Senza dialogo la classe non può essere un laboratorio d’ascolto

Vestire l’abito austero e autorevole della prof consente all’altra me stessa (spirito creativo) di avere un punto di osservazione del mondo decisamente privilegiato. Rispetto a chi sta relegato fuori dalla quotidianità scolastica ritengo (checchè se ne dica) di avere i miei benefici: continuo a studiare, ad approfondire, a “fare ricerca”, a documentarmi, a raccogliere informazioni, a catalogare, a notare e annotare le differenze, a immaginare soluzioni raccogliendo esperienze irripetibili. Come dice Keri Smith, quando varco la soglia dell’aula assumo quotidianamente “pillole stimolatrici di esperienza casuali”. In barba ai più, ritengo che chi riveste il ruolo di docente non abbia affatto chiuso il cerchio della sua formazione. Ovvero chi sa, sa! e per chi sa, insegnare è una passeggiata!

Mi metto lì, davanti al mio pubblico, e recito la parte. Tanto ho studiato!

Entro in aula, chiedo il silenzio, “che ottengo senza resistenze”; chiedo l’attenzione, che “ottengo sempre senza alcuna resistenza”; procedo spedita sfogliando le pagine del manuale o dell’antologia e, sempre “senza alcuna resistenza” interrogo e metto un voto.

NO! Non funziona così! Questa è fantascienza, ve lo assicuro.

Tu che non sei mai più entrato in aula, non hai idea di cosa ci si debba inventare per ottenere il silenzio, avere i primi risultati positivi ma soprattutto conquistare la fiducia degli studenti.

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Bene o male, tutti hanno avuto o continuano ad avere legami con la scuola. La maggior parte degli adulti, però, non ha più avuto accesso agli ambienti di studio condivisi come le aule degli istituti. Si tratta per la gran massa di  rapporti “a distanza”: il ricordo ovattato della voce dei maestri, le risate tra compagni, il profumo dei quaderni, le note, i voti, le verifiche. Tutti siamo stati, nostro malgrado, volenti o nolenti, presenti! Se nel frattempo da studenti siamo diventati genitori, siamo di nuovo lì, davanti a quel cancello, a piangere il distacco dai figli, sin dal primo giorno della materna. L’aula, lasciatemelo dire, è un finestra sul mondo. Per chi rimane fuori è un luogo inaccessibile. Per me, che sono l’incaricata, significa entrare in contatto con menti fresche, che io chiamo spugne assorbenti e vi giuro che, se accetti la missione, può essere davvero divertente e interessante ma anche molto molto faticoso se ti aspetti di trovare un uditorio allineato, scolarizzato.

Chi sta fuori dalle aule da molto molto tempo, o segue a distanza (se genitore), inizia a non capire più cosa stia succedendo realmente ai nuovi cervelli della società odierna, quindi giudica “la scuola” senza sapere.

“Ma dove andremo a finire?! Questi giovani d’oggi, non sanno più esprimersi, sono indisciplinati, ascoltano musica inascoltabile! Son dei buoni a nulla!”

Ma se consideriamo la materia umana come entità viva (quale è), l’unico modo per comunicare con essa è instaurare un dialogo personale. Parlargli.

 

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Se poteste guardare anche voi cosa succede dentro le aule, che so, dal buco della serratura, potreste studiare e cercare di comprendere come me, da vicino, le nuove generazioni. Questo non è solo un grande privilegio ma anche un grande laboratorio di osservazione. Ogni giorno mappo le persone, studiando la posizione di certuni in relazione agli altri e a me stessa, registro esperienze con la curiosità per il dettaglio, l’osservazione attenta del singolo soggetto e dell’insieme come unità.

La classe è una fonte inesauribile di contenuti umani, un vero piccolo mondo di soluzioni alternative all’ascolto. Ingegneria della distrazione. Il banco (o il sotto banco) è una vera fucina creativa. Se come me foste insegnanti avreste il privilegio di scorgere poco sotto il tavolo tante manine che impastano senza sosta panetti di gomma pane (spesso suddivisi in tanti piccoli pezzi, uno per ogni vicino di banco) o di slime (accuratamente confezionati la sera prima al posto dello svolgimento degli esercizi di grammatica). L’astuccio è il fulcro di tutto. Dal suo interno vien fuori ogni ben di Dio. Se non contiene pezzettini di carta, ottenuti con minuscole fustellatrici, è senz’altro stracarico di striscioline ottenute dallo strappo di copertine di quaderni o diari, distrutti in pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico. Non è chiaro se la distruzione avvenga in segno di protesta per i troppi compiti o perchè ogni giorno che passa vada estirpato per convenzione: anche oggi è andata! I più creativi, riescono a trasformare l’intero diario in origami. Nelle loro bocche c’è di tutto: ormai non si masticano più chewing-gum, ma interi tappi di penne, cannucce residue, o interi serbatoi di inchiostro Biro, scoppiati non si sa come e perché. Ne scoppia almeno uno alla settimana. MISTERI! Le forbici diventano lame affilate con cui affettare ai minimi termini la gomma: i pezzetti potrebbero essere velocissime pallottole in caso di sparatoria con catapulte realizzate lì per lì.

“Posso andare in bagno?”

Proibire tutto questo lavorìo, questa produzione del banco-creativo, non funziona. Bisogna canalizzare queste energie, escogitare un modo per avere la loro attenzione senza perdere mai la pazienza, senza proibire ma, soprattutto, mantenendo la calma. Alla scuola Media è utilissimo, quando l’attenzione scema, dedicare qualche minuto a tematiche care ai ragazzi: parlare di cinema, manga o anime è tempo recuperato quando devi introdurre i regni romano-barbarici. Ogni volta che dedichiamo cinque minuti del nostro preziosissimo tempo per dire quale genere di musica ci piaccia, recuperiamo spazio di ascolto. Se stiamo per fare l’analisi grammaticale di un testo, basta discutere di argomenti cari ai giovani, utilizzando parte delle nostre ore curriculari per capire come il disagio incida sulle loro scelte. Se io ascolto TRAP, loro ascoltano più volentieri i Queen, De Andrè, Dante Alighieri, Ariosto, Beatles, Mozart. È uno scambio.

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Chiaramente per riuscire nel progetto di risoluzione dei problemi contingenti di attenzione, bisogna guardare le cose da tante angolazioni differenti. Allontanare la noia della quotidianità, trasformare gli errori in  valori. Cambiare la routine. Per fare ciò io di solito indosso “i magici occhialini della percezione potenziata”, per notare quei dettagli della vita quotidiana mai visti prima e rielaborarli cercando di percorrere strade nuove. Garantisco che chiamando in aiuto l’immaginazione si possono ottenere validissimi risultati. Oltre il nozionismo e le conoscenze rinchiuse nelle materie di studio c’è la possibilità di lavorare sul campo come un esploratore. Quindi mi documento, mi aggiorno, studio.

In questo momento storico, sono prof e mamma di una bimba che frequenta la primaria. Mai avrei pensato di potermi interessare di psicologia, di strategie didattiche quando mi sono iscritta alla facoltà di Lettere,  da cui sono uscita con una laurea nel giugno di quasi vent’anni fa senza avere idea di cosa significasse trasmettere i saperi.

Vi giuro che questo è il mestiere più difficile del mondo! Veni, vidi, vicit!

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