A loro scholè, per noi a-scholìa

Pochi giorni fa mi è capitato sott’occhio un illuminante ennesimo articolo (in realtà un approfondimento lessicale periodico curato da autori e filosofi italiani) sulla SCUOLA.

Di cosa volete che parli o scriva o commenti una come me? L’avete già capito sono monotonamente/monotematica. Così questo pomeriggio invernale mi è venuta voglia di raccontarvi ancora qualcosa su questo interessante episodio etimologico già esaurientemente argomentato da Matteo Nucci, grande firma che (come precisa L’Espresso) spiega perché in questo tempo di workaholic l’insegnamento finisce sempre all’ultimo banco.

02C2A5B2-F41E-45B4-99E4-571B24F40F14
Questa l’immagine pubblicata sul sito dell’Espresso a corredo del pezzo etimologico di ambito scolastico.

Magari vi sono sfuggite queste righe, dunque se a nessuno dispiace vi tornerei sopra con poche-pochissime battute non tanto per parafrasare quanto per dire quanto i nostri alunni ci osservino increduli, talvolta, quando spieghiamo loro quale sia il ruolo dello studente nella società odierna. Penso di essere abbastanza titolata per inserirmi nel discorso. Lavoro a scuola a tempo DETERMINATO per osservare, studiare i fenomeni che accadono dentro le aule.

Cosa dite? Non so a voi, ma a me la parola scuola fa l’occhietto ogni santo giorno. Parliamo di scuola quotidianamente noi mamme coi figli alla primaria. Discutiamo regolarmente di scuola noi operatori impegnati. Ogni giorno. Come in battaglia, sul fronte occidentale.

Anche i miei alunni del Liceo ormai: “Prof anche oggi ci parla di scuola?

Perché, vi annoio?

”Ma no, quando mai… si figuri… a noi piace anche… cioè venirci nemmeno tanto, però…! Film sulla scuola, belli… ma anche… cioè… lasci perdere!”

Sì come a tavola. Vi sarà senz’altro capitato. I commensali, mentre mangiano, mentre divorano ravioli al sugo o cotolette impanate, non fanno altro che parlare di cibo, di ricette sfiziose, di future diete e digiuni prossimi. Ecco a scuola, mentre facciamo scuola, io parlo di scuola. Non posso farne a meno. Quindi quando ho avvistato questa breve dissertazione sul significato della parola a-noi-tanto-cara ho impostato subito un intervento nozionistico coi fiocchi fatto di dettato-lessico-comprensionedeltesto-commento-discussione. Durata due ore. Classe, Terza Liceo Artistico. 

CB763CFA-0206-4A96-93E9-C4FAE00FDA04.jpeg

In effetti li ho colti di sorpresa. Ma prof non si fa il dettato così, a bruciapelo, su due piedi, senza preavviso, non appena rientrati dalle vacanze. Scrivere così tanto sul quaderno, non so, adesso ci verrà pure dolore al polso di primo mattino.

Il dettato inizia, perciò scrivete.

figure

Scuola. Sostantivo femminile derivato dal greco (σχολή) scholè, tempo libero, tempo dedicato allo svago, all’ozio, alle occupazioni piacevoli.

All’aggettivo LIBERO è partito il brusio di chi INCREDULO comprende ma dissente, alla parola OZIO associata con il lemma del giorno parte il chiacchiericcio di chi cosasentonolemieroecchie, al termine PIACEVOLE il cicaleccio del morto che parla, il suono del batti-ciglia di un risveglio intorpidito. T-E-M-P-O L-I-B-E-R-O???

Ma cosa è uno scherzo?

Ma quando è successo?

Beh, questo era il significato della parola nei tempi antichi quando i giovani si dedicavano allo studio per amore del sapere.

Proseguiamo sotto dettatura. …da Platone ad Aristotele, i greci antichi esaltarono con costanza e fermezza la scholè. Solo nel tempo libero dalle necessità materiali, ovvero dagli impegni decisivi a procacciarsi di che vivere, è possibile occuparsi della propria anima, costruire la propria personalità, ragionare, imparare, crescere (…).

Opposto al tempo libero della scholè stava dunque il lavoro (…) L’a-scholìa era il tempo necessario a produrre, il tempo del lavoro attraverso cui ci guadagniamo il pane.

Pensate un po’, ho detto loro. La vostra, dentro queste mura, dovrebbe essere un’attività di scholé, una mattinata piacevole fatta di ascolto, ragionamento, discussione. Ore SPENSIERATE per crescere.

La mia, nello stesso spazio, è attività di a-scholìa: di fatto ogni prof è pagato per stimolare il ragionamento, avviare una discussione. Passiamo tante ore insieme, noi e voi. Il vostro è tempo libero, perché non avete incombenze, scadenze, non percepite stipendio. Il mio tempo, invece, è carico di aspettative, svolgo l’attività di animatore culturale come in un simposio, ogni giorno un matinée pieno di personaggi letterari e figure retoriche. Tutto ciò io LO DEVO FARE PER LAVORO, OVVERO IN CAMBIO DELLE ORE CHE PIACEVOLMENTE PASSIAMO INSIEME, IO VENGO RETRIBUITA e qualcuno si aspetta di vedere i risultati.

Prosegue Nucci:
In un tempo dominato dallo spirito protestante del lavoro, del denaro e della produzione a ogni costo, un tempo in cui si è addirittura drogati di lavoro (workaholic) e incapaci di vivere il tempo libero, è facile capire perché la scuola venga sempre per ultima e semmai la si consideri come un semplice momento di preparazione al lavoro.

Ecco, ho provato un brivido. Come fa un operatore A-scholitico (scusate il neologismo) a essere davvero interessante, davvero motivato e credibile, davvero pronto ad animare di fatto la scholé per un uditorio stressato, tanto è alto il carico di tensione a fronte di verifiche e  interrogazioni che si susseguono di ora in ora, di prof in prof? Dov’è finito il piacere dell’ascolto? Ovvero dove si è celato se i nostri alunni non ci ascoltano più se impostiamo il lavoro in modo frontale e passivo ma soprattutto esclusivamente valutativo?

Ma dove stanno pure tutti quei contenuti formativi concreti che tanto promettiamo negli OPEN DAY (interessantissimi per carità) quando chiamiamo come sirene ammalianti i nostri futuri utenti cui promettiamo il sogno di un LAVORO CERTO, quando la generazione dei docenti oggi è composta in buona parte da precari come me che il lavoro CERTO non ce l’hanno a 46 anni suonati?

Il segreto vero sta proprio nel raccontare e raccontarci la verità usando il nostro senso critico, qualsiasi sia il tema nucleo delle nostre discussioni fra i banchi.

703994F0-793B-417A-8246-D80BA4FF3B61.jpeg

Ecco perché spesso sono ipercritica nei confronti della realtà quotidiana vissuta nelle nostre aule. I ragazzi sono spesso vittime di un sistema che li vuole fermi e zitti. Via, compito in classe! Su, veloci, interrogazione. Ma se ci sediamo vicino a loro, in un circle time, come in un immaginario luogo dell’otium, forse la voglia di sapere può rifiorire.

Facciamo finta che ci siamo dati appuntamento qui, in quest’aula, ogni due tre giorni, INCONTRIAMOCI per parlare insieme di argomenti che sono certa non trattereste fuori dall’aula. Che so, nel parchetto qui accanto, coi vostri coetanei non parlereste mai, così, spontaneamente di poesia, che so di Dante, o di arte, per esempio di Parmigianino o dell’Umanesimo. Questo appuntamento ce lo diamo qui, in classe. Io propongo il periodo storico, o la corrente letteraria e voi dite la vostra. Perché (impegno a parte, che è sempre doveroso) se io faccio credere loro che studiare Ariosto serve per trovare un lavoro è chiaro che mi ridono in faccia. Questo lavoro non l’ho trovato nemmeno io che ho discusso tesi di dottorato sulle edizioni a stampa illustrate dell’Orlando Furioso undici anni fa!

Come in un gioco delle parti, dunque, l’adulto proporrà (come faccio spesso) uno dei suoi temi preferiti e i giovani lo discuteranno. Soprattutto, si entusiasmeranno se questo tema parla di giovani che finalmente capiranno perché vengono e devono venire a scuola. Otium, compreso.

 

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: