Anaffettismo scolastico, ovvero del distacco infinito fra cattedra e banchi.

Prima di provare a parlare di sorrisi a scuola ho bisogno di aprire una breve parentesi.

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Ho avuto il piacere di prestare servizio in tutte le classi di tutti gli ordini scolastici. Mi sento di affrontare con cognizione, sebbene ci sia sempre da ripensare alle proprie tappe formative e ai propri errori, il discorso dei rapporti insegnanti/alunni nel passaggio dalla materna alle elementari, alle medie, finanche all’Università.

Com’è possibile? Tutti gli ordini e gradi?

Sì. Ho già detto qui, grosso modo, quale sia stato il mio CV e studiorum nonché il mio trascorso professionale. A inizio carriera (quando ho intrapreso gli studi alla Facoltà di Lettere Moderne di Cagliari ed ero una giovanissima senza arte né parte) ho avuto una lunga esperienza di insegnamento nella scuola materna. Prima in quella pubblica, con un progetto musicale condotto da esperto esterno, e poi in quella privata, con un “contratto a tempo indeterminato” da assistente factotum (principalmente educazione musicale e artistica) delle maestre titolari della cattedra.

In fondo, io non avevo nessun titolo specifico per svolgere le mansioni attribuitemi, semplicemente avevo delle competenze musicali certificate (la Licenza di teoria e Solfeggio, con cui un tempo si poteva insegnare musica alle scuole medie) e una buona volontà di ferro utile per lavorare nel contesto scolastico con scioltezza.

L’abilità alle elementari l’ho maturata a più riprese. Sia frequentando le aule come esperto esterno, grafico-illustratore (ho condotto laboratori di illustrazione e fumetto nonché di animazione alla lettura in diverse scuole della provincia di Cagliari, Oristano e Sassari), sia con un contratto a tempo determinato in una privata dove, nuovamente, ho speso quel titolo musicale che oggi non ha alcun valore ma non è stato preferenziale rispetto alla già pregressa esperienza coi bambini. In fondo sono sempre stata piuttosto capace nella gestione di gruppi di ragazzi riuniti in coro, vista la decennale esperienza corale da soprano. Mi hanno affidato tutte le classi della scuola con cui ho messo in piedi spettacoli musicali natalizi e di fine anno. Contemporaneamente, ho svolto attività laboratoriale alle Scuole medie inferiori e superiori.

Infine, coinvolta dalla docente di Storia del Disegno, dell’Incisione e della Grafica Moderna e Contemporanea, Maria Grazia Scano Naitza (cui devo molto della mia preparazione nell’ambito storico artistico, dalla laurea al titolo di Dottore di ricerca) ho iniziato anche un percorso di tutor universitario, fino a quello di Cultore della materia (interrotto circa tre anni fa, quando è partito il tempo pieno nella Scuola Media inferiore e Superiore) che mi ha permesso di esaminare numerosi studenti in Storia dell’Arte Moderna, Arte in Sardegna e Disegno, Incisione e Grafica.

Oggi, è vero, trascorro più tempo tra gli adolescenti ma è probabile che domani sia di nuovo fra i maturandi, o magari di nuovo fra gli universitari.

Non dico nulla di nuovo: ci sono insegnanti per i piccolissimi (al nido, pure lì ho lavorato, dimenticavo!), per i piccolini, per i piccoli, per i medi, per i grandi e per i grandissimi. Io ho lavorato con tutti e ho avuto colleghi avvezzi a tutti gli ordini e grado, ognuno con il suo stile, con il suo piglio. Preparati, meno preparati, con esperienza, senza esperienza. Simpatici, antipatici, cordiali, gentili, scorbutici, urlatori e geni delle strategie pedagogiche. E ho pure avuto alunni, bravi, meno bravi, simpatici, meno simpatici, chiassosi, silenziosi, capaci, disabili e chi ne ha più ne metta. Il mondo è così, vario e interessante.

Ogni anno dei miei ultimi 25 anni c’è stato un incontro facile, uno scontro, un successo, un insuccesso. Promozioni e bocciature per tutti, da una parte e dall’altra. Chi alla cattedra, chi sui banchi. Me compresa: in tanti anni batoste, figuracce da sotterrarsi ma anche grandi soddisfazioni.

Perché man mano che si passa da un ordine scolastico al successivo il distacco fra i banchi e la cattedra è sempre più ampio?

Alla materna, praticamente la cattedra non esiste fisicamente. Appare, solidamente piazzata, comodamente adagiata vicino alla lavagna nelle aule delle elementari e non scompare più fino alle quelle universitarie.

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Tutto direttamente proporzionale: dalle carezze del nido e i baci e abbracci della materna (le maestre ci tengono sempre tanto a questi semplici gesti di accoglienza, nonostante i Rino virus passino con scioltezza di bimbo in bimbo anche attraverso questo veicolo) e l’uso del “TU” delle elementari al distacco formale del LEI, già alle medie dove l’untouchable PROF sosta in cattedra e incute timore solo con lo sguardo, che deve essere necessariamente torvo e serio.

E già, proprio così. La materna MAESTRA ancora oggi, talvolta, senza laurea (spesso urlatrice, semi diplomata in lirica, a cui vogliamo sempre tanto bene!) viene superata da una schiera di laureati che necessitano del LEI.

I baci e abbracci delle materna sono ormai scomparsi, vige il distacco. Per carità, con quello che si sente nelle cronache contemporanee, è sempre meglio mantenere il proprio ruolo, tenere le distanze fisiche dai ragazzi.

Resterebbe solo il sorriso. Dov’è finito il sorriso.

Non parlo di grasse risate, di scioccherie (gli adolescenti sono campioni di scioccherie, talvolta!), di battute per RIDERERIDERE, NO!.

Parlo proprio di momenti di seri sorrisi confortanti, rasserenanti, fortificanti.

Per incantare e convincere.

Le neuroscienze avvertono: se l’insegnante è felice gli alunni imparano meglio.

Perché “mentre imparo sento un’emozione, di gioia o di angoscia, che mi resta impressa. Se la memoria mi riporta l’emozione negativa, si crea un cortocircuito disfunzionale”.

Chi mi conosce anche superficialmente sa che è molto difficile che io non sorrida, anche quando non sono serena.

In classe, sorrido spesso, molto. Cerco di dare serenità agli alunni. Non è facile però ottenere risultati sempre confortanti. Molti alunni non hanno mai avuto un insegnante sorridente. Sono spiazzati, pensano sia uno scherzo. E per questo vogliono scherzare, pensano si possa, finalmente, giocare.

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Fatico molto, ma non voglio rinunciare a questo piccolo grande dettaglio.

 

 

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