In ascolto

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C’è una cosa che dobbiamo imparare a fare, tutti, piccoli e grandi, insegnanti e alunni: ASCOLTARE. Con estrema attenzione.

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Alla fine di un ennesimo anno scolastico da precaria, pieno di quotidiani originalissimi incontri all’insegna del “come facciamo oggi a trovare la concentrazione giusta?”, scopro che molte delle convinzioni sulla professione-docente che mi trovo per caso a svolgere hanno davvero bisogno di nuovi input su semplicissime questioni di relazione. Pensiamo sia facile trasmettere contenuti, entusiasmare gli animi, catturare l’attenzione e invece manca la rivoluzione vera: quella utile all’ascolto, senza ricatti, spontanea, reale. Una rivoluzione reciproca, che porti al dialogo. Fuori dal caos sonoro e dalla confusione delle idee. Se la scuola vuole riconquistare uno spazio utile, deve assolutamente riconquistare l’autorità, ascoltando tutti, sentendo tutti i partecipanti, prestando attenzione a chi, ogni giorno, chiede il nostro sguardo e il nostro supporto. Un ordinato botta e risposta. Nessuna chiusura ma apertura. Orecchie aperte. Curiosità. Ogni capriccio, disagio, malessere, risposta arrogante, pianto, risata, urla improvvisa è una richiesta di attenzione a cui non si può dare forfait facendo finta di niente.

Scrive un alunno.

Saper ascoltare non è così semplice. Perché quando uno parla, all’altro viene voglia di aggiungere la propria esperienza su quel fatto. Questo fenomeno capita spesso in classe: quando il professore parla, gli alunni vogliono a ogni costo dire qualcosa. Parlare su una persona non è educato e porta spesso a inutili litigi.  anche molto fastidio, mentre parli, che una persona si metta in mezzo per esprimere la sua opinione senza lasciarti finire la frase. Un difetto che hanno in molti è che quando uno parla loro non ascoltano, invece quando parlano vogliono essere ascoltati.

Penso che ascoltare sia importante ma lo è anche parlare.

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Ragiona sullo stesso tema anche un’alunna.

Ascoltare è veramente difficile: si tratta di un momento in silenzio. Chi non parla deve subire un discorso di chi si esprime. Io non ho molta difficoltà ad ascoltare. Per altre persone, invece, ogni scusa è buona per non farlo. Alcuni a scuola guardano il diario, lo pasticciano, scrivendo cose non aderenti alla lezione o parlano di continuo con il compagno di banco. Ascoltare ha lati positivi: impari qualcosa che prima non sapevi. Oppure puoi far parlare un tuo amico timido, facendogli del bene. A volte capita che, quando una persona parla, noi non capiamo niente di quello che dice, ma possiamo sempre chiedere di rispiegare.

Ascoltare vuol dire che può esprimersi solo chi parla; chi ascolta deve affrontare un momento di grande silenzio interiore. Quindi mettiamo alla prova noi stessi: bisogna imparare ad ascoltare.

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Infine, un’altra alunna.

Alcune persone non riescono a capire quand’è il momento di fare silenzio, di non distrarsi e di ascoltare. Anche io alcune volte mi distraggo ma la maggior parte del tempo, in classe, ascolto. Ascolto quello che dicono i professori e quello che dicono i miei compagni. Fare silenzio e ascoltare mi rilassa e mi fa sentire tranquilla. Consiglio a tutti: ogni tanto bisogna ascoltare.

 

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Crescere, che fatica

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Ogni giorno, dalla cattedra, scruto i loro sguardi. A settembre “quei bambini” sembravano smarriti e incerti ma anche pronti, concentrati, controllati, quasi a disagio, seppure pieni di buoni propositi, di fronte a tutte le novità della scuola media inferiore. A fine maggio gli stessi occhi sono per certi aspetti più sicuri, sempre luminosi, svegli: occhi di ragazzini a proprio agio, in un contesto ormai diventato familiare, ma anche disillusi, stanchi e pronti per le meritate vacanze. Diversi hanno capito che stanno per lasciare l’infanzia: molti l’hanno pure scritto nel tema di fine anno.

Ma quando arriva il 10 giugno?

Nel frattempo si sono fatti le ossa, hanno capito fino a che punto possono “spingersi”, talvolta esagerano coi loro comportamenti. Sondano. Testano la tua pazienza. Possiamo affermare che non si tratti più di BRAVI BAMBINI? Beh, se li chiami ancora bambini si offendono. I miei giovani alunni stanno entrando, di fatto, nella prima adolescenza e si sentono ormai autorizzati (con un coraggio che a settembre era impensabile) a contestare anche la scuola, le sue modalità, le sue richieste ora, per loro, pretese. Quella scuola che prima era tutto un “MAESTRA, MAESTRA!” (baci e abbracci compresi) diventa, improvvisamente, con tutti i suoi componenti, antagonista. Luogo della noia. Gli studenti iniziano ad avere “in odio” quelle 5 (QUANDO NON SONO 7) ore di lezione. E con esse tutto il loro contenuto: banchi, storia, algebra, pareti dell’aula, prof di questo, prof di quell’altro, verifiche scritte, verifiche orali. Basta, che noia, che barba.

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Poiché, dice Vittorino Andreoli , nel gruppo di pari età tutti stanno vivendo lo stesso momento, quello della metamorfosi, TU, adulto preposto all’educazione emotiva e culturale dei giovani ti ritrovi (ogni anno allo stesso punto dell’anno) a dover “domare” una ventina di piccoli Gregor Samsa che si svegliano una mattina e si accorgono di avere il corpo di uno scarafaggio. Ora hanno le zampette e le antennine e (se sei quella specie cucaracha) pure le ali e non sanno più che cosa fare. Molti si sono dimostrati da subito alunni modello: educati, pazienti, gentili, diligenti. E continuano così, non si annoiano mai. Sembrano già maturi. Altri, giorno dopo giorno, adagiandosi sulle loro debolezze, hanno tirato fuori i lati più spinosi del loro carattere. Sono pronti a mostrarti originalissimi tratti della loro personalità, in sfida con la tua pazienza. Anche tu sei diventato parte di quella realtà. Tu sei parte di questo quotidiano mondo difficilissimo, in cui bisogna imparare a convivere. Piccoli coi piccoli, piccoli coi grandi. Ognuno ha il suo punto di vista diverso e tutti vogliono esprimerlo.

Ma tu sei lì. Solo per loro. Tu sei l’adulto. Sei già stato adolescente. Ma non lo sei più. Sei la loro guida e devi trasmettere loro un’importantissima capacità sociale: l’empatia, imprescindibile base per la convivenza.

Sarebbe bello, dunque, insegnare loro a LITIGARE BENE, a gestire le proprie emozioni. Avere alunni sempre felici è impossibile. Questo è un dato di fatto e noi insegnanti dobbiamo farcene una ragione. Dobbiamo, quindi, riuscire a trovare un metodo perché si immedesimino, trovando nel cinema e nella letteratura modelli in cui possano rispecchiarsi e confrontarsi.

Ecco perché a fine anno posso dire con gran soddisfazione che questi alunni, così difficili, così impegnativi coi loro gran bisogni di attenzione, ascoltano le parole se queste derivano dalla lettura. Trovano l’affetto, interesse, ciò che a loro piace. Perchè l’adolescente ha un enorme paura di rimanere da solo, di sentire il vuoto del silenzio. Prof, all’ultima ora, leggiamo un libro?

 

Certo! E il vuoto svanisce.

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Un mucchietto di promesse

Qualche giorno fa ho deciso di chiedere ancora una volta ai miei alunni di impegnarsi. UN ULTIMO SFORZO. Ho chiesto di scrivere la promessa di fine anno. 

“Prendete un foglio…”

“Anche piccolo?” – “Anche strappato?” – “Anche a quadretti?”

”Certo, il vincolo sta solo nella consegna, purché siate sinceri e convinti di ciò che scriverete!”

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In effetti si tratta di una semplice attività che fa da pendant con quella di inizio anno. In tutte le scuole, sapete, esiste un patto di corresponsabilità scuola-famiglia che viene letto e controfirmato da alunni, genitori e insegnanti. Ognuno ha i suoi diritti e doveri. Il documento contiene l’elenco dei principi e dei comportamenti che la scuola, la famiglia e gli alunni condividono e si impegnano a rispettare. (Riferimento normativo: Decreto del Presidente della Repubblica 21 novembre 2007, n. 235). Il modello base è fornito direttamente dal MIUR, poi ogni scuola lo personalizza senza snaturarlo. Ma sapete, spesso nel corso dell’anno il patto si rompe. Il contratto non sempre viene rispettato da tutte le parti coinvolte. La quotidianità, la fretta, l’impazienza, le esigenze di questo, le richieste di quell’altro, le sorprese (belle e brutte), l’indignazione, il pessimismo (insomma) e non ultime le critiche o le ingiustizie, nonché la superficialità prendono il sopravvento. E il patto va a farsi benedire. Ciò che è scritto su una fotocopia distribuita alle famiglie diventa solo un “Mucchietto di promesse” di poco conto. BUROCRAZIA.

 

A mio avviso, dunque, all’inizio anno è importante redigere oltre al patto ufficiale un altro contratto alunni/docente, personalizzato secondo le esigenze degli studenti e coerente coi bisogni e le aspettative di tutti. In primis, degli ospiti presenti ogni giorno in aula.

Si fa così. Dividi la lavagna in due parti.

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Sotto la scritta “docente” mettiamo tutte le qualità che gli alunni desiderano trovare in un/un’insegnante. Dall’altra ciò che il docente si aspetta dagli alunni. A turno prof e alunni chiamano gli attributi per il ruolo.

E guarda un po’, gli aggettivi qualificativi sono speculari.

GENTILE                                                    /                            GENTILI ED EDUCATI

PAZIENTE                                                  /                            TOLLERANTI

DIVERTENTE                                             /                            ALLEGRI

COLTO                                                        /                             STUDIOSI

CALMO                                                       /                             CALMI

INDULGENTE                                            /                             DILIGENTI

CHIARO NELLE SPIEGAZIONI                /                            CHIARO NELL’ESPRIMERSI

And so on.

Per concludere sia il prof sia due rappresentanti degli alunni (un maschio e una femmina) firmano in calce.

Ogni tanto, nel corso dell’anno è bene ricordare che il prodotto di questa primissima lezione è fondamentale per andare d’accordo.

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Stare in armonia, in pace. Stare bene insieme.

Certo, serve anche per verificare se l’insegnante sta mantenendo la sua parola. Se l’adulto è in grado di guidare il gruppo. In fondo, è fondamentale: anche l’insegnante deve essere promosso. È bene ricordare loro ciò che si è detto quella mattina più volte: è utile rinforzare la motivazione del giovane pubblico, l’unico che esige vera attenzione. L’unico che è autorizzato a fare i capricci. L’unico che è in fase di crescita, che soffre per il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, che soffre per i genitori in corso di separazione, che piange la mamma obbligata a passare le giornate all’ospedale oncologico, che soffre perchè il papà non c’è più.

E per far passare tristezza, rabbia, malinconia ci vuole gentilezza, passione, allegria e molta calma. E se non hai queste qualità non puoi insegnare, neanche per un solo giorno.

Arriviamo, dunque, alle promesse di fine anno.

Certo chi si è impegnato molto è pure molto stanco ma alcuni non rinunciano a mettere a disposizione le proprie energie per aiutare gli altri.

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Alcuni sentono di essere migliorati molto da settembre. Non serve che ci sia stata davvero un’evoluzione significativa nell’ambito didattico, l’importante è sentire che ciò è avvenuto.

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Qualcuno sa che deve ancora impegnarsi, molto di più; però, guarda caso, non ci sono più gli errori ortografici. E questo per alcuni è moltissimo.

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Poi ci sono quelli che “le promesse” sono il mio mestiere!

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Tutto ruota intorno a un accordo. Se c’è armonia, tutto va liscio come l’olio. Ciò che è scritto è scritto. AMEN

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Insegnare è curare

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Talvolta riesco a prender una pausa dalla faticosa routine quotidiana, inspiro-espiro-respiro. Poche volte in questi lunghi mesi abbandono il contatto con l’aula (presenza lunga, infinita quanto infinitinovemesisettembre-giugnotuttocompreso) ma quando riesco a staccare lo sguardo dal singolo alunno, a spegnere il tasto “amministratore” di un gruppo classe, penso e ripenso a loro, i miei studenti. Poi dimentico, perché son studenti a tempo determinato. Quando sono in pausa da lavoro metto a fuoco i loro problemi, ragiono su certi loro difetti, sui loro pregi, focalizzo le loro insofferenze, rifletto sui loro “prof-prof ci sono anche io, non mi vede?”, penso al mutismo selettivo di alcuni, alle affinità elettive di altri, ai loro rifiuti, ai loro continui capricci. Sono come un “chiodo fisso”! Penso alle soluzioni da adottare, alle strategie più idonee, a nuove idee per dare loro il meglio in questo momento storico culturale così complicato. In un contesto in cui le famiglie son sempre meno preparate sotto il profilo genitoriale; dove la maggior parte dei giovani “coi figli prima esperienza” affrontano il duro mestiere educativo privi di strumenti dispensativi, diciamolo a voce alta, gli insegnanti sono l’unico dispositivo compensativo.

A scuola, ve lo assicuro, esiste solo la modalità CURARE ON.

Ci troviamo subito catapultati nell’ambito medico ma soprattutto in quello degli affetti e della memoria.

C’è il cuore dentro, c’è lo stimolo, c’è l’osservazione.

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Dobbiamo curare tutto, problem solving alla mano. Ma esiste un prontuario? Una soluzione per ogni malattia, per ogni questione? Educare, istruire, preparare, supportare, correggere, incoraggiare, prevenire, salvare: agli operatori della scuola è richiesto oggi di fronteggiare moltissime sfide, di una complessità sempre più crescente. Si deve agire su molteplici fronti e senza mai perdere di vista la delicatezza dei referenti primari, cioè i bambini, i pre-adolescenti, gli adolescenti. Uomini di domani.

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Detto così è bellissimo e sembra anche un mestiere facilissimo.

Nelle cronache recenti così come nelle rappresentazioni giornalistiche e televisive più diffuse e influenti, i docenti sono raffigurati in modo irrealistico e stereotipato. Il mestiere dell’insegnante è una condizione complicata e complessa, esposta ai rischi dell’insuccesso, attraversata da molteplici e non facili contraddizioni e dilemmi, una professione con molti chiaroscuri. Nel passato più recente il maestro somigliava più a un persecutore che non a un medico: educava percuotendo i discenti, come possiamo osservare in queste illustrazioni di primo e fine Ottocento.

 

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Acquaforte di Bartolomeo Pinelli, Il castigo dei fanciulli, 1810

 

Più che curare provocava ferite, non solo corporali ma anche psicologiche.

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Oggi, sempre di più, si deve trasformare in taumaturgo: perchè i miracoli esistono, in alcune scuole di periferia, per esempio.

Ciò che appare più evidente è la non univocità di questa professione. Qualsiasi sia il contesto socio-culturale in cui si opera, si ha a che fare con un gruppo di persone, giovani esseri umani. Creare un ambiente di lavoro positivo e stimolante per gli alunni è un elemento fondamentale della gestione della classe, ed è indispensabile tanto alla didattica quanto all’apprendimento. Se gli allievi sono attivamente coinvolti nella lezione, diminuiscono le probabilità che s’impegnino in comportamenti con essa incompatibili, come parlare fra loro, muoversi o disturbare l’attività.

Per questo un docente non può essere un mero distributore di contenuti seduto in cattedra: non può più sperare di avere un pubblico di ascoltatori sempre attento, frontalmente disposto per cinque o anche sette ore (quando c’è il tempo prolungato), né può pretendere il silenzio o l’attenzione con la minacce di punizioni (anche se quelle corporali oggi, va detto, non esistono più se non in casi di forti squilibri nella personalità dell’insegnante!).

Nel passaggio dalle elementari alle medie per i bambini tutto si complica.

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Molti ragazzini sono nostalgici, tornerebbero indietro nel tempo.

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Certi son contenti di lasciare l’infanzia alle spalle, sicuri di essere pronti per nuove avventure.

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Altri sono davvero soddisfatti di questo nuovo percorso, stimolati da fratelli o sorelle più grandi che hanno avuto esperienze scolastiche positive.

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A volte, portare una ventata di freschezza in classe significa non annoiare. Curare tutti gli aspetti del quotidiano. Sorridere, far sorridere, variare, recitare un copione sempre diverso, sorprendere anche se è difficile riuscirci sempre.

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Quindi, scusate e lo dico a voce alta, poiché mi prendo cura costantemente e con molto impegno dei vostri figli e tanti colleghi come me lo fanno, credo che sia indispensabile una bella pausa per rigenerarsi e, ricominciare ogni anno carichi di motivazione. Insegnare è curare, farsi carico delle problematiche altrui. Il sovraccarico di queste “INFORMAZIONI” così variegate implicano nel docente un dispendio di energie enorme. Molto più imponente di quanti possano solo provare a supporre. Per questo abbiamo bisogno di pause lunghe nel corso dell’anno scolastico e anche nel periodo estivo. Per scaricare gli accumuli di input pericolosi per il nostro stato di salute mentale.

Perché curare è un mestiere bellissimo ma anche chi cura ha bisogno di rigenerarsi per operare al meglio.

Ci rivediamo in classe il 2 maggio.

Essere e avere

Per calmare gli animi di questi nostri alunni adolescenti così agitati ansiosi di “dirediredire” SEMPRE – in con-ti-nua-zio-ne – qualcosa quando l’insegnante è intenta a sgolarsi per introdurre gli ausiliari essere e avere accennando persino al loro significato filosofico quello dell’esistenza o del possesso mentre illustra il loro uso nei tempi composti e la classe si scompone non poco bisogna cambiare strategia, virgola, bisogna rinnovarsi. Bisogna adattarsi. Riadattare la programmazione, così dicono dall’alto. IN CON-TI-NUA-ZIO-NE. Senza sosta, Senza respiro. Come in apnea, come in un testo senza punteggiatura, tutto d’un fiato che nemmeno Joyce saprebbe come cavarsela. Conoscete tecniche di ipnosi?

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Eh sì. Le strategie devono essere molteplici. Alla prof non basta conoscere a menadito l’analisi logica, gli avverbi, tutti i dettagli della vita di Matilde di Canossa e Irene di Bisanzio; per incantarli, stordirli e, infine, zittirli ORA BBBASTA non è sufficiente descrivere, a memoria, tutto il ciclo di avvenimenti ricamati sui 70 metri dell’Arazzo di Bayeux.

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Non si accontentano più della capacità mnemonica della docente che declama filastrocche a voce alta, canta Va pensiero, legge brani di letteratura illustrata. Alla prof non basta dichiarare di ascoltare musica TRAP, sì, come si chiama quello? ah si SFERAEBBASTA (ignorando qualsiasi testo lui “trappi”), provare la flipbottle e fare CENTRO al primo colpo (Daaaaaab), brava proffff, non serve affermare di avere seguito tutte le fasi della gravidanza (con annessa la nascita) del figlio di Chiara Ferragni. Ha visto che carino proooooof???

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Non è sufficiente nemmeno incantarli. Che so portare tre palline, giocolare alla ricreazione, e tutti intorno, pure quelli delle altre classi che non ti conoscono, che non sei la loro prof. Proooooooffff, ma come fa a fare il giocoliere??? Prima lavorava al circo?

Non basta tutto questo. NO. Noncelapossiamoffffffare, noi dietro la cattedra, ma anche a fianco, sopra o sotto, noncelapossiamcavare con così poco. Con la nostra scienza, la nostra cultura, tutto questo nostro SAPERE, CONOSCERE, SPIEGARE. Ah come spiego bene.

I ritmi dell’apprendimento concettuale sono sempre più lenti, la memoria episodica vacilla, quella a lungo termine trema, perché lo sguardo dei ragazzini non riesce a fissarsi su un solo oggetto, su un solo argomento. Gli oggetti dei loro desideri sono infiniti. I loro argomenti sono infiniti. E se moltiplichi l’infinito per venti, BOOM, l’insegnante non fa in tempo ad aprire il cassetto, quello della letteratura che subito loro senza nemmeno bussare aprono quello della famiglia Mio zio ha detto… mio zio ha fatto… mio cugino fa… mio cugino dice…; se estrai il coniglio dal cilindro son già pronti a infilarsi in una tuba di aforismi di YouTubers da strapazzo.

Tutto senza MAI, dico MAI, sollevare la mano per prendere la parola!

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E allora sapete cosa vi dico a proposito di ausiliari? Oggi per l’ennesima volta proiettiamo un film che parla di scuola. Di una scuola molto particolare.

Oggi vediamo un film del 2002 diretto da Nicolas Philiber: “Essere e avere” anzi  Être et avoir. Mi raccomando, attenti, sono andata fino alla BIBLIOTECA per prendere il DVD, solo per voi!

Ma prof è in francese? Perchè voi non studiate il francese? Ma lei insegna ITALIANO.

Ancora con questa storia dell’impersonificazione materia-docente???

Benissimo. Il film è sottotitolato, oggi LEGGIAMO per due ore. Contenti???

Il film inizia con una scena campestre in cui una trentina di mucche muggiscono. La prima cosa che fanno è ridere e fare MUUUU-MUUUUU: pur sempre un inizio di comprensione del testo. Qui la lingua è universale, non c’è bisogno di sottotitoli, anche in FRANCIA le mucche fanno MUUUUUU.

Una scuola speciale, dove un maestro francese opera in una scuola a classe unica di Saint-Étienne-sur-Usson, nel Massiccio Centrale. Nello stesso ambiente, molto accogliente, dove sono ammessi persino alcuni animali, convivono un maestro, diversi bimbi della materna e altri delle elementari. Di età diverse, dai 4 ai 10 anni. Tutti insieme. Chi impara a scrivere, chi a leggere, chi fa il dettato. Tutto in silenzio. Le regole sono molto chiare. I grandi devono essere d’esempio per i piccoli. A loro volta, i piccoli stimolano i grandi a essere prudenti, per evitare incidenti, per evitare di far male ai bimbi di 4 anni.

Avete visto quanto sono bravi? Tutti in silenzio? Nessuno urla. Tutti ascoltano il maestro.

Una pellicola all’insegna della lentezza, dove i ritmi sono adeguati, a ognuno il proprio momento, a ognuno il proprio spazio. Dove ognuno può esprimersi, come è giusto che sia. Dove il maestro può dedicare le sue energie per dare a ognuno il giusto appoggio.

Leggere guardando un film. Viene così soddisfatta la loro attitudine multitasking (leggere/guardare), viene stimolata la capacità di comprensione del testo (non è possibile capire il film se non si leggono i sottotitoli), viene mostrata una scuola possibile quella in cui tutti collaborano. E intanto loro rivedono sè stessi nei bambini del film, ahahah guarda quello sei tu da piccolino!! quando Jojo, uno dei piccoli, sbadiglia.

Rivedono le loro smorfie, gli attimi di noia e di gioia, di incertezza degli affetti (“sei mio amico?” chiede una bambina a tutti quelli che le passano vicino). Si rispecchiano, sono come SONO e da oggi HANNO qualcosa in più la consapevolezza di essere uguali a tutti i bambini del mondo con i loro pregi e difetti.

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Prof, facciamo anche noi lezione in giardinooo???

 

Dalla memoria vegetale a quella digitale

 

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TIINNNNN.

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Come un campanellino i nostri ricordi ri-suonano nella mente. Basta un profumo, un suono, un’assonanza visiva, una vecchia foto e certi episodi, certe esperienze, certe sensazioni riaffiorano provocando in noi il cosiddetto tuffo al cuore. Altre volte, se il cuore in passato ci è stato spezzato, preferiamo dimenticare. Non a caso la sede della memoria nell’antichità classica risiedeva in quest’organo vitale. Par coeur in francese e by heart in inglese traducono il nostro “imparare a memoria”. Una pratica, quest’ultima, molto in voga nella scuola italiana sin dai primi anni della materna.

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Quando non si tratta di memoria autobiografica, la facoltà di ricordare – imprescindibile quando si parla di istruzione – va allenata, stimolata, incoraggiata con affetto. La conoscenza deve passare attraverso gli occhi o le orecchie, percorrere i vasi sanguigni, quelli blu e quelli rossi, e raggiungere il cuore. Va allenata, con amore per l’apprendimento e passione per la cultura. Se il docente non è appassionato, non ama la storia, l’arte, la letteratura il discente fatica a prendere il ritmo giusto, a ingranare. I contenuti, siano di indirizzo umanistico o scientifico, una regola matematica o grammaticale, un testo poetico, vanno memorizzati, certamente ma come? E le nozioni devono essere assorbite, assunte quasi per osmosi. Devono diventare tutt’uno con noi stessi. Perché quando porto l’automobile non penso se devo usare il pedale dentro o sinistro per frenare: il cervello mette in campo le sue risorse perché io possa persino cantare mentre guido. Ma la scuola sa come procedere? Questa domanda me la pongo ogni volta che entro in classe. Perché, in fondo, per i miei alunni io rappresento LA SCUOLA e non posso presentarmi impreparata. Soprattutto incompetente circa i metodi da adottare in ogni circostanza della vita scolastica.

Una quotidiana lotta contro il tempo, perché le cose da imparare sono tante e il tempo non basta mai. E i ragazzi sempre più spesso NON STUDIANO! Ovvero non si applicano, passano poco tempo davanti ai libri. I miei alunni (ho chiesto espressamente) dedicano ai compiti circa un’ora e un quarto.

Ma alle scuole medie le materie sono tante, come fanno a rinforzare, a consolidare, a esercitarsi per benino? Le nozioni, i contenuti, vanno immagazzinati. Che non basti la tradizionale spiegazione, quella lezione frontale chiusi dentro l’aula (di questo mi sono già occupata quando ho parlato delle sempre più necessarie uscite a teatro, al museo, persino una passeggiata in città, verso il centro storico, vale più di qualsiasi perfetta esposizione) per me è assodato. Poi deve ancora venire qualcuno che mi convinca che i compiti a casa, tanti tanti esercizi, siano davvero necessari. Ma un’oretta di impegno mi sembra davvero poco.

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I contenuti, quelli che le famiglie e la società ci chiedono, dove si trovano? Un tempo, venivano trasmessi oralmente e, Gutenberg lo volle, ormai sono stampati sui libri. La famosa Memoria vegetale di cui parla Umberto Eco, oggi, in gran parte è stata pure riversata su supporti digitali, la cui memoria è estensibile giga-su-giga. Quindi basta sfogliare un libro, consultare internet per sfamare il desiderio di conoscenza.

Perché dobbiamo studiare prof?? su Wikipedia c’è tutto!!

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Certo, sarebbe meraviglioso poter avere il piglio geniale dell’Incredibile bambino mangialibri di Oliver Jeffers. Enrico, un bambino che ama mangiare i libri! Un vero talento: il bimbo dopo aver assaggiato una sola parola, tanto per provare, decide di gustare un’intera frase e poi l’intera pagina. Un personaggio capace di ingoiare un libro intero tutto d’un colpo! Enrico più mangia i libri e più è saccente fino all’indigestione che lo riporta fra i comuni consumatori di insalata.

Qualcuno di voi ha il potere di fare questo? Presentatemelo!

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Il sogno di ogni prof seguire decine di alunni superdotati che, senza alcun problema di concentrazione o comprensione, digeriscono tutto ciò che viene discusso o presentato in classe. Per quanto mi riguarda concluso il primo quadrimestre, dopo l’allenamento intensivo a “pane e cineforum”, è giunto il momento di provare ad allenarci con la memorizzazione di testi poetici. Vediamo come se la cavano con la memoria episodica. Ma prima indago.

Ragazzi, non ci credo, tutti voi conoscete a memoria un testo, una filastrocca, una conta, uno scioglilingua.

Piano piano, prendono coraggio. Prima uno, poi l’altra tirano fuori il generoso repertorio. Tutti poi dicono, ah sì quella la conosco anche io e so pure questa trecentotre trentini entrarono a Trento tutti e trentatrè trotterellando.

Lo scopo è chiaro: non appena avremo imparato tutti i testi della sezione POESIA della nostra antologia, andremo in giro per le classi a portare la nostra lezione di letteratura. Come gli uomini-libro di Fahrenheit anche noi abbiamo tanti interpreti, una Chiara Carminati, un Mario Lodi, il classico Gianni Rodari, il nonsense Toti Scialoja, Emily Dickinson e Rainer Maria Rilke, Umberto Saba, Giovanni Pascoli, Franco Fortini and so on.

Oh, hanno studiato. Tutti. Nessuno escluso. Tutti reciteranno. E io pure ho imparato tanto, come dice Bruno Tognolini, perché possiamo camminare insieme verso lo stesso obiettivo: imparare a essere poeti per un giorno.

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
“Col tempo, ti insegnerò tutto!”.
Insegnami fino al profondo dei mari
“Ti insegno fin dove tu impari!”.
Insegnami il cielo, più su che si può
“Ti insegno fin dove io so!”.
E dove non sai?
“Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, dall’albero al seme.
Insegno e imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te!”.

 

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Stare a stretto contatto con orde di pre-adolescenti mi consente di sondare gli umori della mia generazione. Quella degli anni Ottanta/Novanta.

Mi spiego meglio.

Essendo una “prof in verde età”, una quarantaquattrenne dire in erba è eufemismo impiegata nel settore dell’educazione non frequento solo i ragazzi d’oggi, di cui mi occupo da vicino quotidianamente, ma tratto anche con le loro famiglie di riflesso e de visu. I genitori dei miei alunni hanno grosso modo la mia età; talvolta, sono più giovani di quindici anni. Quelli più anziani son davvero pochi. Forse hanno cinquant’anni. Essere coetanei non agevola il colloquio o semplifica l’indispensabile confronto. Parliamo, forse, nel medesimo slang e l’immaginario suppongo sia molto simile. Siamo cresciuti con Heidi, Dolce Remì e Goldrake; abbiamo giocato per strada “a pincaro”, “a elastico” e coi rollerblade; abbiamo visto “Il tempo delle mele”, seguito i quiz di Mike Bongiorno, cantato coi Queen e ballato con Michael Jackson, Heater Parisi Cicca cicale, Madonna e i Cure. Brani rigorosamente incisi su musicassette o vinili.

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Forse alcuni hanno letto “Il giovane Holden” e Siddharta, altri si sono spinti sino a Bukowski, moltissimi hanno sfogliato giusto i Penuts o Mordillo. Altri, non hanno mai letto; hanno preferito giocare a Pacman.

Quando osservo i miei allievi, scorgo nei loro gesti un po’ dei loro papà e delle loro mamme o, meglio, intravedo nelle loro movenze il riflesso del clima domestico. Il senso del ritmo, quello del pudore ed estetico non è altro che il frutto dell’ambiente socio-culturale d’origine. Quella sensibilità penetra, per osmosi, nel loro DNA. Alcuni indossano magliette nostalgiche, con su scritto Snoopy o Superman. Tu sai chi è Che Guevara, vero?? – CHIII? – Come no? Ma si tratta del personaggio ritratto sulla tua t-shirt…

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Tuttavia, per non sbagliare o forzare troppo la mano con certi temi o generi letterari, prima di proiettare un film, discutere di argomenti delicati, come l’immigrazione lo Ius soli, declamare fatti di cronaca, esporre le tragiche conseguenze di guerre attuali o passate o ricordare la shoà, mi informo. Chiedo. Verifico.

Cosa dite, i vostri genitori saranno d’accordo? In questo film sentirete qualche parola un po’ forte. L’antagonista, per mostrare quanto sia un cattivo ragazzo si esprime con qualche parolaccia. Ma tanto le conoscete tutti le parolacce no? L’importante è saper contestualizzare: certe parole si usano “in piazzetta”; la volgarità a scuola, così come in tutti ambienti in cui l’educazione è sigillo di eleganza, non è gradita. Giusto?

Giusto Prof, si le parolacce le conosciamo tutte, vuole un elenco??

Questo brano racconta la morte di un uomo. Quest’altro racconta l’infelicità di un bambino rimasto orfano. Quest’altro ci dice che una bambina è stata vittima di violenza. Siamo sicuri? Possiamo procedere?

Di sicuro, i miei coetanei, i pater familias, non avranno niente da ridire.

Quando la programmazione di ambito antologico letterario segue pedissequamente il libro di testo, mi rilasso, avanzo con passo deciso, piuttosto disinvolta. Generi e tematiche sono interessanti e permettono voli pindarici tra attualità e cronaca. Certo, tutto è filtrato dalle ricerche dei curatori del volume, che selezionano i brani più significativi e utili (con tutti i limiti) nell’esercizio della comprensione del testo, competenza richiesta in uscita dalla scuola secondaria di primo grado.

Fatto sta, in Prima Media ci dobbiamo occupare pure di epica. Per introdurre l’Iliade e l’Odissea è indispensabile parlare di politeismo, di Olimpo, di vita nell’antica Grecia. Dunque, devo parlare di cultura greca e di arte greca. Per me è il massimo, finalmente posso tenere una lezione di storia dell’arte durante l’ora di Italiano.

Poiché tutto il contenuto dei poemi è visualizzabile, lavoriamo con le slide, coi cartelloni, con le immagini.

Ops. Ma qui son tutti nudi?? Come la risolvo? Cosa faccio, interpreto il ruolo di Daniele da Volterra e metto i Braghettoni a Nettuno, ad Apollo, a Zeus??

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La migliore soluzione è dire apertamente che l’arte classica tende particolarmente a raffigurare uomini e donne nude. Talvolta, lo scultore vuole mostrare la sue abilità in campo anatomico: vuole esaltare il corpo, la muscolatura dell’eroe o del divino. Alcuni non l’avevano ancora notato, sfogliando il libro di arte esclamano, senza troppo imbarazzo, vero prof, qui son tutti nudi. Son spudorati! Il Discobolo di Mirone, la Venere di Botticelli e quella di Tiziano, il David di Michelangelo.

Con molta calma, do loro le spiegazioni più sincere, quelle utili a spegnere l’imbarazzo: in fondo, sotto i vestiti siamo tutti nudi. Ho suggerito di sfogliare il libro di arte con i propri parenti, per provare a capire quanto sia bello il corpo maschile e femminile, così puro nella plastica antica e nella pittura moderna. Se lo sguardo è puro quanto l’intenzione dell’artista che li ha resi eterni, la malizia svanisce e possiamo crescere maturi e liberi da condizionamenti.

 

 

Haters “di classe”

Ho 44 anni e “frequento” le scuole medie.

 

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Vi “bazzico” non solo in senso figurato: entro ed esco quotidianamente dalle aule abitate da preadolescenti e adolescenti del nuovo millennio.

Credo proprio di conoscerti caro ragazzino, cara ragazzina!

Giorno dopo giorno, momento dopo momento, situazione dopo situazione, lezione dopo lezione fisso i loro nomi e cognomi e imparo a memoria i loro profili. Osservo i loro visi, le loro movenze, ascolto le loro voci e memorizzo anche quelle. C’è chi studia e chi fatica a memorizzare semplici regole grammaticali; chi urla e chi bisbiglia. C’è pure chi non apre mai bocca! C’è chi scrive, chi non legge, chi conosce fin troppo bene la cronologia del Medio Evo. C’è chi sta fermo sulla sedia, schiena dritta, e chi non riesce a stare mai fermo. C’è chi ti chiede di andare in bagno cento volte al giorno. C’è chi ti ascolta, chi ti fa domande e chi disegna cuoricini sul proprio diario. C’è anche chi il proprio diario lo distrugge letteralmente (ndr. Distruggi questo diario di K. Smith, ed. Corraini). ”Prof, glielo giuro, sto ascoltando! ha appena detto bla, bla e bla!”

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Non posso proprio affermare che questi undicenni, dodicenni, tredicenni non siano buoni. Li guardo, li osservo: no, non sono teppisti, non sono maleducati (almeno con me non sono mai stati scortesi!), non sono dei fannulloni e non sono nemmeno distratti. Sì, cioè, mi stanno ascoltando, ascoltano ciò che dico. Ognuno a modo suo mi dà retta. Oggi grammatica: tà, quaderno sul banco. Posso venire alla lavagna?

Ai miei tempi non era così: ma chi ci voleva andare alla lavagna? Solo i quattrocchi secchioni!

Li osservo ancora, dalla cattedra, e me li immagino cresciuti. Quale sarà il loro futuro? In sostanza sono, in nuce, ciò che saranno da adulti. Qualcuno farà carriera, qualcuno a malapena prenderà il diploma. Eppure tutti oggi partecipano alla vita di classe: sono presenti. Scrutano il compagno di banco, lanciano un’occhiata alla compagna dell’altra fila, si fanno un’idea di come sarà il mondo là fuori. A me sembrano forti e sani. Ci tengono a essere considerati, ascoltati, premiati. Continuo a osservarli: mi sembrano bravi ragazzi. Sono senz’altro bravi ragazzi.

Eppure, in quelle testoline si annida qualcosa che non promette nulla di buono.

Ho scoperto che in classe ci sono degli haters.

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Illustrazione di Nicoletta Ceccoli, The uninvited, Hide and Seek, Corey Helford Gallery

 

 

 

 

 

 

Questo fatto è sotteso, non si manifesta granché durante l’orario scolastico. Quando siamo in classe le ore sono dedicate alle attività didattiche: il tempo a disposizione è sempre pochissimo e c’è tanto da lavorare. Quasi mi dispiaccio di lasciar loro poco spazio per una chiacchiera tante sono le pagine di storia da spiegare, quelle di antologia da leggere; per non parlare di geografia! Due ore alla settimana sono davvero troppo poche per portarli a fare il giro del mondo.

A quanto pare l’anticamera di questa spirale “d’odio inaudito e gratuito” è la chat di classe su whatsapp: la vera echo chambers del fenomeno.

Cioè? Volete dirmi che nel pomeriggio anziché studiare i vostri figli lanciano invettive “tutto contro tutti” sulla chat di classe. Cosa scopro? La chat non è una sola ma si sono moltiplicate? Una, due, anche tre chat diverse, non voglio conoscere i nomi, per carità, canali separati cui partecipano un buon numero di questi ingenui angioletti? E tutti giù a dire “pesta e corna” di questo e quello, a demolire Tizia, a denigrare Caio. Così, per sport, pour parlè, alè alè.

Li osservo ancora, non ci credo. Proprio loro, serpe in seno. Bisogna fare qualcosa, non si può stare a guardare. Son così piccoli e già odiano con leggerezza, senza motivo. Ma chi glielo ha insegnato?

Urge una cultura della civiltà online insegnando a scuola il rispetto per il prossimo e la dignità delle persone che vivono dall’altra parte della tastiera, sia essa del’iphone o dell’ipad.

Ho già in serbo un’attività di grammatica del complimento. Impariamo a usare i pronomi e gli aggettivi. Due minuti di positività: tu sei bello, tu sei intelligente, tu sei paziente e tu sei simpatico, attraente, buono. Sei il compagno che tutti desiderano in classe, sei divertente, sei coinvolgente, sei il migliore!

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A turno gli alunni verranno invitati alla lavagna, non dovranno scrivere ma ascoltare: ascoltare le parole positive che i compagni sapranno esprimere nei loro confronti. Ognuno dovrà trovare la parola giusta, riconoscere almeno un pregio dell’altro, decantare le qualità dei coetanei, lodare un lato buono, quello nascosto, che non si vede.

E visto che come insegnante non posso agire fuori dall’aula, unico spazio in cui ho potere decisionale, da domani in classe basta insulti.

E se volete sfogarvi, distruggete pure il vostro diario! la prof è d’accordo.

 

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Pantaloni rossi

Dopo il liceo classico, ho iniziato la mia carriera lavorativa insegnando musica nella scuola materna con il metodo Kodàly. La magra consolazione, avviati gli studi alla facoltà di Lettere per compensare il fatto di non aver potuto frequentare l’Artistico (sconsigliatomi all’epoca), arrivò dallo studio dei grandi dell’Arte italiana nell’ambito della grafica moderna e contemporanea.
Questo andirivieni Facoltà-scuola-Cittadella dei Musei è proseguito per diversi anni. Nel frattempo, assunta in una scuola materna privata con il ruolo di esperta del settore artistico-musicale, proseguo gli studi per la laurea arrivata nel 2000.
Questo traguardo è stato fra i più tristi della mia vita.

Spiazzata, di fronte al baratro silenzioso, cosciente di non poter più frequentare le aule, le biblioteche e sale studio, decido di prendere la pista della Specializzazione in storia dell’arte, chiave di volta nel campo dei beni culturali. Ci vuol pazienza, perché il Ministero non bandisce alcun concorso interessante e io proseguo con l’attività di ricerca con alcune borse, vinte non so più neanche come.
In astinenza, dunque, concorro per un dottorato di ricerca in Letteratura e, vinto il posto “senza borsa di studio”, continuo a studiare e lavorare.
Tutto molto eccitante. Ma l’attività lavorativa più interessante, capitatami a tiro tra capo e collo, è stata quella nel settore di infografica di un quotidiano local-nazionale (una free press con una redazione brillante). Il lavoro tra redazione e agenzia pubblicitaria (incaricata dei servizi) è stato il più gratificante degli ultimi sedici anni: non solo ho imparato tanto ma ho fortificato il carattere nel mediare fra giornalismo e grafica.
Vorrei moltissimo tornare su questi lidi editoriali (magari con Paula Simonetti) ma, nel frattempo, mi adagio bellamente sul materasso MIUR.
Ritengo che l’attività coi ragazzi nella scuola (attualmente per me pista scivolosa perché non abilitata al ruolo) sia altrettanto gratificante. Oggi, sempre di più, nella scuola media inferiore.
Grande fatica ma si contruisce la base culturale della società.

 

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Nel frattempo, continuo a indossare pantaloni rossi.

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