GentilMente

Esiste solo un modo, a parer mio, per riuscire a comunicare, per connettersi con gli altri. E visto che in queste pagine (ovvero a scuola) ci occupiamo strettamente di altri – gli studenti – nel nostro lavoro è indispensabile porsi nella modalità gentile.

Prendo in prestito le parole di Cristina Milani che nel suo ultimo saggio “La forza nascosta della gentilezza” dice: (…) l’agire gentile è paragonato a un vecchio abito dismesso, passato di moda e quindi inutile se si vuol fare bella figura (…) il termine gentilezza è entrato in una profonda crisi d’identità.

L’ashtag gentilezza, in effetti, di questi tempi non ha molti followers.

In realtà la parola latina gentilis (colui che appartiene alla gens) si riferisce al concetto di gruppo, famiglia o specie. Anche il greco non si discosta molto da questo significato (cito sempre la Milani), legando il termine al concetto di “genia” (eugéneia, letteralmente “buona nascita”, di nobile stirpe) quindi un complesso di persone delle stesse origini.

Il termine sembra quindi rimandare al concetto di convivenza sociale. Col passare del tempo l’esperienza della vita comunitaria ci ha permesso di approssimare il termine a quei comportamenti che ci fanno stare bene insieme. La chiave di tutto a scuola è proprio lo stare bene insieme.

 

Stare bene in aula, coi compagni, con gli insegnanti che devono guidare il gruppo, impartire le nozioni, spiegare le parole difficili, interagire intelligentemente e con grande coscienza per trasmettere il sapere.

La gentilezza non è buona educazione e nemmeno un insieme di buone maniere, non è banalmente “cortesia”.

Tutti voi concorderete con me se dico che la scuola è una comunità. Io credo che all’interno di questa comunità ci si debba muovere per connessioni che creino benessere: unico modo per favorire l’ascolto è ascoltare, per determinare il miglioramento di chi ci guarda è essere empatici.

Guarda un po’, quando ho parlato di questo tema ai miei alunni di prima Liceo sono stati loro a creare la mappa descritta sulla lavagna.

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Sono stati sempre loro a inizio anno, quando abbiamo stilato il nostro patto di corresponsabilità, a chiedere che i prof siano GENTILI, EMPATICI e, naturalmente, PREPARATI.

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Fermo restando che “preparati” non significa solo esperti nella materia di insegnamento, ma anche in fatto di didattica, pedagogia e psicologia.

 

Per fare della gentilezza uno stile di vita di classe, come prima cosa, è necessario riabituarsi all’empatia e ai suoi meccanismi. La scuola ci impone ritmi frenetici: c’è il programma da portare avanti! La grande scusa. La grande ansia. Le relazioni umane tra docenti e discenti diventa superficiale. In spazi troppo ristretti, le interazioni non concedono spazio all’esercizio della gentilezza.  Invece, è utile provare a capire, mettersi nei panni degli altri (è più facile se davanti a noi chi ci ascolta è ancora immaturo). Siamo noi adulti, gli insegnanti, che dobbiamo cercare e creare la relazione giusta affinché il nostro uditorio ci apprezzi e ci ascolti davvero come nella famosa Warm Cognition.

Forse non tutti sanno che esistono i “neuroni specchio”, che si attivano per “imitazione”. Ed ecco sanati i conflitti a scuola.

Da poco ho sentito dire (e spero si sia trattato di una battuta) che i prof sono i NEMICI per antonomasia degli studenti. Non può esistere un alunno che apprezzi o si interessi a ciò che dice un insegnante. Non esiste se gli insegnanti continuano a comportarsi come dei tiranni talvolta aggressivi e intolleranti nei confronti degli alunni.

Eh, ma i ragazzi sono impazienti, maleducati, svogliati.

Certo talvolta mancano loro le istruzioni per stare bene in società. Quindi bisogna rinunciare alla possibilità che possano migliorare? La gentilezza (dice sempre la Milani) è come il software di un computer: se installato correttamente interagisce anche con gli altri programmi presenti sul pc. Io ritengo che una volta insegnato loro (con l’esempio) come vanno fatte le cose, come ci si comporta, il loro comportamento migliorerà e loro stessi ne trarranno grande beneficio fisico e mentale.

Infine, la gentilezza senza pazienza non si rivela. Gli insegnanti non devono mai perdere la CALMA. A volte i comportamenti sgarbati son dettati dalla fretta: in assenza del tempo necessario per conoscere davvero i nostri studenti e le loro argomentazioni ci spazientiamo. Quindi prestiamo più attenzione, più orecchio e scegliamo il sorriso che non è mai segnale di debolezza ma, anzi, di grande forza.

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