Fidati di me

Quando lavori nella scuola media inferiore, se ti viene affidata una classe prima, devi essere pronto a grandi sorprese, a fatti imprevedibili. Ogni volta è la prima volta. Accogliere un nuovo gruppo di studenti, abbracciarli con lo sguardo al tuo ingresso in aula significa aprire un nuovo capitolo della tua carriera, breve o lunga che sia. Di fronte a te tanti volti sconosciuti, occhi spalancati, sguardi attoniti. Quaderni intonsi, mani incerte. La prima volta che li vedi sono un’entità unica, un blocco compatto senza personalità. Non conosci i loro nomi, non sai cosa frulli nella loro testolina.

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“Buongiorno, benvenuti!”

In classe si sente aria di novità. Per i ragazzini si tratta di un’atmosfera strana, un misto di entusiasmo e speranza imbevuta di paura, ansia di non essere capaci, di essere fraintesi. I bambini sanno benissimo come funziona la scuola. Respirano l’ambiente scolastico da almeno cinque anni, se non da otto visto che ormai tutti frequentano la scuola materna. Tutti, grosso modo, sono scolarizzati, definizione per me sgradevole se al suo interno si cela lo stereotipo del bambino “ammaestrato”, “pronto al passaggio”, “ligio al dovere”, “ordinato”, “attento”, “controllato”, “zitto e fermo!”. Caratteristiche che piacciono tanto ai prof, modalità comportamentali che i prof prediligono. Chi non vorrebbe lavorare con un gruppo di alunni perfetti, muti, immobili, con uno zainetto bello pieno di contenuti da cui ripartire: lessico appropriato, certezze, competenze e conoscenze. Ciak si gira, si riparte da zero, uno zero che non può essere assoluto!

Le certezze del passato per i bambini svaniscono con il grembiule, che non c’è più, le sicurezze si volatilizzano con la maestra, che non c’è più. Da ora in poi si gioca meno. Forse da ora in poi si fa sul serio. Un’estate è troppo breve per dimenticare di essere stati fanciulli. In fondo troppo breve per credere di non esserlo più.

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Quando insegni alle scuole medie, e ti viene affidata una classe prima, senti spesso negli anditi un (r)umore di disapprovazione. Questo gruppo non è scolarizzato, che diamine avranno fatto gli insegnanti del primo ciclo? Avranno visto soltanto cartoni e film? Avranno fatto lavorare soltanto in gruppi? O fatto elaborare cartelloni? O allestire recite? Giornalini di istituto? Giochi di ruolo? O altre attività più o meno ludiche?

Io penso proprio il contrario. Penso che abbiano disegnato poco, usato poco le forbici, strappato poco la carta, che abbiano sfogliato pochi libri illustrati, visto pochi film, che abbiamo svolto poche attività di gruppo. Di sicuro non hanno assemblato un giornalino d’Istituto e nemmeno girato un cortometraggio su temi ambientali. Io credo che questi bambini, così “poco scolarizzati” siano stati piuttosto fermi sul banco, chini sul quaderno a scrivere scrivere scrivere, contare contare, niente gioco, solo regole su regole da rispettare magari con qualche subdola minaccia. Migliaia di compiti a casa. Insomma, in certi casi, anzichè amarla la scuola avranno iniziato a odiarla.

In prima media si ricomincia. Bisogna dirlo, la paura di sbagliare assale tutti, noi e loro. Perché se sei un insegnante che svolge molto seriamente la propria missione, il primo pensiero è: “Riuscirò a trasmettere la voglia di fare? Sarò in grado di supportarli per un anno intero senza traumi? Posso davvero accompagnarli in questa delicata fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza? Si fideranno di me?”.

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Non appena entri in classe si aspettano risultati, traguardi, voti. Basterà una forte iniezione di stimoli culturali? Di fronte a uno studente dal carattere esuberante, quello che i colleghi chiamano spesso “alunno non scolarizzato”, come comportarsi?

Lo studente deve inserirsi proficuamente nelle dinamiche della scuola e aderire alle sue finalità, collaborando attivamente per il loro raggiungimento. Ciò non è sempre scontato. Io ho potuto appurare che certi non sanno seguire una linea curva con le forbici: “Prof non ci riesco”. Fanno fatica a delineare sul foglio una sfera su cui tracciare meridiani e paralleli. “Sì, dai che ci riesci!”

Sia chiaro, le regole sono importanti anche per me.

La prima regola è “mai dire non ci riesco!” E chiaramente io son lì per incoraggiare.

Per questo i primi giorni ci mettiamo d’accordo ovvero stiliamo un patto che mi permetta di verificare e aggiornare quotidianamente il grado di impegno profuso, quantomeno nell’intenzione di migliorare il proprio temperamento o la propria concentrazione. Ognuno, nel suo percorso di crescita apprende fuori e dentro la scuola per diventare un individuo completo in grado di pensare ed agire.

Per questo, faccio quotidianamente la mia parte.

 

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