Sta ‘nfronte a meeeee

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Pochi giorni fa, credo di non essere l’unica ad averlo fatto, ho letto un articolo dal titolo: “Chi rallenta davvero la scuola? La lezione frontale, non gli alunni fragili”,  nel quale il presidente di INDIRE (l’Istituto Nazionale documentazione Innovazione e ricerca educativa), Giovanni Biondi, afferma di sognare una scuola senza aule e senza classi.

In fondo, dice, se l’insegnante parla, l’alunno studia sul libro e poi l’insegnante interroga, va da sé che chi per qualsiasi motivo non si adatta a questo modello, resta indietro. […] Se facciamo invece un modello laboratoriale, in cui diciamo che i ragazzi non vengono a scuola per sentire la lezione – quella la leggono a casa – ma per fare attività, se lavorano a gruppi in modo collaborativo, allora cambia tutto, anche il ruolo dell’insegnante di sostegno, anche l’atteggiamento verso chi ha qualche difficoltà. 

Naturalmente, davanti a queste affermazioni riemergono i sostenitori della scuola all’antica, quella con il grembiule anche alle scuole medie, dove “allora sì, si imparava il latino, prima di andare al ginnasio“. Lavagna in ardesia, silenzio assoluto, registro cartaceo, studio mnemonico. L’insegnante impugnava la bacchetta, impartiva la lezione seduto in cattedra, di fronte a un gruppo di alunni silenziosi (pena la “defenestrazione” di qualsiasi gaglioffo troppo fuori schema) e tutti attenti. Nessuno si muova! Parla il maestro.

Non mancavano le punizioni, psicologiche o corporali.

Nessuno della famiglia avrebbe mai osato contestare alcun docente; di fronte a un rimprovero, a casa – ma stiamo scherzando? – si rincarava la dose. I nostri genitori, sì, hanno studiato per davvero, conoscono le poesie a memoria, la calligrafia, mai un errore di ortografia, che non erano tollerati. Quaderni ordinatissimi, perfetti. Mai una sbavatura. E oggi, ebbene sì, son persone “per bene”!

Ah, la frontalità! La severità. Quanto ci manca, altro che scuola senza aule, fra un po’ non ci saranno più nemmeno gli alunni, dove andremo a finire…

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Ci sta, la nostalgia ci sta. Si rimpiange il modello all’antica, perché è l’unico rimasto impresso nel nostro immaginario visto che poi a scuola, dopo la maturità, molti di noi non hanno più messo piede in un’aula scolastica.

Beati loro, direbbe qualche mio collega!

In fondo, questa della cosiddetta “frontalità” è la scuola che abbiamo frequentato un po’ tutti e, diciamocelo, non è andata poi così tanto male. Siamo venuti su bene. Ma, visto che ho solo 44 anni, i miei ricordi non possono entrare in competizione con quelli dei miei genitori. Quando la scuola era davvero un’istituzione con le palle quadre: si andava a scuola a piedi, anche se essa era molto distante da casa, perché i genitori non avevano la possibilità di accompagnare i figli con l’automobile. Ogni mattina le insegnanti facevano l’ispezione per verificare il grado di pulizia degli alunni: controllavano le unghie, le orecchie e il collo e, se questi erano sporchi, venivano picchiati. Diciamolo, oggi sarebbe inaccettabile (e per fortuna!)

Quanto ai tempi più recenti, non posso parlare tanto delle mie elementari, giacchè ho cambiato scuola tre volte, tra pubbliche e private, ma alle Medie io ho avuto insegnanti assurdi. Il prof di Lettere era un vero interprete della scuola frontalizzata. Entrava in aula cantando o fischiettando, fumando beatamente la sua bella sigarettina. Quotidiano sotto braccio, lo apriva con piglio deciso, TAAAC, poggiava i piedi sulla cattedra e, via, sostava sul trono leggendo con nonchalance fatti di cronaca o i necrologi. Poi, ogni tanto, si accorgeva di noi, lanciava un urlo tremendo e tutti tremavano. Ho sentito spesso la sua voce grave, ma credo di non avere mai sentito questo insegnante parlare di letteratura o epica. Cantava canzoni melodiche. Fiorin Fiorello, l’amore è bello vicino a te… Poi spariva per ore. Ci lasciava soli. E la frontalità, veniva meno. La presenza/assenza, come un silenzio/assenso, ci lasciava basiti. Poi il cliché si ripeteva all’infinito e in prima media io non ho mai assistito a una lezione di grammatica. E comunque me lo ricordo perfettamente. Non vi dico il nome, ma degli altri insegnanti quasi non ricordo il nome o il viso.

 

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Sembra uno scherzo e invece è la verità. Oggi questo comportamento sarebbe inaccettabile.

Oggi non solo, non si può entrare in aula facendo finta di niente, sperando che gli alunni non si accorgano se ci sei o meno, tanto è lo stesso. Quando mai leggere un quotidiano, se non a loro a voce alta, quando mai fumare una sigarettina, quando mai uscire dall’aula, manco per fare la pipì. Oggi gli alunni son lì, con te, dentro un’aula, svegli più che mai, vispi come non mai, pronti a tutto. Ad ascoltare, a non ascoltare; a seguire, a non seguire. A chiacchierare, a stare zitti. Son lì, davanti a te, o a fianco, a criticarti se non gli vai a genio, ad adorarti se fai bene il tuo mestiere, ovvero se sai intrattenerli. Se sai farli ridere, ma se sei anche molto severo, perché di questo hanno bisogno. Tu hai solo un compito, non dare adito alla noia. Che loro, la noia, la detestano. Ti seguono se gli dai attenzioni, ti scrutano, ti giudicano, ti ignorano se non sai nulla di social network. Se gli spieghi la differenza fra un .odt o un .doc, tra una .jpg o un .ppt, per loro sei un drago tecnologico. UN VERO MITO, più mitologico di Achille o Ulisse. Se leggi loro cinque libri illustrati, uno di seguito all’altro nella giornata della continuità, L’OPEN DAY,  con le elementari, quelli delle elementari diranno “POSSIAMO RESTARE QUI?”, loro diranno, no, questa è la nostra prof.

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La frontalità fisica non esclude la libertà mentale nella gestione del gruppo. Talvolta, per altro, l’aula è organizzata in maniera creativa ma l’insegnante (“frontalizzato” nel pensiero) non sa gestire il gruppo classe. Io ritengo che le modalità descritte, scuola senza aule, siano opportune se l’insegnante è aperto. Io l’anno scorso ho fatto lezione frontale per una settimana in gita a Barcellona con i ragazzi. Ovvero, nel modo di relazionarmi ero frontale ma negli atteggiamenti “scuola senza zaino!”

 

Proprio io che non lasciavo mai il mio Invicta.

 

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