supplente? Ma come? Spiegava così bene! Ma quindi adesso ci lascerà?

NON SUBITO!

Ma com’è il prof che sta sostituendo? Mi avete chiesto più volte. Simpatico?

E che ne so! Io non lo conosco.

Lo so. Lo so. Voi immaginate un Iperuranio, un Parnaso, dove tutti i prof convivono, pranzano insieme, discutono: noi docenti e la SCUOLA siamo tutt’uno, una cosa sola.  I prof stanno coi prof e sanno vita, morte e miracoli di tutti gli operatori scolastici. Beh, vi rivelo un altro segreto: non è così! Conosco solo alcuni dei professori di lettere, i coetanei, quelli che hanno frequentato gli stessi corsi monografici in Facoltà. Gli altri, boh! Sono entrata in contatto solo coi colleghi degli istituti in cui ho prestato servizio. E comunque non potrei mai esprimermi su un collega, se è simpatico o meno. Possiamo discutere di me, se sono o meno simpatica, più o meno preparata. Ecco questo posso accettarlo. Sono qui, se volete esprimere un parere o un giudizio, anche una critica, sono pronta ad ascoltarvi.

A fine anno, si può finalmente dire com’è andata! Bene, male? Certo è dipeso da voi, se avete prestato attenzione, con impegno e concentrazione; ma anche da me, se sono stata sufficientemente chiara, gentile e paziente.

Evidentemente dovevamo incontrarci. La vita è fatta di incontri casuali. 

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Bello prof!

Vi ringrazio per avermi accolta con rispetto e affetto. Non è facile prendere il posto della Maestra delle elementari. Mi sono sentita inadeguata. Ho sentito il peso della responsabilità: seminare l’italiano, spiegare la storia e insegnare la geografia nella scuola media inferiore, dopo cinque anni di elementari. Ci ho provato. Sono stata, credo, paziente.

Scusate se qualche volta ho perso la pazienza e ho detto che N O N A V E V O MAAAAAAI AVUTO UNA CLASSE TANTO INDISCIPLINATA!

Son battute che scappano alle prof. Ma non l’ho mai pensato davvero. Certi giorni anche io sono arrivata a scuola stanca, magari di malumore. I pensieri sono come nuvole, vanno e vengono: anche noi prof vorremo pensare meno, non avere problemi. Ma voi lo sapete, no, ho anche una vita privata?

Si, prof lo capiamo. Anche mamma lavora. La mia insegna! E anche lei quando torna a casa è stanchissima e chiede che ci sia silenzio.

Bene iniziate da ora con il silenzio. Grazie!

Così posso cantarvi una canzone.

Una canzone prof?

(Cerco subito sul tablet la canzone di Nikka Costa, On my own.)

Trovo la base e inizio a cantare. C’è chi mi guarda incantato, chi incredulo. Chi ha lo sguardo pietrificato ma apprezza. Chi non capisce e ridacchia. Ma la canzone ve la canto tutta, fino alla fine.

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Poi, qualcuno mi chiede: Prof possiamo ascoltare “Perfect” di Ed Sheeran?

Certo, voi avete ascoltato me. Volentieri ascolto quello che vi piace. Parte la musica e anche la loro voce intona il testo. Voi non mi vedete, ma io mi giro verso il pc della classe per nascondere le lacrime, ricordando me stessa alla vostra età.

 

Capire vi fa paura, capire vi fa crescere. Gli anni passano. Tutto da soli, dovrete fare tutto da soli. Cose sempre più difficili: correre intorno a un albero, costruire una casa, guardare nello specchio o fuori dalla finestra, andare in autobus, sguazzare in una pozzanghera, leggere un libro. URLARE. Questo lo sapete fare benissimo.

A volte mi chiedo
chi sono, se vado bene
crederci è difficile.

Cerchiamo sempre di provare chi siamo
finchè apparirà il sole del mattino
che illumina tutte le paure.
Asciugo le lacrime che non ho mai mostrato,
magari posso non vincere ma non posso essere forte
qui fuori, tutto solo.

(Traduzione libera dal testo On my own).

 

Ciao, speriamo di rivederci!

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Un mucchietto di promesse

Qualche giorno fa ho deciso di chiedere ancora una volta ai miei alunni di impegnarsi. UN ULTIMO SFORZO. Ho chiesto di scrivere la promessa di fine anno. 

“Prendete un foglio…”

“Anche piccolo?” – “Anche strappato?” – “Anche a quadretti?”

”Certo, il vincolo sta solo nella consegna, purché siate sinceri e convinti di ciò che scriverete!”

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In effetti si tratta di una semplice attività che fa da pendant con quella di inizio anno. In tutte le scuole, sapete, esiste un patto di corresponsabilità scuola-famiglia che viene letto e controfirmato da alunni, genitori e insegnanti. Ognuno ha i suoi diritti e doveri. Il documento contiene l’elenco dei principi e dei comportamenti che la scuola, la famiglia e gli alunni condividono e si impegnano a rispettare. (Riferimento normativo: Decreto del Presidente della Repubblica 21 novembre 2007, n. 235). Il modello base è fornito direttamente dal MIUR, poi ogni scuola lo personalizza senza snaturarlo. Ma sapete, spesso nel corso dell’anno il patto si rompe. Il contratto non sempre viene rispettato da tutte le parti coinvolte. La quotidianità, la fretta, l’impazienza, le esigenze di questo, le richieste di quell’altro, le sorprese (belle e brutte), l’indignazione, il pessimismo (insomma) e non ultime le critiche o le ingiustizie, nonché la superficialità prendono il sopravvento. E il patto va a farsi benedire. Ciò che è scritto su una fotocopia distribuita alle famiglie diventa solo un “Mucchietto di promesse” di poco conto. BUROCRAZIA.

 

A mio avviso, dunque, all’inizio anno è importante redigere oltre al patto ufficiale un altro contratto alunni/docente, personalizzato secondo le esigenze degli studenti e coerente coi bisogni e le aspettative di tutti. In primis, degli ospiti presenti ogni giorno in aula.

Si fa così. Dividi la lavagna in due parti.

DOCENTE                                       /                                 ALUNNI27A0BD45-16EE-4A19-8860-2889879FB61D

Sotto la scritta “docente” mettiamo tutte le qualità che gli alunni desiderano trovare in un/un’insegnante. Dall’altra ciò che il docente si aspetta dagli alunni. A turno prof e alunni chiamano gli attributi per il ruolo.

E guarda un po’, gli aggettivi qualificativi sono speculari.

GENTILE                                                    /                            GENTILI ED EDUCATI

PAZIENTE                                                  /                            TOLLERANTI

DIVERTENTE                                             /                            ALLEGRI

COLTO                                                        /                             STUDIOSI

CALMO                                                       /                             CALMI

INDULGENTE                                            /                             DILIGENTI

CHIARO NELLE SPIEGAZIONI                /                            CHIARO NELL’ESPRIMERSI

And so on.

Per concludere sia il prof sia due rappresentanti degli alunni (un maschio e una femmina) firmano in calce.

Ogni tanto, nel corso dell’anno è bene ricordare che il prodotto di questa primissima lezione è fondamentale per andare d’accordo.

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Stare in armonia, in pace. Stare bene insieme.

Certo, serve anche per verificare se l’insegnante sta mantenendo la sua parola. Se l’adulto è in grado di guidare il gruppo. In fondo, è fondamentale: anche l’insegnante deve essere promosso. È bene ricordare loro ciò che si è detto quella mattina più volte: è utile rinforzare la motivazione del giovane pubblico, l’unico che esige vera attenzione. L’unico che è autorizzato a fare i capricci. L’unico che è in fase di crescita, che soffre per il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, che soffre per i genitori in corso di separazione, che piange la mamma obbligata a passare le giornate all’ospedale oncologico, che soffre perchè il papà non c’è più.

E per far passare tristezza, rabbia, malinconia ci vuole gentilezza, passione, allegria e molta calma. E se non hai queste qualità non puoi insegnare, neanche per un solo giorno.

Arriviamo, dunque, alle promesse di fine anno.

Certo chi si è impegnato molto è pure molto stanco ma alcuni non rinunciano a mettere a disposizione le proprie energie per aiutare gli altri.

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Alcuni sentono di essere migliorati molto da settembre. Non serve che ci sia stata davvero un’evoluzione significativa nell’ambito didattico, l’importante è sentire che ciò è avvenuto.

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Qualcuno sa che deve ancora impegnarsi, molto di più; però, guarda caso, non ci sono più gli errori ortografici. E questo per alcuni è moltissimo.

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Poi ci sono quelli che “le promesse” sono il mio mestiere!

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Tutto ruota intorno a un accordo. Se c’è armonia, tutto va liscio come l’olio. Ciò che è scritto è scritto. AMEN

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Insegnare è curare

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Talvolta riesco a prender una pausa dalla faticosa routine quotidiana, inspiro-espiro-respiro. Poche volte in questi lunghi mesi abbandono il contatto con l’aula (presenza lunga, infinita quanto infinitinovemesisettembre-giugnotuttocompreso) ma quando riesco a staccare lo sguardo dal singolo alunno, a spegnere il tasto “amministratore” di un gruppo classe, penso e ripenso a loro, i miei studenti. Poi dimentico, perché son studenti a tempo determinato. Quando sono in pausa da lavoro metto a fuoco i loro problemi, ragiono su certi loro difetti, sui loro pregi, focalizzo le loro insofferenze, rifletto sui loro “prof-prof ci sono anche io, non mi vede?”, penso al mutismo selettivo di alcuni, alle affinità elettive di altri, ai loro rifiuti, ai loro continui capricci. Sono come un “chiodo fisso”! Penso alle soluzioni da adottare, alle strategie più idonee, a nuove idee per dare loro il meglio in questo momento storico culturale così complicato. In un contesto in cui le famiglie son sempre meno preparate sotto il profilo genitoriale; dove la maggior parte dei giovani “coi figli prima esperienza” affrontano il duro mestiere educativo privi di strumenti dispensativi, diciamolo a voce alta, gli insegnanti sono l’unico dispositivo compensativo.

A scuola, ve lo assicuro, esiste solo la modalità CURARE ON.

Ci troviamo subito catapultati nell’ambito medico ma soprattutto in quello degli affetti e della memoria.

C’è il cuore dentro, c’è lo stimolo, c’è l’osservazione.

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Dobbiamo curare tutto, problem solving alla mano. Ma esiste un prontuario? Una soluzione per ogni malattia, per ogni questione? Educare, istruire, preparare, supportare, correggere, incoraggiare, prevenire, salvare: agli operatori della scuola è richiesto oggi di fronteggiare moltissime sfide, di una complessità sempre più crescente. Si deve agire su molteplici fronti e senza mai perdere di vista la delicatezza dei referenti primari, cioè i bambini, i pre-adolescenti, gli adolescenti. Uomini di domani.

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Detto così è bellissimo e sembra anche un mestiere facilissimo.

Nelle cronache recenti così come nelle rappresentazioni giornalistiche e televisive più diffuse e influenti, i docenti sono raffigurati in modo irrealistico e stereotipato. Il mestiere dell’insegnante è una condizione complicata e complessa, esposta ai rischi dell’insuccesso, attraversata da molteplici e non facili contraddizioni e dilemmi, una professione con molti chiaroscuri. Nel passato più recente il maestro somigliava più a un persecutore che non a un medico: educava percuotendo i discenti, come possiamo osservare in queste illustrazioni di primo e fine Ottocento.

 

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Acquaforte di Bartolomeo Pinelli, Il castigo dei fanciulli, 1810

 

Più che curare provocava ferite, non solo corporali ma anche psicologiche.

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Oggi, sempre di più, si deve trasformare in taumaturgo: perchè i miracoli esistono, in alcune scuole di periferia, per esempio.

Ciò che appare più evidente è la non univocità di questa professione. Qualsiasi sia il contesto socio-culturale in cui si opera, si ha a che fare con un gruppo di persone, giovani esseri umani. Creare un ambiente di lavoro positivo e stimolante per gli alunni è un elemento fondamentale della gestione della classe, ed è indispensabile tanto alla didattica quanto all’apprendimento. Se gli allievi sono attivamente coinvolti nella lezione, diminuiscono le probabilità che s’impegnino in comportamenti con essa incompatibili, come parlare fra loro, muoversi o disturbare l’attività.

Per questo un docente non può essere un mero distributore di contenuti seduto in cattedra: non può più sperare di avere un pubblico di ascoltatori sempre attento, frontalmente disposto per cinque o anche sette ore (quando c’è il tempo prolungato), né può pretendere il silenzio o l’attenzione con la minacce di punizioni (anche se quelle corporali oggi, va detto, non esistono più se non in casi di forti squilibri nella personalità dell’insegnante!).

Nel passaggio dalle elementari alle medie per i bambini tutto si complica.

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Molti ragazzini sono nostalgici, tornerebbero indietro nel tempo.

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Certi son contenti di lasciare l’infanzia alle spalle, sicuri di essere pronti per nuove avventure.

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Altri sono davvero soddisfatti di questo nuovo percorso, stimolati da fratelli o sorelle più grandi che hanno avuto esperienze scolastiche positive.

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A volte, portare una ventata di freschezza in classe significa non annoiare. Curare tutti gli aspetti del quotidiano. Sorridere, far sorridere, variare, recitare un copione sempre diverso, sorprendere anche se è difficile riuscirci sempre.

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Quindi, scusate e lo dico a voce alta, poiché mi prendo cura costantemente e con molto impegno dei vostri figli e tanti colleghi come me lo fanno, credo che sia indispensabile una bella pausa per rigenerarsi e, ricominciare ogni anno carichi di motivazione. Insegnare è curare, farsi carico delle problematiche altrui. Il sovraccarico di queste “INFORMAZIONI” così variegate implicano nel docente un dispendio di energie enorme. Molto più imponente di quanti possano solo provare a supporre. Per questo abbiamo bisogno di pause lunghe nel corso dell’anno scolastico e anche nel periodo estivo. Per scaricare gli accumuli di input pericolosi per il nostro stato di salute mentale.

Perché curare è un mestiere bellissimo ma anche chi cura ha bisogno di rigenerarsi per operare al meglio.

Ci rivediamo in classe il 2 maggio.

Dalla memoria vegetale a quella digitale

 

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TIINNNNN.

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Come un campanellino i nostri ricordi ri-suonano nella mente. Basta un profumo, un suono, un’assonanza visiva, una vecchia foto e certi episodi, certe esperienze, certe sensazioni riaffiorano provocando in noi il cosiddetto tuffo al cuore. Altre volte, se il cuore in passato ci è stato spezzato, preferiamo dimenticare. Non a caso la sede della memoria nell’antichità classica risiedeva in quest’organo vitale. Par coeur in francese e by heart in inglese traducono il nostro “imparare a memoria”. Una pratica, quest’ultima, molto in voga nella scuola italiana sin dai primi anni della materna.

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Quando non si tratta di memoria autobiografica, la facoltà di ricordare – imprescindibile quando si parla di istruzione – va allenata, stimolata, incoraggiata con affetto. La conoscenza deve passare attraverso gli occhi o le orecchie, percorrere i vasi sanguigni, quelli blu e quelli rossi, e raggiungere il cuore. Va allenata, con amore per l’apprendimento e passione per la cultura. Se il docente non è appassionato, non ama la storia, l’arte, la letteratura il discente fatica a prendere il ritmo giusto, a ingranare. I contenuti, siano di indirizzo umanistico o scientifico, una regola matematica o grammaticale, un testo poetico, vanno memorizzati, certamente ma come? E le nozioni devono essere assorbite, assunte quasi per osmosi. Devono diventare tutt’uno con noi stessi. Perché quando porto l’automobile non penso se devo usare il pedale dentro o sinistro per frenare: il cervello mette in campo le sue risorse perché io possa persino cantare mentre guido. Ma la scuola sa come procedere? Questa domanda me la pongo ogni volta che entro in classe. Perché, in fondo, per i miei alunni io rappresento LA SCUOLA e non posso presentarmi impreparata. Soprattutto incompetente circa i metodi da adottare in ogni circostanza della vita scolastica.

Una quotidiana lotta contro il tempo, perché le cose da imparare sono tante e il tempo non basta mai. E i ragazzi sempre più spesso NON STUDIANO! Ovvero non si applicano, passano poco tempo davanti ai libri. I miei alunni (ho chiesto espressamente) dedicano ai compiti circa un’ora e un quarto.

Ma alle scuole medie le materie sono tante, come fanno a rinforzare, a consolidare, a esercitarsi per benino? Le nozioni, i contenuti, vanno immagazzinati. Che non basti la tradizionale spiegazione, quella lezione frontale chiusi dentro l’aula (di questo mi sono già occupata quando ho parlato delle sempre più necessarie uscite a teatro, al museo, persino una passeggiata in città, verso il centro storico, vale più di qualsiasi perfetta esposizione) per me è assodato. Poi deve ancora venire qualcuno che mi convinca che i compiti a casa, tanti tanti esercizi, siano davvero necessari. Ma un’oretta di impegno mi sembra davvero poco.

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I contenuti, quelli che le famiglie e la società ci chiedono, dove si trovano? Un tempo, venivano trasmessi oralmente e, Gutenberg lo volle, ormai sono stampati sui libri. La famosa Memoria vegetale di cui parla Umberto Eco, oggi, in gran parte è stata pure riversata su supporti digitali, la cui memoria è estensibile giga-su-giga. Quindi basta sfogliare un libro, consultare internet per sfamare il desiderio di conoscenza.

Perché dobbiamo studiare prof?? su Wikipedia c’è tutto!!

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Certo, sarebbe meraviglioso poter avere il piglio geniale dell’Incredibile bambino mangialibri di Oliver Jeffers. Enrico, un bambino che ama mangiare i libri! Un vero talento: il bimbo dopo aver assaggiato una sola parola, tanto per provare, decide di gustare un’intera frase e poi l’intera pagina. Un personaggio capace di ingoiare un libro intero tutto d’un colpo! Enrico più mangia i libri e più è saccente fino all’indigestione che lo riporta fra i comuni consumatori di insalata.

Qualcuno di voi ha il potere di fare questo? Presentatemelo!

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Il sogno di ogni prof seguire decine di alunni superdotati che, senza alcun problema di concentrazione o comprensione, digeriscono tutto ciò che viene discusso o presentato in classe. Per quanto mi riguarda concluso il primo quadrimestre, dopo l’allenamento intensivo a “pane e cineforum”, è giunto il momento di provare ad allenarci con la memorizzazione di testi poetici. Vediamo come se la cavano con la memoria episodica. Ma prima indago.

Ragazzi, non ci credo, tutti voi conoscete a memoria un testo, una filastrocca, una conta, uno scioglilingua.

Piano piano, prendono coraggio. Prima uno, poi l’altra tirano fuori il generoso repertorio. Tutti poi dicono, ah sì quella la conosco anche io e so pure questa trecentotre trentini entrarono a Trento tutti e trentatrè trotterellando.

Lo scopo è chiaro: non appena avremo imparato tutti i testi della sezione POESIA della nostra antologia, andremo in giro per le classi a portare la nostra lezione di letteratura. Come gli uomini-libro di Fahrenheit anche noi abbiamo tanti interpreti, una Chiara Carminati, un Mario Lodi, il classico Gianni Rodari, il nonsense Toti Scialoja, Emily Dickinson e Rainer Maria Rilke, Umberto Saba, Giovanni Pascoli, Franco Fortini and so on.

Oh, hanno studiato. Tutti. Nessuno escluso. Tutti reciteranno. E io pure ho imparato tanto, come dice Bruno Tognolini, perché possiamo camminare insieme verso lo stesso obiettivo: imparare a essere poeti per un giorno.

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
“Col tempo, ti insegnerò tutto!”.
Insegnami fino al profondo dei mari
“Ti insegno fin dove tu impari!”.
Insegnami il cielo, più su che si può
“Ti insegno fin dove io so!”.
E dove non sai?
“Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, dall’albero al seme.
Insegno e imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te!”.

 

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Stare a stretto contatto con orde di pre-adolescenti mi consente di sondare gli umori della mia generazione. Quella degli anni Ottanta/Novanta.

Mi spiego meglio.

Essendo una “prof in verde età”, una quarantaquattrenne dire in erba è eufemismo impiegata nel settore dell’educazione non frequento solo i ragazzi d’oggi, di cui mi occupo da vicino quotidianamente, ma tratto anche con le loro famiglie di riflesso e de visu. I genitori dei miei alunni hanno grosso modo la mia età; talvolta, sono più giovani di quindici anni. Quelli più anziani son davvero pochi. Forse hanno cinquant’anni. Essere coetanei non agevola il colloquio o semplifica l’indispensabile confronto. Parliamo, forse, nel medesimo slang e l’immaginario suppongo sia molto simile. Siamo cresciuti con Heidi, Dolce Remì e Goldrake; abbiamo giocato per strada “a pincaro”, “a elastico” e coi rollerblade; abbiamo visto “Il tempo delle mele”, seguito i quiz di Mike Bongiorno, cantato coi Queen e ballato con Michael Jackson, Heater Parisi Cicca cicale, Madonna e i Cure. Brani rigorosamente incisi su musicassette o vinili.

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Forse alcuni hanno letto “Il giovane Holden” e Siddharta, altri si sono spinti sino a Bukowski, moltissimi hanno sfogliato giusto i Penuts o Mordillo. Altri, non hanno mai letto; hanno preferito giocare a Pacman.

Quando osservo i miei allievi, scorgo nei loro gesti un po’ dei loro papà e delle loro mamme o, meglio, intravedo nelle loro movenze il riflesso del clima domestico. Il senso del ritmo, quello del pudore ed estetico non è altro che il frutto dell’ambiente socio-culturale d’origine. Quella sensibilità penetra, per osmosi, nel loro DNA. Alcuni indossano magliette nostalgiche, con su scritto Snoopy o Superman. Tu sai chi è Che Guevara, vero?? – CHIII? – Come no? Ma si tratta del personaggio ritratto sulla tua t-shirt…

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Tuttavia, per non sbagliare o forzare troppo la mano con certi temi o generi letterari, prima di proiettare un film, discutere di argomenti delicati, come l’immigrazione lo Ius soli, declamare fatti di cronaca, esporre le tragiche conseguenze di guerre attuali o passate o ricordare la shoà, mi informo. Chiedo. Verifico.

Cosa dite, i vostri genitori saranno d’accordo? In questo film sentirete qualche parola un po’ forte. L’antagonista, per mostrare quanto sia un cattivo ragazzo si esprime con qualche parolaccia. Ma tanto le conoscete tutti le parolacce no? L’importante è saper contestualizzare: certe parole si usano “in piazzetta”; la volgarità a scuola, così come in tutti ambienti in cui l’educazione è sigillo di eleganza, non è gradita. Giusto?

Giusto Prof, si le parolacce le conosciamo tutte, vuole un elenco??

Questo brano racconta la morte di un uomo. Quest’altro racconta l’infelicità di un bambino rimasto orfano. Quest’altro ci dice che una bambina è stata vittima di violenza. Siamo sicuri? Possiamo procedere?

Di sicuro, i miei coetanei, i pater familias, non avranno niente da ridire.

Quando la programmazione di ambito antologico letterario segue pedissequamente il libro di testo, mi rilasso, avanzo con passo deciso, piuttosto disinvolta. Generi e tematiche sono interessanti e permettono voli pindarici tra attualità e cronaca. Certo, tutto è filtrato dalle ricerche dei curatori del volume, che selezionano i brani più significativi e utili (con tutti i limiti) nell’esercizio della comprensione del testo, competenza richiesta in uscita dalla scuola secondaria di primo grado.

Fatto sta, in Prima Media ci dobbiamo occupare pure di epica. Per introdurre l’Iliade e l’Odissea è indispensabile parlare di politeismo, di Olimpo, di vita nell’antica Grecia. Dunque, devo parlare di cultura greca e di arte greca. Per me è il massimo, finalmente posso tenere una lezione di storia dell’arte durante l’ora di Italiano.

Poiché tutto il contenuto dei poemi è visualizzabile, lavoriamo con le slide, coi cartelloni, con le immagini.

Ops. Ma qui son tutti nudi?? Come la risolvo? Cosa faccio, interpreto il ruolo di Daniele da Volterra e metto i Braghettoni a Nettuno, ad Apollo, a Zeus??

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La migliore soluzione è dire apertamente che l’arte classica tende particolarmente a raffigurare uomini e donne nude. Talvolta, lo scultore vuole mostrare la sue abilità in campo anatomico: vuole esaltare il corpo, la muscolatura dell’eroe o del divino. Alcuni non l’avevano ancora notato, sfogliando il libro di arte esclamano, senza troppo imbarazzo, vero prof, qui son tutti nudi. Son spudorati! Il Discobolo di Mirone, la Venere di Botticelli e quella di Tiziano, il David di Michelangelo.

Con molta calma, do loro le spiegazioni più sincere, quelle utili a spegnere l’imbarazzo: in fondo, sotto i vestiti siamo tutti nudi. Ho suggerito di sfogliare il libro di arte con i propri parenti, per provare a capire quanto sia bello il corpo maschile e femminile, così puro nella plastica antica e nella pittura moderna. Se lo sguardo è puro quanto l’intenzione dell’artista che li ha resi eterni, la malizia svanisce e possiamo crescere maturi e liberi da condizionamenti.

 

 

Bon ton del perfetto ascoltatore

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Per far capire ai miei alunni di prima media quanto l’educazione, la gentilezza, l’eleganza nei modi sia sempre più apprezzata nella società (in quella utopica presente nel mio immaginario) porto sempre l’esempio di mia figlia Giulia di 5 anni. Non perché sia lo specchio della perfezione ma perchè è piccola e spesso dai piccoli non ci si aspetta tanto. Vi confermo che i bambini della materna fanno tenerezza anche agli adolescenti: perché quando parlo di Giulia mi ascoltano sempre con attenzione.
Giulia fa questo… Giulia fa quello… Giulia mai si permetterebbe…

Ecco Giulia va regolarmente a teatro, da quando ha due anni e mezzo. Ci va perché ce la portiamo, o io o mio marito.
Quando si va a teatro, sin da piccoli, si apprende immediatamente il “bon ton” dello spettatore: si occupa il posto assegnato, raggiungendolo tenendo per mano mamma o papà. Si sta in silenzio o si parla sottovoce finché le luci di sala sono accese e poi, non appena si fa buio, inizia la poesia. Si ascolta, si guarda, si ride, si piange. Si applaude, alla fine, si applaude. Non le ho mai detto si fa così e così! Segue a ruota gli altri uditori, astanti, spettatori.

Di tanto in tanto, la scuola in cui insegno dà occasione agli alunni di mostrare quanto si possa essere educati, nell’uscita a teatro. Diciamo che tutte le scuole in cui ho insegnato hanno dato questa occasione e ne sono felice. Si tratta spesso, dell’unica possibilità per alcuni, che resterà un unicum per tutta la vita.

L’anno scorso seguivo principalmente una classe terza. Ecco la descrizione degli attimi prima della messa in scena.
Alla partenza: corse sfrenate e spintoni per prendere il posto più lontano possibile dal docente; via, piazzati a fianco del compagno più casinista; richieste continue di poter andare al bagno; chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere; infine, al termine dell’ultimo tempo, stesse corse sfrenate questa volta per uscire.

Poi chiedo ad alcuni: “Piaciuto?
“Non mi ricordo!”

Di rientro in classe domando quanti di loro siano mai stati a teatro prima che la scuola offrisse loro questa preziosa occasione.

La risposta è desolante. E chiaramente chi spintona non è mai stato con la famiglia a uno spettacolo dal vivo. Undici anni di altro: niente teatro, niente libri, niente musica classica, niente pazienza, niente ascolto.

Oggi ho portato gli alunni di Prima al Teatro Lirico di Cagliari per una lezione guidata da Mozart in persona (nel ruolo un divertentissimo Massimiliano Medda). A dire il vero tutta la scuola ha partecipato insieme agli alunni di altri istituti cagliaritani.

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L’orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, Massimiliano Medda e gli alunni/cavallette in platea. Non si vedono, ma vi giuro che saltavano!

L’ascolto della musica classica prevede uno sforzo maggiore rispetto al teatro di prosa, maggiore deve essere la concentrazione: quando si ascolta l’orchestra non ci sono le parole, non c’è una storia, non c’è dialogo, non ci sono gli attori che si muovono, non ci sono immagini.

Certo c’è l’orchestra, c’è il direttore che si agita spalle al pubblico ma fondamentalmente si deve seguire la melodia, chiudere gli occhi per farsi trasportare dalle note. In questo spettacolo, pensato per le scuole, l’accompagnamento verbale Mozart/Medda è stato utilissimo e importante per tenere vivi attenzione e ascolto. Lui è pure molto divertente e i ragazzini vogliono sempre divertirsi, in tutte le situazione vogliono ridere almeno un po’.

Stando in fondo alla platea ho potuto godere, ascoltando la selezione musicale del repertorio mozartiano e, nel contempo, ho osservato il giovane pubblico.

Cosa vedono i miei occhi: GRILLI, tanti GRILLI che saltano sul posto.

No, no, ca_va_llet_te.

Chi agita le braccia, chi ridacchia, chi cerca la complicità del compagno davanti o seduto al suo fianco. Chi deve andare in bagno. Anche qui, ogni cinque minuti al bagno. E le maestre e le prof. tutte pazienti che cercano di sostenere ogni ragazzo, per provare a dare la motivazione giusta. Credo che per alcuni bambini sia stato una specie di tormento: ma cosa mi state proponendo, di stare seduto e zitto per un’ora?? ma stiamo scherzandoooo? Io mi sto annoiandooooo. Io voglio parlare, voglio muovermi, come si può stare fermi??? io non sono capace di stare fermo. Ascoltare??? io voglio dire, dire, dire. Pipíiiiii, mi scappa.

Diciamo pure che i miei allievi sono stati pure seri e zitti. Ogni tanto un’occhiatina da strega è servita ma loro hanno anche visto quanto io fossi infogata per tuttoquelsuonare e forse mi hanno accontentata, siamo bravi prof?

Al rientro in classe scopro che nessuno NE-SSU-NO dei miei 20 giovani alunni di undici anni è mai stato al teatro per ascoltare la musica classica. Io sono preoccupata e gliel’ho pure comunicato.

Cari genitori, dobbiamo fare un bel discorsetto! Possibile che non troviate, nel fine settimana, durante le vacanze estive o pasquali o natalizie, un momento per portare i vostri bambini a teatro, a un concerto, al museo, a fare un giro per la città per vedere i monumenti. Niente di niente?

 

 

 

 

 

Haters “di classe”

Ho 44 anni e “frequento” le scuole medie.

 

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Vi “bazzico” non solo in senso figurato: entro ed esco quotidianamente dalle aule abitate da preadolescenti e adolescenti del nuovo millennio.

Credo proprio di conoscerti caro ragazzino, cara ragazzina!

Giorno dopo giorno, momento dopo momento, situazione dopo situazione, lezione dopo lezione fisso i loro nomi e cognomi e imparo a memoria i loro profili. Osservo i loro visi, le loro movenze, ascolto le loro voci e memorizzo anche quelle. C’è chi studia e chi fatica a memorizzare semplici regole grammaticali; chi urla e chi bisbiglia. C’è pure chi non apre mai bocca! C’è chi scrive, chi non legge, chi conosce fin troppo bene la cronologia del Medio Evo. C’è chi sta fermo sulla sedia, schiena dritta, e chi non riesce a stare mai fermo. C’è chi ti chiede di andare in bagno cento volte al giorno. C’è chi ti ascolta, chi ti fa domande e chi disegna cuoricini sul proprio diario. C’è anche chi il proprio diario lo distrugge letteralmente (ndr. Distruggi questo diario di K. Smith, ed. Corraini). ”Prof, glielo giuro, sto ascoltando! ha appena detto bla, bla e bla!”

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Non posso proprio affermare che questi undicenni, dodicenni, tredicenni non siano buoni. Li guardo, li osservo: no, non sono teppisti, non sono maleducati (almeno con me non sono mai stati scortesi!), non sono dei fannulloni e non sono nemmeno distratti. Sì, cioè, mi stanno ascoltando, ascoltano ciò che dico. Ognuno a modo suo mi dà retta. Oggi grammatica: tà, quaderno sul banco. Posso venire alla lavagna?

Ai miei tempi non era così: ma chi ci voleva andare alla lavagna? Solo i quattrocchi secchioni!

Li osservo ancora, dalla cattedra, e me li immagino cresciuti. Quale sarà il loro futuro? In sostanza sono, in nuce, ciò che saranno da adulti. Qualcuno farà carriera, qualcuno a malapena prenderà il diploma. Eppure tutti oggi partecipano alla vita di classe: sono presenti. Scrutano il compagno di banco, lanciano un’occhiata alla compagna dell’altra fila, si fanno un’idea di come sarà il mondo là fuori. A me sembrano forti e sani. Ci tengono a essere considerati, ascoltati, premiati. Continuo a osservarli: mi sembrano bravi ragazzi. Sono senz’altro bravi ragazzi.

Eppure, in quelle testoline si annida qualcosa che non promette nulla di buono.

Ho scoperto che in classe ci sono degli haters.

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Illustrazione di Nicoletta Ceccoli, The uninvited, Hide and Seek, Corey Helford Gallery

 

 

 

 

 

 

Questo fatto è sotteso, non si manifesta granché durante l’orario scolastico. Quando siamo in classe le ore sono dedicate alle attività didattiche: il tempo a disposizione è sempre pochissimo e c’è tanto da lavorare. Quasi mi dispiaccio di lasciar loro poco spazio per una chiacchiera tante sono le pagine di storia da spiegare, quelle di antologia da leggere; per non parlare di geografia! Due ore alla settimana sono davvero troppo poche per portarli a fare il giro del mondo.

A quanto pare l’anticamera di questa spirale “d’odio inaudito e gratuito” è la chat di classe su whatsapp: la vera echo chambers del fenomeno.

Cioè? Volete dirmi che nel pomeriggio anziché studiare i vostri figli lanciano invettive “tutto contro tutti” sulla chat di classe. Cosa scopro? La chat non è una sola ma si sono moltiplicate? Una, due, anche tre chat diverse, non voglio conoscere i nomi, per carità, canali separati cui partecipano un buon numero di questi ingenui angioletti? E tutti giù a dire “pesta e corna” di questo e quello, a demolire Tizia, a denigrare Caio. Così, per sport, pour parlè, alè alè.

Li osservo ancora, non ci credo. Proprio loro, serpe in seno. Bisogna fare qualcosa, non si può stare a guardare. Son così piccoli e già odiano con leggerezza, senza motivo. Ma chi glielo ha insegnato?

Urge una cultura della civiltà online insegnando a scuola il rispetto per il prossimo e la dignità delle persone che vivono dall’altra parte della tastiera, sia essa del’iphone o dell’ipad.

Ho già in serbo un’attività di grammatica del complimento. Impariamo a usare i pronomi e gli aggettivi. Due minuti di positività: tu sei bello, tu sei intelligente, tu sei paziente e tu sei simpatico, attraente, buono. Sei il compagno che tutti desiderano in classe, sei divertente, sei coinvolgente, sei il migliore!

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A turno gli alunni verranno invitati alla lavagna, non dovranno scrivere ma ascoltare: ascoltare le parole positive che i compagni sapranno esprimere nei loro confronti. Ognuno dovrà trovare la parola giusta, riconoscere almeno un pregio dell’altro, decantare le qualità dei coetanei, lodare un lato buono, quello nascosto, che non si vede.

E visto che come insegnante non posso agire fuori dall’aula, unico spazio in cui ho potere decisionale, da domani in classe basta insulti.

E se volete sfogarvi, distruggete pure il vostro diario! la prof è d’accordo.

 

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Pantaloni rossi

Dopo il liceo classico, ho iniziato la mia carriera lavorativa insegnando musica nella scuola materna con il metodo Kodàly. La magra consolazione, avviati gli studi alla facoltà di Lettere per compensare il fatto di non aver potuto frequentare l’Artistico (sconsigliatomi all’epoca), arrivò dallo studio dei grandi dell’Arte italiana nell’ambito della grafica moderna e contemporanea.
Questo andirivieni Facoltà-scuola-Cittadella dei Musei è proseguito per diversi anni. Nel frattempo, assunta in una scuola materna privata con il ruolo di esperta del settore artistico-musicale, proseguo gli studi per la laurea arrivata nel 2000.
Questo traguardo è stato fra i più tristi della mia vita.

Spiazzata, di fronte al baratro silenzioso, cosciente di non poter più frequentare le aule, le biblioteche e sale studio, decido di prendere la pista della Specializzazione in storia dell’arte, chiave di volta nel campo dei beni culturali. Ci vuol pazienza, perché il Ministero non bandisce alcun concorso interessante e io proseguo con l’attività di ricerca con alcune borse, vinte non so più neanche come.
In astinenza, dunque, concorro per un dottorato di ricerca in Letteratura e, vinto il posto “senza borsa di studio”, continuo a studiare e lavorare.
Tutto molto eccitante. Ma l’attività lavorativa più interessante, capitatami a tiro tra capo e collo, è stata quella nel settore di infografica di un quotidiano local-nazionale (una free press con una redazione brillante). Il lavoro tra redazione e agenzia pubblicitaria (incaricata dei servizi) è stato il più gratificante degli ultimi sedici anni: non solo ho imparato tanto ma ho fortificato il carattere nel mediare fra giornalismo e grafica.
Vorrei moltissimo tornare su questi lidi editoriali (magari con Paula Simonetti) ma, nel frattempo, mi adagio bellamente sul materasso MIUR.
Ritengo che l’attività coi ragazzi nella scuola (attualmente per me pista scivolosa perché non abilitata al ruolo) sia altrettanto gratificante. Oggi, sempre di più, nella scuola media inferiore.
Grande fatica ma si contruisce la base culturale della società.

 

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Nel frattempo, continuo a indossare pantaloni rossi.

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