Insegnare è curare

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Talvolta riesco a prender una pausa dalla faticosa routine quotidiana, inspiro-espiro-respiro. Poche volte in questi lunghi mesi abbandono il contatto con l’aula (presenza lunga, infinita quanto infinitinovemesisettembre-giugnotuttocompreso) ma quando riesco a staccare lo sguardo dal singolo alunno, a spegnere il tasto “amministratore” di un gruppo classe, penso e ripenso a loro, i miei studenti. Poi dimentico, perché son studenti a tempo determinato. Quando sono in pausa da lavoro metto a fuoco i loro problemi, ragiono su certi loro difetti, sui loro pregi, focalizzo le loro insofferenze, rifletto sui loro “prof-prof ci sono anche io, non mi vede?”, penso al mutismo selettivo di alcuni, alle affinità elettive di altri, ai loro rifiuti, ai loro continui capricci. Sono come un “chiodo fisso”! Penso alle soluzioni da adottare, alle strategie più idonee, a nuove idee per dare loro il meglio in questo momento storico culturale così complicato. In un contesto in cui le famiglie son sempre meno preparate sotto il profilo genitoriale; dove la maggior parte dei giovani “coi figli prima esperienza” affrontano il duro mestiere educativo privi di strumenti dispensativi, diciamolo a voce alta, gli insegnanti sono l’unico dispositivo compensativo.

A scuola, ve lo assicuro, esiste solo la modalità CURARE ON.

Ci troviamo subito catapultati nell’ambito medico ma soprattutto in quello degli affetti e della memoria.

C’è il cuore dentro, c’è lo stimolo, c’è l’osservazione.

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Dobbiamo curare tutto, problem solving alla mano. Ma esiste un prontuario? Una soluzione per ogni malattia, per ogni questione? Educare, istruire, preparare, supportare, correggere, incoraggiare, prevenire, salvare: agli operatori della scuola è richiesto oggi di fronteggiare moltissime sfide, di una complessità sempre più crescente. Si deve agire su molteplici fronti e senza mai perdere di vista la delicatezza dei referenti primari, cioè i bambini, i pre-adolescenti, gli adolescenti. Uomini di domani.

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Detto così è bellissimo e sembra anche un mestiere facilissimo.

Nelle cronache recenti così come nelle rappresentazioni giornalistiche e televisive più diffuse e influenti, i docenti sono raffigurati in modo irrealistico e stereotipato. Il mestiere dell’insegnante è una condizione complicata e complessa, esposta ai rischi dell’insuccesso, attraversata da molteplici e non facili contraddizioni e dilemmi, una professione con molti chiaroscuri. Nel passato più recente il maestro somigliava più a un persecutore che non a un medico: educava percuotendo i discenti, come possiamo osservare in queste illustrazioni di primo e fine Ottocento.

 

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Acquaforte di Bartolomeo Pinelli, Il castigo dei fanciulli, 1810

 

Più che curare provocava ferite, non solo corporali ma anche psicologiche.

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Oggi, sempre di più, si deve trasformare in taumaturgo: perchè i miracoli esistono, in alcune scuole di periferia, per esempio.

Ciò che appare più evidente è la non univocità di questa professione. Qualsiasi sia il contesto socio-culturale in cui si opera, si ha a che fare con un gruppo di persone, giovani esseri umani. Creare un ambiente di lavoro positivo e stimolante per gli alunni è un elemento fondamentale della gestione della classe, ed è indispensabile tanto alla didattica quanto all’apprendimento. Se gli allievi sono attivamente coinvolti nella lezione, diminuiscono le probabilità che s’impegnino in comportamenti con essa incompatibili, come parlare fra loro, muoversi o disturbare l’attività.

Per questo un docente non può essere un mero distributore di contenuti seduto in cattedra: non può più sperare di avere un pubblico di ascoltatori sempre attento, frontalmente disposto per cinque o anche sette ore (quando c’è il tempo prolungato), né può pretendere il silenzio o l’attenzione con la minacce di punizioni (anche se quelle corporali oggi, va detto, non esistono più se non in casi di forti squilibri nella personalità dell’insegnante!).

Nel passaggio dalle elementari alle medie per i bambini tutto si complica.

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Molti ragazzini sono nostalgici, tornerebbero indietro nel tempo.

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Certi son contenti di lasciare l’infanzia alle spalle, sicuri di essere pronti per nuove avventure.

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Altri sono davvero soddisfatti di questo nuovo percorso, stimolati da fratelli o sorelle più grandi che hanno avuto esperienze scolastiche positive.

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A volte, portare una ventata di freschezza in classe significa non annoiare. Curare tutti gli aspetti del quotidiano. Sorridere, far sorridere, variare, recitare un copione sempre diverso, sorprendere anche se è difficile riuscirci sempre.

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Quindi, scusate e lo dico a voce alta, poiché mi prendo cura costantemente e con molto impegno dei vostri figli e tanti colleghi come me lo fanno, credo che sia indispensabile una bella pausa per rigenerarsi e, ricominciare ogni anno carichi di motivazione. Insegnare è curare, farsi carico delle problematiche altrui. Il sovraccarico di queste “INFORMAZIONI” così variegate implicano nel docente un dispendio di energie enorme. Molto più imponente di quanti possano solo provare a supporre. Per questo abbiamo bisogno di pause lunghe nel corso dell’anno scolastico e anche nel periodo estivo. Per scaricare gli accumuli di input pericolosi per il nostro stato di salute mentale.

Perché curare è un mestiere bellissimo ma anche chi cura ha bisogno di rigenerarsi per operare al meglio.

Ci rivediamo in classe il 2 maggio.

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