Coraggio

Ci vuole coraggio per svolgere il mestiere di educatori oggi. Essere educatori, insegnanti, oggi, costa tanto. Tanta fatica.

Oggi. Una parola così attuale e così sfuggente. Oggi é adesso e domani non é più oggi, pur essendo presente prossimo.

Mi spiace dirlo, ma oggi sono arrabbiata. Non vorrei mai adirarmi pubblicamente. Eppure va così. Do pure, a malincuore, la zappa sui piedi alla categoria che attualmente rappresento temporaneamente. Lo faccio senza ritenermi esente da rimproveri.

Sono arrabbiata perché gli alunni che io riterrei validi, per voi validi non sono. Gli stessi ragazzi che io reputerei malleabili, per voi sono statici o, persino, immobili, incerti e gravemente irrecuperabili.

Le loro lacune incolmabili. I loro comportamenti inenarrabili.

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Sia chiaro. Non sono arrabbiata con nessuno in particolare (soprattutto non lo sono con gli alunni). Mai arrabbiarsi con gli alunni, sebbene non siano dei santi! È giusto esser severi, dire loro ciò che si pensa, soprattutto se qualcuno prende una pista sbagliata: quando ci si adira in classe, deve essere molto chiaro, si recita una parte. Fa parte del ruolo, del gioco delle parti. La parte di chi deve, necessariamente, riportare l’ordine, la disciplina, indicare la retta via e suggerire una giusta alternativa con piglio deciso e fermo. Ma mai prendersela sul serio. Chi si infuria, va in bestia, si esaspera in classe non otterrà mai risultati sperati. L’esasperazione non piace tanto ai ragazzi. Perché i giovani sono sensibili. Credo non piaccia a nessuno essere catalogati come i peggiori sulla piazza!

Infatti non ce l’ho coi piccoli, i medio, i medio-grandi. Ce l’ho con gli adulti. Ai piccoli, a mio avviso, è consentito sbagliare. Sbagliare è lecito, soprattutto quando le regole non sono chiare, le raccomandazioni sono troppe per cui si fa fatica a selezionare le più importanti, le essenziali. Se stai crescendo l’errare humanum est deve essere una priorità: sta a noi adulti trovare le soluzioni. Non vedo  perché mai svolgere questa delicata professione altrimenti. Chi non tollera gli errori deve cambiare lavoro. Perché questo non é il mestiere della gomma da cancellare, il mestiere della scolorina, ma il mestiere del Problem solving. Non é l’attività di chi “arrangiati”, di chi “non sai fare nulla” io non posso farci niente. Anziché focalizzare la nostra attenzione sulla condizione altrui, interroghiamoci sulla nostra soglia di tolleranza. Quante volte i docenti si interrogano sui propri fallimenti, analizzano le loro prestazioni, si domandano “Dove ho sbagliato?”.

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Sembra stia rigirando la frittata? È proprio così. La devo girare perché sul fronte é già stracotta. Bisogna avere il coraggio di dire a voce alta che anche noi adulti, preposti al ruolo di “direttori d’orchestra”, siamo capaci di stecche colossali.

La stecca è una nota stonata a scena aperta, una sbavatura, una macchia sul vestito di scena. La discordanza é evidentissima, eppure non la scorgiamo. A noi insegnanti pare di esser tanto “giusti”, tanto “perfetti”, tanto “coerenti” con le richieste ministeriali, tanto allineati coi propositi della morale scolastica. Sappiamo distinguere il bene dal male. Eppure, qualcosa non torna.  Qualcosa si annida fra i tasti neri e bianchi. I nostri alunni continuano a non comprendere, a non rispondere ai nostri input, a disattendere le nostre aspettative. Possibile che il problema sia insito negli studenti, tutto appannaggio del corpo studentesco?

 

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Come mai?

Non sarà forse che rispondiamo allo stereotipo di censore senza scrupoli, all’icona del castigamatti tout court, allo spauracchio senza cuore? Questononsidice, questononsifa? Ma poi, di fatto, le soluzioni non arrivano? Non é che forse forse diamo più importanza alla forma che alla sostanza, che uno shatush verde sia più significativo di un cervello sopraffino?

Sará, forse, che vogliamo scrivano-bene ma non gli abbiamo mai detto esattamente come si fa, o che parlino bene una lingua straniera senza mai aver dimostrato che colloquiare con un abitante di Timbuktu può essere persino esilarante?

E se per un giorno o due, ripensassimo alla nostra posizione di chihailcoltellodallapartedelmanico, di chi (giusto nelle aule scolastiche) ha il potere di fare il buonoecattivotempo, di quanti la cattedra è una barricata e ogni lezione si sta in trincea, e valorizzassimo le risorse umane disponibili? Non é che, forse, non siamo capaci di gestire queste potentissime risorse e contiamo sull’autonomia altrui, senza considerare che (forse) questi giovani ancora non sono affatto indipendenti? Certo per realizzare questo progetto ci vuole tanta pazienza. Gli ansiosi non dovrebbero scegliere questo mestiere. Non dovrebbero prendersi cura di piccoli uomini e donne in formazione.

Per ottenere i risultati sperati ci vogliono ci vuole tanto incoraggiamento. Perché nessuno é perfetto (chi sta in cattedra, in primis).

Non sempre siamo consapevoli della grazia poetica che ispira la formazione di certe parole, anche comuni. Il verbo insegnare è un esempio bellissimo di tale grazia.

Sappiamo che cosa significa: spiegare qualcosa, fornendo informazioni (come quando mi insegni un alfabeto) o mostrando con l’esempio (come quando mi insegni ad attaccare un bottone), al fine di fare apprendere una conoscenza o una capacità. Il respiro di quest’azione è molto vasto, spazia dalle nozioni più puntuali alle più generali condotte di vita, abbraccia l’esistenza umana dalla culla alla bara (umana e non solo), ma il suo cuore è invariabile – ed è questo cuore che l’etimo ci dipinge.

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Caro alunno il tuo compito é apprendere e il mio insegnare, ma soprattuto convincerti, comunicandoti che leggere e scrivere non solo é divertente ma, soprattutto, edificante e utile. Adeguato alla tua età, vantaggioso per il tuo futuro, favorevole per i tuoi prossimi rapporti interpersonali. Se io prima non comunico in modo efficace con te come posso insegnarti a leggere e scrivere a più livelli?

Se tu comprendi il mio messaggio, se tu capisci le mie raccomandazioni non solo andremo d’accordo ma tu, per primo, sarai in accordo con il mondo.

Lascio a voi proposte e propositi per migliorarci. Perché non può essere tutta una questione di valutazioni sul registro.

 

 

 

 

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