Dalla memoria vegetale a quella digitale

 

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TIINNNNN.

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Come un campanellino i nostri ricordi ri-suonano nella mente. Basta un profumo, un suono, un’assonanza visiva, una vecchia foto e certi episodi, certe esperienze, certe sensazioni riaffiorano provocando in noi il cosiddetto tuffo al cuore. Altre volte, se il cuore in passato ci è stato spezzato, preferiamo dimenticare. Non a caso la sede della memoria nell’antichità classica risiedeva in quest’organo vitale. Par coeur in francese e by heart in inglese traducono il nostro “imparare a memoria”. Una pratica, quest’ultima, molto in voga nella scuola italiana sin dai primi anni della materna.

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Quando non si tratta di memoria autobiografica, la facoltà di ricordare – imprescindibile quando si parla di istruzione – va allenata, stimolata, incoraggiata con affetto. La conoscenza deve passare attraverso gli occhi o le orecchie, percorrere i vasi sanguigni, quelli blu e quelli rossi, e raggiungere il cuore. Va allenata, con amore per l’apprendimento e passione per la cultura. Se il docente non è appassionato, non ama la storia, l’arte, la letteratura il discente fatica a prendere il ritmo giusto, a ingranare. I contenuti, siano di indirizzo umanistico o scientifico, una regola matematica o grammaticale, un testo poetico, vanno memorizzati, certamente ma come? E le nozioni devono essere assorbite, assunte quasi per osmosi. Devono diventare tutt’uno con noi stessi. Perché quando porto l’automobile non penso se devo usare il pedale dentro o sinistro per frenare: il cervello mette in campo le sue risorse perché io possa persino cantare mentre guido. Ma la scuola sa come procedere? Questa domanda me la pongo ogni volta che entro in classe. Perché, in fondo, per i miei alunni io rappresento LA SCUOLA e non posso presentarmi impreparata. Soprattutto incompetente circa i metodi da adottare in ogni circostanza della vita scolastica.

Una quotidiana lotta contro il tempo, perché le cose da imparare sono tante e il tempo non basta mai. E i ragazzi sempre più spesso NON STUDIANO! Ovvero non si applicano, passano poco tempo davanti ai libri. I miei alunni (ho chiesto espressamente) dedicano ai compiti circa un’ora e un quarto.

Ma alle scuole medie le materie sono tante, come fanno a rinforzare, a consolidare, a esercitarsi per benino? Le nozioni, i contenuti, vanno immagazzinati. Che non basti la tradizionale spiegazione, quella lezione frontale chiusi dentro l’aula (di questo mi sono già occupata quando ho parlato delle sempre più necessarie uscite a teatro, al museo, persino una passeggiata in città, verso il centro storico, vale più di qualsiasi perfetta esposizione) per me è assodato. Poi deve ancora venire qualcuno che mi convinca che i compiti a casa, tanti tanti esercizi, siano davvero necessari. Ma un’oretta di impegno mi sembra davvero poco.

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I contenuti, quelli che le famiglie e la società ci chiedono, dove si trovano? Un tempo, venivano trasmessi oralmente e, Gutenberg lo volle, ormai sono stampati sui libri. La famosa Memoria vegetale di cui parla Umberto Eco, oggi, in gran parte è stata pure riversata su supporti digitali, la cui memoria è estensibile giga-su-giga. Quindi basta sfogliare un libro, consultare internet per sfamare il desiderio di conoscenza.

Perché dobbiamo studiare prof?? su Wikipedia c’è tutto!!

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Certo, sarebbe meraviglioso poter avere il piglio geniale dell’Incredibile bambino mangialibri di Oliver Jeffers. Enrico, un bambino che ama mangiare i libri! Un vero talento: il bimbo dopo aver assaggiato una sola parola, tanto per provare, decide di gustare un’intera frase e poi l’intera pagina. Un personaggio capace di ingoiare un libro intero tutto d’un colpo! Enrico più mangia i libri e più è saccente fino all’indigestione che lo riporta fra i comuni consumatori di insalata.

Qualcuno di voi ha il potere di fare questo? Presentatemelo!

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Il sogno di ogni prof seguire decine di alunni superdotati che, senza alcun problema di concentrazione o comprensione, digeriscono tutto ciò che viene discusso o presentato in classe. Per quanto mi riguarda concluso il primo quadrimestre, dopo l’allenamento intensivo a “pane e cineforum”, è giunto il momento di provare ad allenarci con la memorizzazione di testi poetici. Vediamo come se la cavano con la memoria episodica. Ma prima indago.

Ragazzi, non ci credo, tutti voi conoscete a memoria un testo, una filastrocca, una conta, uno scioglilingua.

Piano piano, prendono coraggio. Prima uno, poi l’altra tirano fuori il generoso repertorio. Tutti poi dicono, ah sì quella la conosco anche io e so pure questa trecentotre trentini entrarono a Trento tutti e trentatrè trotterellando.

Lo scopo è chiaro: non appena avremo imparato tutti i testi della sezione POESIA della nostra antologia, andremo in giro per le classi a portare la nostra lezione di letteratura. Come gli uomini-libro di Fahrenheit anche noi abbiamo tanti interpreti, una Chiara Carminati, un Mario Lodi, il classico Gianni Rodari, il nonsense Toti Scialoja, Emily Dickinson e Rainer Maria Rilke, Umberto Saba, Giovanni Pascoli, Franco Fortini and so on.

Oh, hanno studiato. Tutti. Nessuno escluso. Tutti reciteranno. E io pure ho imparato tanto, come dice Bruno Tognolini, perché possiamo camminare insieme verso lo stesso obiettivo: imparare a essere poeti per un giorno.

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
“Col tempo, ti insegnerò tutto!”.
Insegnami fino al profondo dei mari
“Ti insegno fin dove tu impari!”.
Insegnami il cielo, più su che si può
“Ti insegno fin dove io so!”.
E dove non sai?
“Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, dall’albero al seme.
Insegno e imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te!”.

 

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3 risposte a "Dalla memoria vegetale a quella digitale"

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  1. Buonasera professoressa, ho letto con interesse il suo articolo, ha risvegliato molti ricordi, soprattutto una sensazione familiare. Come se mi fossi trovata ad aver vissuto anche io, non tanto la sua specifica lezione di poesia, ma l’atmosfera, il contesto, quel saper condurre dei professori vocazionali che fa venire voglia di tener traccia di un’esperienza didattica o di partecipare a una lezione, per esempio, imparando una poesia a memoria. La vocazione sarebbe l’unica competenza da valutare in un professore. Per me la scuola, soprattutto elementare e media è stata un luogo in cui stavo bene e molto lo devo a insegnanti che sapevano condurre a sé il nostro sentire e farne uno, pur con metodi, impostazioni e comportamenti differenti. Io credo che stia qui la forza, ieri come oggi, di un’esperienza didattica che vale. Mi resta una perplessità sul tema esercizi: che male c’e a sfruttare le menti giovani e fresche per assimilare? Sono tanti i compiti? Bene: non può essere anche questa una sfida del crescere? Se l’obiettivo didattico è ambizioso, non può essere perché un professore ha visto nei giovani a lui affidati la possibilità di riuscire nella sfida, di farcela? Capiterà anche da adulti di dover farsi carico di molto. Non rischiamo di insegnargli così ad avere paura della fatica? Chissà che qualche carattere non sia poi grato di una formazione resiliente anche in questo senso? Io ricordo che il carico delle medie della mia esperienza di studentessa era superiore a quello delle elementari in cui avevo compiti da finire per casa, ripassare quanto già letto o detto a scuola. Ale elemtari confesso, ho molto colorato, costruito, esperito. Una meravigliosa esperienza. Ma anche dopo, i molti compiti delle medie, non li ho vissuti come un handicap, anzi, lo sforzo gradatamente impostato di anno in anno aumentava e ha prodotto un allenamento al metodo di studio, all’organizzazione e anche a gestire i grossi carichi di lavoro, poi molto utile alle superiori ed ancora oggi, in ambito lavorativo. È stato utile anche cadere a volte e non riuscire del tutto. Vero, qualche volta facevo compiti tutta la domenica. Altrettanto vero che ero molto desiderosa di avere buoni voti. Era il mio carattere. È una mia sensazione oppure i ragazzi di oggi sono spesso considerati già deboli ai blocchi di partenza nelle sfide scolastiche? Come se dovessimo tenerli al riparo dalla stanchezza. Riferendomi a compiti ed esercizi coerenti con il programma pur sapendo che non è facile assegnarli viste le personalità e capacità spesso composite delle classi di oggi, se quello che noi consideriamo troppo fosse un togliere loro un momento di confronto con il reale, con la fatica del vivere? Grazie per la sua riflessione e per l’ascolto che potrà dare alla mia, parziale ed emotiva. Cordialmente.

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    1. Buongiorno Chiara, la ringrazio per la sua lunga riflessione e l’intervento scritto. In effetti, io ho ragionato a voce alta sulla realtà degli undici-tredicenni oggi, nella realtà scolastica in cui opero. I miei alunni, come tanti alle medie, rientrano a casa dopo aver pranzato a scuola. Anche nell’ultima ora, prima di rientrare a casa, si tiene una regolare lezione frontale. Durante la giornata, lunga sette ore, gli alunni sono impegnati costantemente e hanno pochissime pause. La ricreazione, che dura dieci minuti, tra le dieci e mezzo e le undici, e una pausa postprandiale di venti minuti. Quando rientrano a casa, glielo assicuro, sono davvero stanchi. Lo sono pure io, tantissimo, per altro. Sfido chiunque a riprendere lo studio immediatamente dopo l’uscita dalle aule. I ragazzini si trattengono coi genitori nella piazzetta adiacente la scuola e, spesso poi, svolgono una attività sportiva. Forse alle sette di sera possono avere uno spazio per riattivare la concentrazione. Si potrebbe credere che questi alunni non siano preparati, perché non hanno granché tempo per ripassare, consolidare. E invece sono forti! Preparati e pure aggiornati sulle nuove tecnologie, che io utilizzo come supporto sostitutivo alla lezione frontale, soprattutto nelle ore di geografia. Poiché anche io ho famiglia, e una figlia, so bene cosa significhi lavorare e non avere mai tempo per stare coi propri i bambini. Non mi sento di caricare di compiti supplementari soprattutto per il fine settimana. Ci sono, poi, già i miei colleghi a farlo. Le famiglie possono stare insieme solo nei giorni feriali e mi sembra giusto che i momenti liberi si possano trascorrere insieme. Naturalmente ciò non significa che non si debba studiare o svolgere esercizi di grammatica o leggere. Non si tratta di “togliere” ai ragazzi il senso della fatica o assecondare la loro VOGLIA DI FAR NULLA. Non ho detto che non si debba lavorare a casa. Assegno sempre una lettura, di quelle libere, scelte da loro, perché leggere non sia mai un compito ma un piacere. Molte relazioni scritte: per sondare sul piacere che trovano nelle attività svolte in classe. I testi vengono poi riversati nel nostro giornale scolastico: calata nel concreto anche la scrittura non è più un’attività noiosa ma finalizzata alla pubblicazione. Esercizi di grammatica, una pagina più che sufficiente. Perché la nostra memoria non è estensibile e non si può immagazzinare più di quello che il nostro cervello, se sappiamo come funziona, può trattenere. Le assicuro che i voti sono molto buoni! Perché c’é un vero entusiasmo: questa modalità accentua il piacere di venire e vivere a scuola!

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