Vogliamo un mondo fullcolor

Il Cineforum, vi garantisco e credo non sia una novità per nessuno, è una delle attività più gradite nella scuola media inferiore. Tendo a non abusare del mezzo tecnologico disponibile in classe (tutte le aule hanno PC e LIM), per concentrare le forze sulla più tradizionale letto-scrittura, visto che la tecnologia ormai tende a condensare le intere energie dei nostri giovani. Detto ciò, per me è fondamentale inserire nella programmazione una lista di film da guardare insieme agli allievi. Non si tratta solo di un “premio”, di una piacevole “variante”, di un “momento di relax” dopo una settimana di prove collegiali o verifiche orali di fine quadrimestre. I ragazzini hanno proprio bisogno di confrontarsi con alcune tematiche importanti attraverso los ojos.

Apprendiamo attraverso l’organo della vista, combinato con il sonoro. Poi c’è il movimento, la sensazione di vivere realisticamente le vicende narrate con tutto il corpo, con tutta l’anima.

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Si tratta di un’attività davvero formativa, un vero momento di riflessione, un nuovo (s)punto di partenza, oltre che di piacevole condivisione dei miei gusti in fatto di cinema.

In prima, di solito, affronto il tema “Scuola, ieri e oggi!” servendomi di alcune pellicole che hanno fatto la storia del cinema come “I 400 colpi” di Francois Truffaut: Antoine Doinel, del resto, è uno dei miei personaggi preferiti della cinematografia francese, anzi uno dei miei prediletti in assoluto.

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Nella short list compaiono anche i più recenti “Essere e avere” di Nicolas Philibert, “Les choristes. I ragazzi del coro” di Christophe Barratier, “Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” di Laurent Tirard, “Moonrise Kingdom. Una fuga d’amore” di Wes Anderson, tutti di argomento molto prossimo alle problematiche preadolescenziali. (A questi titoli si aggiunge, se i ragazzini sono sufficientemente maturi, altrimenti rimando alla classe seconda, l’immancabile “Attimo fuggente”). La visione è sempre preceduta da una breve sinossi, con brevissima presentazione del regista, e a essa segue sempre una discussione corale molto sentita; infine, chiedo una relazione scritta per riflettere più profondamente sulla tematica annunciata all’inizio di questo post: i ragazzi, le regole, la scuola, la famiglia, gli amici. Tematiche presenti nelle nostre antologie più aggiornate. Perché l’epica, certo, piace moltissimo, ma mai quanto i racconti di noi stessi nei panni di altri sul grande schermo.

 

Oggi mi soffermo non tanto sull’efficacia contenutistica di questi capolavori e la derivante potenza dell’immedesimazione, quanto sulla percezione e indice di gradimento fra gli studenti della pellicola nella sua essenza e forma. In particolare, visto che l’esperimento su Doinel è freschissimo, vi confermo una particolare avversione, una specie di allergia, che i ragazzini sviluppano nei riguardi del cinema in bianco e nero.

Come prof.? Un film in bianco e nerooooo?? noooo, dai in bianco e nero noooooooo.

Sicuramente esisteranno svariati studi scientifici su questa idiosincrasia. Vi prego, segnalatemi l’intera bibliografia in merito perché ho bisogno di capire meglio.

Cioè il film è bellissimo, mi confermate che Doinel vi somiglia moltissimo, così vivace e nel contempo sfortunato a casa e a scuola, incompreso dalla madre, così contemporaneo nel suo desiderio di svincolarsi dalle regole. Così spregiudicato ai vostri occhi: “Fuma le sigaretteeeee?”.

Eppure il film non vi convince, non vi è piaciuto del tutto tutto, perché non ci sono i colooooriiii?

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I ragazzi nati del secolo XXI, è chiaro, poco sanno degli esordi del cinema, dei dagherrotipi, delle prime fotografie e relative macchine. Nulla sanno dei nostri ricordi così sbiaditi, fermati su pellicole prive di pigmento. Meno ancora sono informati su cosa sia stata tradizione libraria precedente l’era digitale, tutta la letteratura stampata col solo inchiostro nero su carta bianca, tutta la storia del libro antico tirata coi torchi dei nostri antenati rinascimentali. Proseguita, senza sosta, in B/N fino all’arrivo degli inchiostri litografici.

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In fondo l’uomo ha sempre vissuto il mondo a colori, ma ha letto in bianco e nero, così come ha guardato le figure in chiaro scuro sulle pagine. La storia, in fondo, è in bianco e nero, se escludiamo le testimonianze pittoriche.

Niente, non sanno niente di televisori che proiettano solo programmi in bianco e nero, perché la tecnologia a colori in Italia arriva solo nel 1977, quando avevo solo 4 anni.

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Prof., ma io una volta ho visto un film che era un po’ in bianco e nero, però poi la seconda parte era a colori, ma la parte in bianco e nero non si capiva bene, il nero era troppo scuro e mi metteva tristezza.

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Insomma, il colore dà loro allegria e per questo rinnegano la storia, per loro triste, lontana anni luce. Con l’era digitale coasì esageratamente colorata, iperstimolante, iperbrillante, il semplice libro non stimola più granché, perchè non lo conoscono, non ne possiedono, non lo tengono più fra le mani, non lo sfogliano. Ecco perché, sempre di più, insistere: dobbiamo lavorare con la carta, le matite, le penne, i libri stampati o inventati. Guardare i film in bianco e nero, studiare le forme anatomiche della classicità, osservare i dipinti e la loro patina, leggere a voce alta.

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