Dieci usi per una cattedra

Esistono tanti tipi di cattedre.

Ogni modello ha la giusta collocazione e utilità in classe.

E77EFECE-14D7-429A-BE65-5DAF8A5A0F5F

1) Retablo

Per i prof che amano la cattedra con predella. Più quest’ultima è rialzata più il docente si sente importante. Se istoriata con scene del primo canto della Divina Commedia, l’insegnante riesce a far apparire in classe Apollo e le Muse e, successivamente, recita versi a memoria superando Benigni, che è tutto dire! Dall’alto dei cieli, misticamente, impartisce la sua lectio magistralis con impegno, eleganza, usando linguaggio forbito. Frontale per antonomasia, gli astanti sbadigliano, boccheggiano, cercano con lo sguardo vie di fuga, fuori dalla finestra. Si impegna ma non convince: risulta poco coinvolgente. Voto 5.

E727A6BE-AAB2-4D8E-9830-A62EC4A7CB2B

2) Barricata

La cattedra preferita dai prof “sono in classe non mi vedete?”. Questi professionisti dell’insegnamento pur amando il proprio mestiere, pur riponendo tutta la loro fiducia negli studenti (tanto da difenderli sempre nei consigli di classe), pur impiegando tutte le (ridottissime) energie rimaste, provano ad attirare l’attenzione dei ragazzi in tutti i modi ma questi ultimi non riescono proprio a stimarli. La cattedra serve per proteggersi dal lancio di palline di carta, aeroplanini e, talvolta, dagli insulti. La stima va conquistata passeggiando fra i banchi, ascoltando gli alunni, condividendo gioie e dolori a quattr’occhi. Mai mostrare le proprie debolezze. Voto 3.

3) Scivolo

Studiata per i docenti estrosi, per quelli che si donano anima e core, con vero slancio emotivo e intellettuale. In presenza di questo originalissimo mobile, di solito il prof si toglie le scarpe, sale sulla pedana e via, giù verso la platea. La cattedra è sicuramente posta molto in alto su una predella di almeno due metri. Occorre un’aula molto ampia. L’insegnante dopo il rito dell’atterraggio, cammina libero fra i banchi, si siede con gli alunni, aiuta quelli in difficoltà, sostiene quelli sicuri di sè. Quando la lezione è finita, il docente saluta affettuosamente e gli alunni applaudono. Creativa con stile. Voto 9.

7DF4BC79-2D4A-4B04-A421-72BAE2D9D36E

4) Scrivania

Non mancano le cattedre per i prof con il doppio lavoro. Studiata per i docenti di tecnologia o aspiranti scrittori. La cattedra-scrivania è l’ufficio ideale per chi deve recuperare tempo: ogni minuto è prezioso per aggiungere una parola al proprio romanzo in uscita o chiudere quel render in consegna. Utile per piazzarvi sopra il pc e ciao! Chi si è visto si è visto. Di solito questi prof, dove aver chiesto e ottenuto il silenzio, assegnano un’attività grafica o un componimento ai ragazzi. Così tutti lavorano, nessuno rompe e siamo tutti più contenti. Si produce, certo, ma senza anima. Voto 6

5) Paravento

Studiata soprattutto per le prof che non possono rinunciare alla minigonna. Quando la docente termina il suo monologo, senza aver avuto l’ascolto di nessuno, si alza per uscire e (d’amblèe) emersa dal separè, torna l’attenzione: soprattutto dei giovani adolescenti in piena tempesta ormonale. Anche l’occhio vuole la sua parte. Voto 7. (utile anche per quei docenti che siedono in maniera improponibile sul trono della cultura).

FA3902EB-C20C-49E8-8B62-AF3B0A4DDEB5

Djembe

Per quei prof che “SILENZIO! BAAAm, BAAAAAM, BAAAAM!!”. Con il pugno chiuso, che nemmeno Petrus Boonekamp nelle migliori perfòrmance, o con la mano aperta, magari provvista di anello a fascia larga, fanno un casino infernale e gli alunni MUTI. Si consiglia un corso di ritmica prima dell’adozione per imparare il reggaeton o il ritmo trap che acchiappa. Per pochi, non per tutti.  Il silenzio e l’ascolto si ottengono con gentilezza, non con la forza. Voto 6 meno meno.

7) Espositore

Per le prof come me che portano libri illustrati in classe. la cattedra è un mero accessorio dell’aula, messa lì per esporre i volumi aperti e chiedere agli alunni, Dai votiamo, Quale leggiamo per primo? Questi docenti non si siedono mai, stanno sempre i piedi per ravvivare l’ambiente. Mai usare i tacchi, che può venire il mal di mare. Voto 9

8) Letto

Per i prof più depressi, quelli “ormai non ce la faccio più! Quando arriva la pensione?” È necessario, se si vuole stare davvero comodi, portare da casa un cuscino e una copertina. In effetti, qui non c’è bisogno della predella, anzi meglio anche le gambe del mobile vengono accorciate. Così a terra, sulla tavola dura e liscia, si risolvono anche quei problemini alla schiena. Voto (rrrrrrrroooonnnnnf) non classificato.

9) Botola

Questa più che una cattedra è un accessorio del pavimento dell’aula, sottostante il mobile. Ogni alunno è provvisto di telecomando e se il prof è noioso, non piace o urla troppo, schiacci un bottone, si apre la botola e CIAONE. Voto 9 per l’ingegno, 4 per la crudeltà.

10) Vacante

la cattedra vacante è quella che mi permette, ancora oggi, di lavorare. Sto in terza fascia e posso entrare in classe solo se manca un docente titolare. In fondo è molto comoda anche se non mi garantisce la continuità negli Istituti che mi arruolano via via. Svolgo il mio lavoro con entusiasmo e non ho bisogno nè di paraventi, nè di predelle istoriate. Non porto più minigonne, al massimo poggio il mio ipad sul bancone per far partire colonne sonore. Una sedia, per i rari momenti di stanchezza, mi basta.

AMEN.

 

Annunci

Dalla memoria vegetale a quella digitale

 

9A98AFD8-F70A-47E3-A936-2160067D2AC8

TIINNNNN.

A547B300-20F7-491E-9EE5-49EC209521F9

Come un campanellino i nostri ricordi ri-suonano nella mente. Basta un profumo, un suono, un’assonanza visiva, una vecchia foto e certi episodi, certe esperienze, certe sensazioni riaffiorano provocando in noi il cosiddetto tuffo al cuore. Altre volte, se il cuore in passato ci è stato spezzato, preferiamo dimenticare. Non a caso la sede della memoria nell’antichità classica risiedeva in quest’organo vitale. Par coeur in francese e by heart in inglese traducono il nostro “imparare a memoria”. Una pratica, quest’ultima, molto in voga nella scuola italiana sin dai primi anni della materna.

42B41B8F-E7EB-44EE-A2D1-76B7B69B71D7.jpeg

Quando non si tratta di memoria autobiografica, la facoltà di ricordare – imprescindibile quando si parla di istruzione – va allenata, stimolata, incoraggiata con affetto. La conoscenza deve passare attraverso gli occhi o le orecchie, percorrere i vasi sanguigni, quelli blu e quelli rossi, e raggiungere il cuore. Va allenata, con amore per l’apprendimento e passione per la cultura. Se il docente non è appassionato, non ama la storia, l’arte, la letteratura il discente fatica a prendere il ritmo giusto, a ingranare. I contenuti, siano di indirizzo umanistico o scientifico, una regola matematica o grammaticale, un testo poetico, vanno memorizzati, certamente ma come? E le nozioni devono essere assorbite, assunte quasi per osmosi. Devono diventare tutt’uno con noi stessi. Perché quando porto l’automobile non penso se devo usare il pedale dentro o sinistro per frenare: il cervello mette in campo le sue risorse perché io possa persino cantare mentre guido. Ma la scuola sa come procedere? Questa domanda me la pongo ogni volta che entro in classe. Perché, in fondo, per i miei alunni io rappresento LA SCUOLA e non posso presentarmi impreparata. Soprattutto incompetente circa i metodi da adottare in ogni circostanza della vita scolastica.

Una quotidiana lotta contro il tempo, perché le cose da imparare sono tante e il tempo non basta mai. E i ragazzi sempre più spesso NON STUDIANO! Ovvero non si applicano, passano poco tempo davanti ai libri. I miei alunni (ho chiesto espressamente) dedicano ai compiti circa un’ora e un quarto.

Ma alle scuole medie le materie sono tante, come fanno a rinforzare, a consolidare, a esercitarsi per benino? Le nozioni, i contenuti, vanno immagazzinati. Che non basti la tradizionale spiegazione, quella lezione frontale chiusi dentro l’aula (di questo mi sono già occupata quando ho parlato delle sempre più necessarie uscite a teatro, al museo, persino una passeggiata in città, verso il centro storico, vale più di qualsiasi perfetta esposizione) per me è assodato. Poi deve ancora venire qualcuno che mi convinca che i compiti a casa, tanti tanti esercizi, siano davvero necessari. Ma un’oretta di impegno mi sembra davvero poco.

62D3BE9F-0A93-4374-AC88-18B49DB9DADA

I contenuti, quelli che le famiglie e la società ci chiedono, dove si trovano? Un tempo, venivano trasmessi oralmente e, Gutenberg lo volle, ormai sono stampati sui libri. La famosa Memoria vegetale di cui parla Umberto Eco, oggi, in gran parte è stata pure riversata su supporti digitali, la cui memoria è estensibile giga-su-giga. Quindi basta sfogliare un libro, consultare internet per sfamare il desiderio di conoscenza.

Perché dobbiamo studiare prof?? su Wikipedia c’è tutto!!

3E5D9623-00ED-4496-9220-6A11809B5332

Certo, sarebbe meraviglioso poter avere il piglio geniale dell’Incredibile bambino mangialibri di Oliver Jeffers. Enrico, un bambino che ama mangiare i libri! Un vero talento: il bimbo dopo aver assaggiato una sola parola, tanto per provare, decide di gustare un’intera frase e poi l’intera pagina. Un personaggio capace di ingoiare un libro intero tutto d’un colpo! Enrico più mangia i libri e più è saccente fino all’indigestione che lo riporta fra i comuni consumatori di insalata.

Qualcuno di voi ha il potere di fare questo? Presentatemelo!

8D11374A-2F4B-492C-A5B2-3405D473916A.jpeg

Il sogno di ogni prof seguire decine di alunni superdotati che, senza alcun problema di concentrazione o comprensione, digeriscono tutto ciò che viene discusso o presentato in classe. Per quanto mi riguarda concluso il primo quadrimestre, dopo l’allenamento intensivo a “pane e cineforum”, è giunto il momento di provare ad allenarci con la memorizzazione di testi poetici. Vediamo come se la cavano con la memoria episodica. Ma prima indago.

Ragazzi, non ci credo, tutti voi conoscete a memoria un testo, una filastrocca, una conta, uno scioglilingua.

Piano piano, prendono coraggio. Prima uno, poi l’altra tirano fuori il generoso repertorio. Tutti poi dicono, ah sì quella la conosco anche io e so pure questa trecentotre trentini entrarono a Trento tutti e trentatrè trotterellando.

Lo scopo è chiaro: non appena avremo imparato tutti i testi della sezione POESIA della nostra antologia, andremo in giro per le classi a portare la nostra lezione di letteratura. Come gli uomini-libro di Fahrenheit anche noi abbiamo tanti interpreti, una Chiara Carminati, un Mario Lodi, il classico Gianni Rodari, il nonsense Toti Scialoja, Emily Dickinson e Rainer Maria Rilke, Umberto Saba, Giovanni Pascoli, Franco Fortini and so on.

Oh, hanno studiato. Tutti. Nessuno escluso. Tutti reciteranno. E io pure ho imparato tanto, come dice Bruno Tognolini, perché possiamo camminare insieme verso lo stesso obiettivo: imparare a essere poeti per un giorno.

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
“Col tempo, ti insegnerò tutto!”.
Insegnami fino al profondo dei mari
“Ti insegno fin dove tu impari!”.
Insegnami il cielo, più su che si può
“Ti insegno fin dove io so!”.
E dove non sai?
“Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, dall’albero al seme.
Insegno e imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te!”.

 

Bon ton del perfetto ascoltatore

103018F3-ACD5-497B-B7C9-42BA8C73F136

Per far capire ai miei alunni di prima media quanto l’educazione, la gentilezza, l’eleganza nei modi sia sempre più apprezzata nella società (in quella utopica presente nel mio immaginario) porto sempre l’esempio di mia figlia Giulia di 5 anni. Non perché sia lo specchio della perfezione ma perchè è piccola e spesso dai piccoli non ci si aspetta tanto. Vi confermo che i bambini della materna fanno tenerezza anche agli adolescenti: perché quando parlo di Giulia mi ascoltano sempre con attenzione.
Giulia fa questo… Giulia fa quello… Giulia mai si permetterebbe…

Ecco Giulia va regolarmente a teatro, da quando ha due anni e mezzo. Ci va perché ce la portiamo, o io o mio marito.
Quando si va a teatro, sin da piccoli, si apprende immediatamente il “bon ton” dello spettatore: si occupa il posto assegnato, raggiungendolo tenendo per mano mamma o papà. Si sta in silenzio o si parla sottovoce finché le luci di sala sono accese e poi, non appena si fa buio, inizia la poesia. Si ascolta, si guarda, si ride, si piange. Si applaude, alla fine, si applaude. Non le ho mai detto si fa così e così! Segue a ruota gli altri uditori, astanti, spettatori.

Di tanto in tanto, la scuola in cui insegno dà occasione agli alunni di mostrare quanto si possa essere educati, nell’uscita a teatro. Diciamo che tutte le scuole in cui ho insegnato hanno dato questa occasione e ne sono felice. Si tratta spesso, dell’unica possibilità per alcuni, che resterà un unicum per tutta la vita.

L’anno scorso seguivo principalmente una classe terza. Ecco la descrizione degli attimi prima della messa in scena.
Alla partenza: corse sfrenate e spintoni per prendere il posto più lontano possibile dal docente; via, piazzati a fianco del compagno più casinista; richieste continue di poter andare al bagno; chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere; infine, al termine dell’ultimo tempo, stesse corse sfrenate questa volta per uscire.

Poi chiedo ad alcuni: “Piaciuto?
“Non mi ricordo!”

Di rientro in classe domando quanti di loro siano mai stati a teatro prima che la scuola offrisse loro questa preziosa occasione.

La risposta è desolante. E chiaramente chi spintona non è mai stato con la famiglia a uno spettacolo dal vivo. Undici anni di altro: niente teatro, niente libri, niente musica classica, niente pazienza, niente ascolto.

Oggi ho portato gli alunni di Prima al Teatro Lirico di Cagliari per una lezione guidata da Mozart in persona (nel ruolo un divertentissimo Massimiliano Medda). A dire il vero tutta la scuola ha partecipato insieme agli alunni di altri istituti cagliaritani.

27019033_10155315790501134_1848492388_o
L’orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, Massimiliano Medda e gli alunni/cavallette in platea. Non si vedono, ma vi giuro che saltavano!

L’ascolto della musica classica prevede uno sforzo maggiore rispetto al teatro di prosa, maggiore deve essere la concentrazione: quando si ascolta l’orchestra non ci sono le parole, non c’è una storia, non c’è dialogo, non ci sono gli attori che si muovono, non ci sono immagini.

Certo c’è l’orchestra, c’è il direttore che si agita spalle al pubblico ma fondamentalmente si deve seguire la melodia, chiudere gli occhi per farsi trasportare dalle note. In questo spettacolo, pensato per le scuole, l’accompagnamento verbale Mozart/Medda è stato utilissimo e importante per tenere vivi attenzione e ascolto. Lui è pure molto divertente e i ragazzini vogliono sempre divertirsi, in tutte le situazione vogliono ridere almeno un po’.

Stando in fondo alla platea ho potuto godere, ascoltando la selezione musicale del repertorio mozartiano e, nel contempo, ho osservato il giovane pubblico.

Cosa vedono i miei occhi: GRILLI, tanti GRILLI che saltano sul posto.

No, no, ca_va_llet_te.

Chi agita le braccia, chi ridacchia, chi cerca la complicità del compagno davanti o seduto al suo fianco. Chi deve andare in bagno. Anche qui, ogni cinque minuti al bagno. E le maestre e le prof. tutte pazienti che cercano di sostenere ogni ragazzo, per provare a dare la motivazione giusta. Credo che per alcuni bambini sia stato una specie di tormento: ma cosa mi state proponendo, di stare seduto e zitto per un’ora?? ma stiamo scherzandoooo? Io mi sto annoiandooooo. Io voglio parlare, voglio muovermi, come si può stare fermi??? io non sono capace di stare fermo. Ascoltare??? io voglio dire, dire, dire. Pipíiiiii, mi scappa.

Diciamo pure che i miei allievi sono stati pure seri e zitti. Ogni tanto un’occhiatina da strega è servita ma loro hanno anche visto quanto io fossi infogata per tuttoquelsuonare e forse mi hanno accontentata, siamo bravi prof?

Al rientro in classe scopro che nessuno NE-SSU-NO dei miei 20 giovani alunni di undici anni è mai stato al teatro per ascoltare la musica classica. Io sono preoccupata e gliel’ho pure comunicato.

Cari genitori, dobbiamo fare un bel discorsetto! Possibile che non troviate, nel fine settimana, durante le vacanze estive o pasquali o natalizie, un momento per portare i vostri bambini a teatro, a un concerto, al museo, a fare un giro per la città per vedere i monumenti. Niente di niente?

 

 

 

 

 

Haters “di classe”

Ho 44 anni e “frequento” le scuole medie.

 

30C277B7-5475-41E2-A9E9-FDF34A5E194F

Vi “bazzico” non solo in senso figurato: entro ed esco quotidianamente dalle aule abitate da preadolescenti e adolescenti del nuovo millennio.

Credo proprio di conoscerti caro ragazzino, cara ragazzina!

Giorno dopo giorno, momento dopo momento, situazione dopo situazione, lezione dopo lezione fisso i loro nomi e cognomi e imparo a memoria i loro profili. Osservo i loro visi, le loro movenze, ascolto le loro voci e memorizzo anche quelle. C’è chi studia e chi fatica a memorizzare semplici regole grammaticali; chi urla e chi bisbiglia. C’è pure chi non apre mai bocca! C’è chi scrive, chi non legge, chi conosce fin troppo bene la cronologia del Medio Evo. C’è chi sta fermo sulla sedia, schiena dritta, e chi non riesce a stare mai fermo. C’è chi ti chiede di andare in bagno cento volte al giorno. C’è chi ti ascolta, chi ti fa domande e chi disegna cuoricini sul proprio diario. C’è anche chi il proprio diario lo distrugge letteralmente (ndr. Distruggi questo diario di K. Smith, ed. Corraini). ”Prof, glielo giuro, sto ascoltando! ha appena detto bla, bla e bla!”

FC53A2B7-013B-4209-9854-810238D8CFA7

Non posso proprio affermare che questi undicenni, dodicenni, tredicenni non siano buoni. Li guardo, li osservo: no, non sono teppisti, non sono maleducati (almeno con me non sono mai stati scortesi!), non sono dei fannulloni e non sono nemmeno distratti. Sì, cioè, mi stanno ascoltando, ascoltano ciò che dico. Ognuno a modo suo mi dà retta. Oggi grammatica: tà, quaderno sul banco. Posso venire alla lavagna?

Ai miei tempi non era così: ma chi ci voleva andare alla lavagna? Solo i quattrocchi secchioni!

Li osservo ancora, dalla cattedra, e me li immagino cresciuti. Quale sarà il loro futuro? In sostanza sono, in nuce, ciò che saranno da adulti. Qualcuno farà carriera, qualcuno a malapena prenderà il diploma. Eppure tutti oggi partecipano alla vita di classe: sono presenti. Scrutano il compagno di banco, lanciano un’occhiata alla compagna dell’altra fila, si fanno un’idea di come sarà il mondo là fuori. A me sembrano forti e sani. Ci tengono a essere considerati, ascoltati, premiati. Continuo a osservarli: mi sembrano bravi ragazzi. Sono senz’altro bravi ragazzi.

Eppure, in quelle testoline si annida qualcosa che non promette nulla di buono.

Ho scoperto che in classe ci sono degli haters.

86827719-D9B9-408E-9A74-513356B218E3
Illustrazione di Nicoletta Ceccoli, The uninvited, Hide and Seek, Corey Helford Gallery

 

 

 

 

 

 

Questo fatto è sotteso, non si manifesta granché durante l’orario scolastico. Quando siamo in classe le ore sono dedicate alle attività didattiche: il tempo a disposizione è sempre pochissimo e c’è tanto da lavorare. Quasi mi dispiaccio di lasciar loro poco spazio per una chiacchiera tante sono le pagine di storia da spiegare, quelle di antologia da leggere; per non parlare di geografia! Due ore alla settimana sono davvero troppo poche per portarli a fare il giro del mondo.

A quanto pare l’anticamera di questa spirale “d’odio inaudito e gratuito” è la chat di classe su whatsapp: la vera echo chambers del fenomeno.

Cioè? Volete dirmi che nel pomeriggio anziché studiare i vostri figli lanciano invettive “tutto contro tutti” sulla chat di classe. Cosa scopro? La chat non è una sola ma si sono moltiplicate? Una, due, anche tre chat diverse, non voglio conoscere i nomi, per carità, canali separati cui partecipano un buon numero di questi ingenui angioletti? E tutti giù a dire “pesta e corna” di questo e quello, a demolire Tizia, a denigrare Caio. Così, per sport, pour parlè, alè alè.

Li osservo ancora, non ci credo. Proprio loro, serpe in seno. Bisogna fare qualcosa, non si può stare a guardare. Son così piccoli e già odiano con leggerezza, senza motivo. Ma chi glielo ha insegnato?

Urge una cultura della civiltà online insegnando a scuola il rispetto per il prossimo e la dignità delle persone che vivono dall’altra parte della tastiera, sia essa del’iphone o dell’ipad.

Ho già in serbo un’attività di grammatica del complimento. Impariamo a usare i pronomi e gli aggettivi. Due minuti di positività: tu sei bello, tu sei intelligente, tu sei paziente e tu sei simpatico, attraente, buono. Sei il compagno che tutti desiderano in classe, sei divertente, sei coinvolgente, sei il migliore!

6B9BAECC-93D7-44B9-A2DD-C36571A0EA26

A turno gli alunni verranno invitati alla lavagna, non dovranno scrivere ma ascoltare: ascoltare le parole positive che i compagni sapranno esprimere nei loro confronti. Ognuno dovrà trovare la parola giusta, riconoscere almeno un pregio dell’altro, decantare le qualità dei coetanei, lodare un lato buono, quello nascosto, che non si vede.

E visto che come insegnante non posso agire fuori dall’aula, unico spazio in cui ho potere decisionale, da domani in classe basta insulti.

E se volete sfogarvi, distruggete pure il vostro diario! la prof è d’accordo.

 

97ED927B-64D5-4EBC-A342-DC19076022F1

 

 

 

Cara maestra, caro maestro

Cara maestra, caro maestro

ho l’arduo compito di dare continuità al tuo lavoro: semino l’italiano, spiego la storia e insegno la geografia nella scuola media inferiore. Ci provo. Raccolgo il tuo “testimone”, ricevo lo scettro (per le discipline letterarie) che è stato tuo nei precedenti cinque lunghi anni. Un grande piacere e una grandissima responsabilità per noi prof: essere alla tua altezza non è affatto scontato.

Scrivo perché ho bisogno di comunicare con te, urgentemente.

So bene che il tuo è un mestiere molto difficile. Molto più difficile del mio. I giovani alunni di prima (ma anche quelli di seconda e di terza) hanno passato con te ogni giorno dei cinque anni pre-scuolamedia. Per alcuni sei stata/o il punto di riferimento costante, cardine infaticabile, immobile colonna, unica voce per i bambini: tutti i giorni nelle cinque classi delle elementari (salvo che non ci siano stati avvicendamenti o sostituzioni in corso d’opera, come talvolta accade).

07AB5FAF-8C83-42C1-85D4-7A53E84189EC

Il tuo appellativo è così forte, il tuo titolo importante, essenziale, così perfettamente fissato nel vocabolario degli studenti, così anche nell’immaginario, che i primi giorni alle medie i ragazzini di prima continuano a chiamarmi MAESTRA. E mica mi offendo, sono contenta. Perché riconoscono il ruolo, assimilano la mia figura alla tua: sanno che al nostro interno c’è tutto ciò che occorre ai bambini per imparare a leggere e scrivere e contare e cantare e saltare. Ci sono addizioni, fiumi, esercizi, canzoni, storie (cit. “Come funziona la maestra” di Susanna Mattiangeli e Chiara Carrer, ed. Il Castoro, 2015), tutto compresso, condensato dentro il nostro corpo. Un corpo che è presenza scenica in classe, voce recitante e silenzioso ascolto, quando occorre.

Spesso unica risposta a tutti i quesiti.

5236AE36-0245-42B9-97EF-4ADA1AEF980E

Tu sei la S C U O L A.

Se ti hanno amata la ameranno, se ti sei fatta odiare la odieranno.

Diciamo pure che hai contribuito generosamente al buono o cattivo esito del successo scolastico dei nostri studenti. Ci precedi in questa impresa complicata che è introdurli al mondo della cultura. E il modo in cui lo fai incide sul loro amore per il sapere.

4DFBED24-EEA9-4B6A-BDB2-0F7C2FE88D28

Il nostro obiettivo comune: seminare la conoscenza, la passione per la conoscenza? Coltivare le menti, attendere con cura alla loro maturazione? Siamo un distributore di nozioni (questo si aspettano le famiglie), siamo un pozzo di scienza, un contenitore di belle frasi fatte? Siamo predicatori? Dispensatori di soluzioni pret a porter? Paladini della cultura, luogo privilegiato dei “saperi” locali e globali? Siamo perfetti?

Certo, sono anni difficili. E l’Istituzione scolastica non sempre viene incontro alle esigenze dei suoi operatori, mancano quegli accorgimenti che ci permetterebbero di lavorare meglio, di distribuire meglio le energie e dedicare il giusto spazio a ogni singolo alunno. Di curarli tutti, uno per uno. Le classi sono affollate, le famiglie non sempre ci sostengono, a volte non sono proprio in grado di farlo, non tutti ne sono capaci. Oggigiorno nemmeno le strutture scolastiche e la cultura pedagogica riescono a riempire certi vuoti, inadeguate, come sono, a cogliere la complessità del mondo contemporaneo.

La chiusura all’apprendimento, stando a quanto si legge nei sostanziosi lavori di Maestri di Strada «è strettamente connessa con la chiusura al rapporto, con esperienze deludenti di relazione con gli altri, in primo luogo con gli adulti di riferimento» (cit. da “Il deserto dei significati” che allontana i giovani dalla scuola, Tania Caredda, Left), siano essi genitori o insegnanti.

Dunque? Perché ti scrivo?

Perché ho bisogno che ci mettiamo d’accordo su alcuni punti essenziali. Perchè io possa raccogliere ciò che hai seminato.

Siamo uomini e donne, diversi, per temperamento, vocazione, motivazione. Abbiamo scelto questo mestiere, non può che essere andata così. Nessuno ci ha costretti. I nostri alunni sanno che venire a scuola è un obbligo ma anche un diritto. Tutti i giorni parliamo di diritti a scuola, diritto alla vita, diritto di opinione, diritto di essere rispettati.

Mi interessa capire come mai, a volte, gli adolescenti arrivano alle medie scoraggiati: ansia da prestazione, poca fiducia in se stessi, allergia allo studio. Alcuni detestano la matematica e la grammatica e anche la geografia. Idiosincrasie primitive? Altri, nei loro componimenti, continuano ad avere moltissimi dubbi ortografici, quasi non avessero chiara la proiezione di fonema/grafema.

Alcuni mi dicono non so disegnare, non so scrivere e finiscono per non brillare in quelle materie come l’educazione artistica, la musica, discipline che dovrebbero appassionare, suscitare entusiasmi, risolvere l’anno scolastico, proprio quando la media dei voti nelle materie più complicate non raggiunge pienamente la sufficienza.

Che cosa è successo in questi 5 anni?

Lo so, a volte i problemi disciplinari, l’esuberanza di alcuni, la continua richiesta di attenzione di altri, impedisce il fluente corso delle lezioni. SILENZIO!

Dobbiamo interrompere continuamente le nostre comunicazioni di servizio (noiose regole di grammatica, astratti problemi di matematica) per soddisfare tutte queste domande, dare la parola a tutti quelli che vogliono dire qualcosa. DOVETE SOLLEVARE LA MANO PER CHIEDERE LA PAROLA!

E la mattina finisce; impossibile di questo passo finire il programma. PER DOMANI VENTI PAGINE.

Ma possiamo toglier loro la parola? Possiamo chiudere le comunicazioni con un BASTA!?

Troviamo un modo comune per migliorare la capacità di ascolto.

Leggiamo libri a voce alta in classe. Io in prima uso questi, se vuoi te li presto.

4FB4A56F-751C-45B7-BD0E-492FF3370CC3

Troviamo un modo convincente per migliorare la produzione scritta. Incentiviamola con esercizi creativi. Giochiamo alla “scuola che vorrei”. Interroghiamo le giovani menti: quale sarà il modello di scuola che vorrebbero, non conta il loro pensiero?Non imponiamo sempre il nostro ormai obsoleto metodo didattico, per i tempi che corrono forse non funziona più.

Io porto in classe questi.

CCE9C5DD-7F59-4C46-A463-BB17CA8E15B6

Stimoliamo la lettura utilizzando strumenti diversi dalla parola scritta: usiamo per i silent book per migliorare la competenza visiva e quella di rielaborazione attraverso la lettura ekfrastica.

Questi sono tra i migliori.

1455DAAF-E627-494C-9A7F-8CB2D4E8EA74

Introduciamo attrività che promuovano lo Star bene a scuola. Perché se i nostri ragazzi non stanno bene a scuola, se non stanno bene con noi i nostri sforzi sono inutili.

Come vedete non ho parlato di innovazione tecnologica.

Cara maestra, caro maestro,

questa è solo una riflessione a voce alta di una prof che è anche mamma. Mia figlia l’anno prossimo andrà in prima elementare. Ogni giorno da tre anni va alla scuola materna. Ed è contenta di frequentarla. Quando non sta bene e deve restare a casa mi dice: “IO VOGLIO ANDARE A SCUOLA!”

E44CB06E-6D1F-4489-817F-B9813CF31009

Il mio desiderio più grande è che continui a dire così i prossimi cinque anni.

 

Imperdibili:

MigrandoChiuso per ferieForse l’amoreFavole al telefonoIl libro degli erroriGiancretino e ioTutto da me

 

 

Pantaloni rossi

Dopo il liceo classico, ho iniziato la mia carriera lavorativa insegnando musica nella scuola materna con il metodo Kodàly. La magra consolazione, avviati gli studi alla facoltà di Lettere per compensare il fatto di non aver potuto frequentare l’Artistico (sconsigliatomi all’epoca), arrivò dallo studio dei grandi dell’Arte italiana nell’ambito della grafica moderna e contemporanea.
Questo andirivieni Facoltà-scuola-Cittadella dei Musei è proseguito per diversi anni. Nel frattempo, assunta in una scuola materna privata con il ruolo di esperta del settore artistico-musicale, proseguo gli studi per la laurea arrivata nel 2000.
Questo traguardo è stato fra i più tristi della mia vita.

Spiazzata, di fronte al baratro silenzioso, cosciente di non poter più frequentare le aule, le biblioteche e sale studio, decido di prendere la pista della Specializzazione in storia dell’arte, chiave di volta nel campo dei beni culturali. Ci vuol pazienza, perché il Ministero non bandisce alcun concorso interessante e io proseguo con l’attività di ricerca con alcune borse, vinte non so più neanche come.
In astinenza, dunque, concorro per un dottorato di ricerca in Letteratura e, vinto il posto “senza borsa di studio”, continuo a studiare e lavorare.
Tutto molto eccitante. Ma l’attività lavorativa più interessante, capitatami a tiro tra capo e collo, è stata quella nel settore di infografica di un quotidiano local-nazionale (una free press con una redazione brillante). Il lavoro tra redazione e agenzia pubblicitaria (incaricata dei servizi) è stato il più gratificante degli ultimi sedici anni: non solo ho imparato tanto ma ho fortificato il carattere nel mediare fra giornalismo e grafica.
Vorrei moltissimo tornare su questi lidi editoriali (magari con Paula Simonetti) ma, nel frattempo, mi adagio bellamente sul materasso MIUR.
Ritengo che l’attività coi ragazzi nella scuola (attualmente per me pista scivolosa perché non abilitata al ruolo) sia altrettanto gratificante. Oggi, sempre di più, nella scuola media inferiore.
Grande fatica ma si contruisce la base culturale della società.

 

4A224BF8-9416-4FE0-BEE1-491F8B212FD4

Nel frattempo, continuo a indossare pantaloni rossi.

Blog su WordPress.com.

Su ↑