Vietato dire: “non ci riesco” ovvero breve storia del “brutto” a scuola

Sempre più spesso mi capita di ribadirlo:

”In questa classe è proibito dire NON SONO CAPACE, NON CI RIESCO”

Sì, è VIETATO.

Nel passaggio dalle elementari alle medie è “un classico”, è sintomatico, lapalissiano. I giovani alunni fanno fatica a esporsi, a esprimersi, soprattutto i primi giorni dell’anno scolastico. Soprattutto se la classe è nuova, composta da coetanei sconosciuti: maledetti mostri che non aspettano altro che tu dica una cavolata o faccia un errore per far partire le pernacchie, le risatine, canzonarti a più non posso nell’immediato e anche dopo. Magari tutto l’anno.

E poi ci sono i professori. I prof mi fanno paura! Sono così seri, così “datemi del LEI”, così “non sono la maestra!” Così “ZITTO o ti scrivo una nota”.

L’ansia da prestazione sale, non appena un insegnante chiede di leggere a voce alta il testo appena scritto in classe o composto a casa, scatta il diniego. Il NO. Non se ne parla proprio! Sudori freddi. Sudori caldi. Morte cerebrale. Mutismo selettivo.

Non parliamo dei disegni. Io non so disegnare. NO, disegnare no. Non so prendere una matita in mano, figuriamoci disegnare quello che mi sta chiedendo.

Eppure fino all’altro giorno, il quaderno era pieno di bellissime illustrazioni in fondo ai testi scritti. La maestra ci chiede sempre di fare un disegno dopo l’attività di scrittura. Dopo il dettato o i pensierini.

Perché interrompere questa bellissima tradizione? Per me ormai è la regola, mentre assegno dei normalissimi esercizi di grammatica spinta, mentre ci esercitiamo a trovare la differenza fra iato e dittongo, a memorizzare la distinzione fra accenti gravi e acuti, a posizionare le parole in ordine alfabetico (per alcuni molto semplice, per altri complicatissimo nonostante i 5 anni di elementari), propongo anche delle speciali alternative, spesso tratte dall’utilissimo volume di Antonio Ferrara e Filippo Mittino, intitolato: “Se saprei scrivere bene”, che consiglio vivamente a tutte le insegnanti di scuola media inferiore.

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L’esercizio “Scintilla tra due poli” (Cane/armadio, binomio fantastico tratto dalla Grammatica della fantasia di Rodari) o “Noi e il nostro corpo” (ovvero scrivi una breve lettera a una parte del corpo, seguendo uno schema preciso) sono tra i più riusciti.

Spiego la consegna in classe e l’esercizio si svolge a casa. E in fondo alla pagina si fa un disegno.

Non appena ci rivediamo  si condivide il risultato a voce alta.  APRITICIELO!UMARONN!UFF!SICURASICURA?

Musi lunghi, musi corti, occhi sbarrati, occhi chiusi, denti stretti e bocche spalancate in espressioni di terrore.

BEH??? Cosa sono queste facce??

Ma… il mio è brutto!!!

COOOOOOOSA?? BRUTTO???

Sapete cosa vi dico, da oggi in questa classe non voglio mai più sentire questa parolaccia.

Vero è che, per citare il Crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa con il martello di Nietzsche […nel bello l’uomo pone se stesso come norma della perfezione…] e [si adora in esso], ovvero l’uomo si rispecchia nelle cose (Cit. da Storia della bruttezza a cura di Umberto Eco).

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Viene considerato bello tutto ciò che rimanda alla perfezione della propria immagine; un giudizio negativo, dunque, può portare alla distruzione di quel modello, delle proprie capacità. Se bello è tutto ciò che è proporzionato, integro (senza errori), brutto è ciò che suona male, disegnato senza rispettare le proporzioni, colorato fuori dai margini, sbavato o pasticciato. Asimmetria, deformazione. Al brutto è sempre associato una reazione di disgusto.

Bene. Anzi male!

Se noi applichiamo coi nostri alunni questo criterio, che so un BLEAH di disgusto di fronte a un piccolo pasticcio sul quaderno, una sbavatura nel colore su un disegno, un GRIDO URLATO tipo SGRUNT!AAAAAAAH!GRRRRRRRR! di fronte a un HABBIAMO o un AFFIANCO o APPOSTO o un C’E’ NE?

Se diciamo a un bambino che il suo disegno è BRUTTO rischiamo tanto. Rischiamo che quel bambino (che di bambini si tratta quando hanno ancora undici anni) smetta di scrivere, di disegnare, di esprimersi. Quell’alunno perderà le sue certezze, i suoi punti fermi e tu da àncora di salvezza ti trasformi in NEMICOFOREVER. A scuola come in guerra.

Otteniamo un NON CI RIESCO ad libitum.

Alcuni alunni mi raccontano di maestre delle elementari che non contente del risultato di un elaborato strappano la pagina! Ma perchè? Perché tanta violenza?

Altre, già alla materna (ho esperienze dirette nei miei anni di insegnamento alla materna e primaria), contestano la stesura del colore fuori dai margini con modi poco simpatici, tenendo per esempio la mano del piccolo pur di ottenere il risultato sperato. Ma che problemi vi da il colore fuori dai bordi? Che problema vi danno gli errori di ortografia?

Certo, come insegnanti siamo chiamati a risolvere, portare al miglioramento.

Quindi non rimarcherei l’errore con un “Che brutto!” O strappando la pagina.

Un alunno frustrato da troppi suggerimenti scritti da me sul suo quaderno mi ha detto: Cosafacciostrappolapagina?

No bello mio la pagina non la strappi, la usi per capire dove puoi migliorare.

E basta con questo CHE BRUTTO, diciamo piuttosto bene, hai lavorato, puoi impegnarti di più la prossima volta? Vedrai che se dedichi più tempo al disegno, se ti eserciti, se ti concentri il disegno sarà bellissimo.

Il punto è che bisogna sbrigarsi, fare in fretta, correre alla PlayStation, correre alla lezione di danza, di calcio, di basket. Ma questo è un altro capitolo.

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Infine, consiglio l’uso del Piccolo manuale dei grandi sbagli di KERI SMITH, perchè facciamo tutti degli errori ma liberarsi da tutto questo ORDINE a volte ci rende liberi, spontanei e geniali.

 

 

 

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