Crescere, che fatica

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Ogni giorno, dalla cattedra, scruto i loro sguardi. A settembre “quei bambini” sembravano smarriti e incerti ma anche pronti, concentrati, controllati, quasi a disagio, seppure pieni di buoni propositi, di fronte a tutte le novità della scuola media inferiore. A fine maggio gli stessi occhi sono per certi aspetti più sicuri, sempre luminosi, svegli: occhi di ragazzini a proprio agio, in un contesto ormai diventato familiare, ma anche disillusi, stanchi e pronti per le meritate vacanze. Diversi hanno capito che stanno per lasciare l’infanzia: molti l’hanno pure scritto nel tema di fine anno.

Ma quando arriva il 10 giugno?

Nel frattempo si sono fatti le ossa, hanno capito fino a che punto possono “spingersi”, talvolta esagerano coi loro comportamenti. Sondano. Testano la tua pazienza. Possiamo affermare che non si tratti più di BRAVI BAMBINI? Beh, se li chiami ancora bambini si offendono. I miei giovani alunni stanno entrando, di fatto, nella prima adolescenza e si sentono ormai autorizzati (con un coraggio che a settembre era impensabile) a contestare anche la scuola, le sue modalità, le sue richieste ora, per loro, pretese. Quella scuola che prima era tutto un “MAESTRA, MAESTRA!” (baci e abbracci compresi) diventa, improvvisamente, con tutti i suoi componenti, antagonista. Luogo della noia. Gli studenti iniziano ad avere “in odio” quelle 5 (QUANDO NON SONO 7) ore di lezione. E con esse tutto il loro contenuto: banchi, storia, algebra, pareti dell’aula, prof di questo, prof di quell’altro, verifiche scritte, verifiche orali. Basta, che noia, che barba.

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Poiché, dice Vittorino Andreoli , nel gruppo di pari età tutti stanno vivendo lo stesso momento, quello della metamorfosi, TU, adulto preposto all’educazione emotiva e culturale dei giovani ti ritrovi (ogni anno allo stesso punto dell’anno) a dover “domare” una ventina di piccoli Gregor Samsa che si svegliano una mattina e si accorgono di avere il corpo di uno scarafaggio. Ora hanno le zampette e le antennine e (se sei quella specie cucaracha) pure le ali e non sanno più che cosa fare. Molti si sono dimostrati da subito alunni modello: educati, pazienti, gentili, diligenti. E continuano così, non si annoiano mai. Sembrano già maturi. Altri, giorno dopo giorno, adagiandosi sulle loro debolezze, hanno tirato fuori i lati più spinosi del loro carattere. Sono pronti a mostrarti originalissimi tratti della loro personalità, in sfida con la tua pazienza. Anche tu sei diventato parte di quella realtà. Tu sei parte di questo quotidiano mondo difficilissimo, in cui bisogna imparare a convivere. Piccoli coi piccoli, piccoli coi grandi. Ognuno ha il suo punto di vista diverso e tutti vogliono esprimerlo.

Ma tu sei lì. Solo per loro. Tu sei l’adulto. Sei già stato adolescente. Ma non lo sei più. Sei la loro guida e devi trasmettere loro un’importantissima capacità sociale: l’empatia, imprescindibile base per la convivenza.

Sarebbe bello, dunque, insegnare loro a LITIGARE BENE, a gestire le proprie emozioni. Avere alunni sempre felici è impossibile. Questo è un dato di fatto e noi insegnanti dobbiamo farcene una ragione. Dobbiamo, quindi, riuscire a trovare un metodo perché si immedesimino, trovando nel cinema e nella letteratura modelli in cui possano rispecchiarsi e confrontarsi.

Ecco perché a fine anno posso dire con gran soddisfazione che questi alunni, così difficili, così impegnativi coi loro gran bisogni di attenzione, ascoltano le parole se queste derivano dalla lettura. Trovano l’affetto, interesse, ciò che a loro piace. Perchè l’adolescente ha un enorme paura di rimanere da solo, di sentire il vuoto del silenzio. Prof, all’ultima ora, leggiamo un libro?

 

Certo! E il vuoto svanisce.

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