L’ultimo della classe

Oggi ho portato a scuola L’ultimo della classe albo del 2008. Il ritratto toccante del bimbo solo e arrabbiato con il mondo, uscito dalla penna di Alfredo Stoppa e delineato, in grande stile, dalla matita dell’amica Pia Valentinis, mi ha permesso di aggiungere un tassello al discorso su Scuola ieri, scuola oggi (evoluzione o involuzione) avviato diversi giorni fa con gli alunni della mia nuova classe prima.

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I miei piccoli studenti non sono affatto consapevoli di attraversare un sentiero a me molto caro. Non sono consci del fatto che con me saranno costretti a rielaborare alcune loro precedenti esperienze dirette, pilotati secondo il chiaro disegno di una perfida regista. Io ho un progetto molto definito e loro mi aiutano a esaudire uno dei miei 101 desideri: esplorare l’immaginario della vita fra i banchi, trasporre con le parole l’esperienza dei bambini all’interno dell’istituzione scolastica oggi, con uno sguardo al passato prossimo e remoto. Dirigo e loro recitano inconsapevolmente una parte. Rivedono loro stessi e si raccontano. Io dal podio e loro sul banchetto muovo i fili e loro rispondono che è una bellezza. Interpretazioni riuscitissime!

Spontaneamente, giuro, raccontano episodi e aneddoti della loro precedente esperienza scolastica con un occhio disincantato e contemporaneamente si aprono, acquistano fiducia nell’insegnante e iniziano a rasserenarsi. La mia è solo una strategia per cambiare la loro percezione di un contesto che tendenzialmente viene detestato. Non dicono apertamente ODIO LA SCUOLA, ma se imparano ad amare le attività che si svolgono dentro queste quattro mura, proseguiranno il loro percorso con maggiore entusiasmo e (forse) ameranno anche lo studio. Questo il mio vero unico obiettivo: portarli naturalmente alla curiosità verso le cose del mondo, perché questo in fondo è lo scopo dell’insegnante. La molla che fa scattare la passione per la conoscenza non può nascere spontaneamente, va stimolata. In tutti i modi.

Prima di leggere questo volume, come di consueto in prima, ho anzitutto estratto dalla borsa un film, I 400 colpi di Truffaut. Nel corso della proiezione l’immedesimazione è quasi scontata: Antoine Doinel suscita nei giovanissimi un misto di curiosità (ma prof Antoine fuma?), pietà (Prof, la mamma non è mai gentile con lui…), specularità (Prof, questo è successo pure a me… forse anche io sono un po’ Antoine Doinel) e disagio (In carcere, prof ma è terribile!).

Scrive un’alunna:

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Così quando il ragazzo corre, corre, corre, scappa e incontra il mare con lo sguardo anche i piccoli spettatori si sentono finalmente liberi, pur non comprendendo un finale sorprendente che non risolve, anzi, apre nuovi scenari anticipando un sequel.

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Quando oggi ho letto loro L’ultimo della classe, il nuovo protagonista letterario ha richiamato nelle loro menti il problematico Doinel. Antoine non conosce i videogiochi, perché è di un’epoca a loro troppo distante. Il videogioco è un pericoloso rifugio per il nostro ragazzo così come per loro. Vive le medesime esperienze: genitori assenti, emarginazione, incomprensioni, selettività nei rapporti coi pari, desiderio di fuga.

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Ho chiesto, dunque, se qualcuno si fosse mai sentito o abbia mai pensato di essere l’ultimo della classe o avesse sentito parlare di ultimi in classe. Roba assurda che fa pensare a una gara automobilistica.

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Qualcuno mi ha detto di sì. Che fino alla quarta elementare si sentiva l’ultimo, non era bravo e poi lo è diventato, grazie a delle esperte esterne alla scuola che l’hanno aiutato a ritrovare la fiducia in sè stesso: in quinta, finalmente, non era più ultimo.

E ora come va?

Benissimo prof!

Un compagno replica: Mai sottovalutarsi!

Son saltate fuori storie stranissime, di insegnanti severissimi. Ci può stare, la severità (io direi meglio l’autorevolezza), aiuta a organizzare il disordine.

Ma quando ho sentito una bambina dire che una delle regole della sua precedente esperienza scolastica è stata “QUI NON SI RIDE NE’ SI SORRIDE” mi è venuto un groppo in gola.

Sapete cosa vi dico, qui si ride. Si ride “con”, mai “di”. E si sorride. Perché per diventare primi bisogna essere allegri, sereni. Mai sciocchi nè ottusi. Si ride per ridere, per essere seri però.

Grazie prof.

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