Esigiamo maggiore contatto tra cattedra e banchi

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Una volta mi sono divertita a scrivere di un “accessorio” piuttosto ingombrante nella vita scolastica: la cattedra. In ogni classe mi risulta ve ne sia una a partire dalla scuola dell’infanzia. Nei tre anni di materna le maestre tendono a non sostare in maniera esclusiva su quella postazione. Se nella vita avete avuto il privilegio di accompagnare vostro/a figlio/a di soli tre anni alla scuola dell’infanzia avrete sentito una stretta al cuore lasciando i vostri eredi per la prima volta in quell’aula: una stanza colorata, tanti piccoli banchi, tanti giochi sparsi per terra. I vostri piccini entrano in società, in contatto con  le prime vere difficoltà relazionali sia coi coetanei sia con gli adulti preposti alla loro educazione sensoriale, motoria, psicomotoria e musicale.

Il legame è necessariamente forte, la relazione coi nuovi amici e con le maestre ha bisogno di contatti continui. In questo contesto il grande tavolo (verde o rosso) è piuttosto un piano d’appoggio per scartoffie varie, elaborati appena avviati, materiali di cancelleria. I piccini hanno bisogno di un contatto stretto con le insegnanti, di una coccola, di un aiuto, di un gesto di incoraggiamento, un buffetto, un bacino, un abbraccio. Di solito le insegnanti vagano libere per l’aula, girovagano fra i mini banchi, sorvegliando i pargoletti, trasmettendo messaggi orali, rassettando qui e là come Biancaneve nella casa dei sette nani. Riserverei alla scuola dell’infanzia (salvo quei casi di cronaca tremendamente assurdi di maltrattamenti in quell’ambito su cui stendiamo un velo pietoso) il momento dell’accoglienza nel variopinto universo riservato agli apprendimenti di base. Alla materna l’abbraccio è un gesto che fa sentire protetti, confortati e capiti. Un gesto che significa “Sono qui per te! Vicino a te. Se hai bisogno sono qui!” Noi mamme desideriamo fortemente che i bimbi siano accuditi in questo modo, un po’ come se fossero in famiglia, ecco.

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Persino in questa delicatissima fase il solo con-tatto corporeo non è sufficiente. Serve accortezza, delicatezza nell’agire, capacità di comportarsi con discrezione e gentilezza. Lavorare coi piccoli è una vera grande responsabilità. Io per prima ho fatto esperienza in quest’ambito quando per mantenermi agli studi  negli anni universitari ho insegnato musica, attività psicomotorie e ludico creative nella scuola dell’infanzia. Stare coi piccoli è una faticosissima danza, un tira e molla continuo. Ogni piccolo gesto nella quotidianità risolve o stravolge. Ogni filo teso crea una rete di sguardi e sinapsi, ogni piccolo nodo è soluzione ai problemi, unione fra le parti, intreccio di sentimenti, feeling emotivo, girotondo variopinto: tutti giù per terra con le mani unite. Prima tristi, poi felici, insieme.

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Insomma, i cinque sensi sono importantissimi tra le mura scolastiche. Ci vuole tatto per istruire, orecchio per ascoltare, voce per trasmettere e consolare, fiuto per i talenti e tanto gusto nella scelta dei contenuti educativi.

Chiaramente tutto questo impegno, tutto questo tatto, tutto questo contatto (purtroppo) tende a svanire man mano che si cresce e dalla materna si passa prima alle elementari e poi alla scuola media inferiore e superiore. Le distanze tra banchi e cattedra si allargano, le posizioni ferme iniziano a dividere, arrivano i fraintendimenti. L’anaffettismo prende il sopravvento e i rappresentanti dell’istituzione scolastica, sovente, da amici diventano nemici.

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Alla primaria le maestre continuano ad avere un certo peso affettivo. Cinque anni insieme, quando tutto va bene, sono tanti. La docente conosce i suoi alunni come se fossero i suoi figli, talvolta anche meglio delle famiglie di origine, contribuendo alla socializzazione e concretamente alla prima alfabetizzazione culturale. Quando sono molto motivati i maestri delle elementari educano con tenerezza tenendo per mano i bambini passo dopo passo. Il tuo, caro insegnante, é un compito delicatissimo perché non devi occuparti solo della sicurezza di ogni bimbo, ma anche della sua crescita intellettuale, alimentare la curiosità di ognuno, valorizzare le peculiarità del singolo in modo che l’autostima cresca. Quando i maestri sono equi, gentili, preparati i cinque anni volano. E adesso che si fa???

Il passaggio dalla materna alla primaria, talvolta, è un vero trauma. Ma il peggio deve ancora venire e arriva proprio quando il salto é carpiato verso la secondaria di primo grado.

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“Gli insegnanti non ci capiscono!”

Dove é finito il tatto? Almeno il contatto sonoro e visivo potevate lasciarcelo. I docenti si moltiplicano e ognuno ha il suo piglio. Chi “profsonstrega!”, chi “tunonsaichisonoio”, chi “ionocelafaccio”, chi “quandoarrivalapensione”, chi “bastaaaa!”.

Da una parte i ragazzini vivono una sorta di schizofrenia. Dare del “lei” a chi fino a ieri ti accoglieva con un abbraccio é piuttosto faticoso; dall’altra si tende a demolire il passato più prossimo perché ora basta, é ora di crescere, di prendersi i propri impegni, di rendersi davvero autonomi, di mettersi sul fatto compiuto, di “capirecosasignifichidavverostudiare”! Così, talvolta, chi siede rigorosamente in cattedra con o senza predella, chiede il rispetto con tutte le sue forze, quasi la corrispondenza fra questa parola e la sua messa in opera fosse ormai impossibile, quando non é scontato o spontaneo il rispetto viene preteso a suon di note, urla e minacce. L’autoritá é subito ristabilita ma il contatto é bello che svanito. La scuola perde tutto il suo appeal insieme agli indispensabili contenuti.

La persona segna il destino della materia e non viceversa.

Se ritenete che questo sia il mestiere giusto per voi, imparate prima la calma e la gentilezza, trasmettetela ai vostri alunni, sopra, sotto o a fianco della cattedra con molta sensibilità e tatto.

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